mercoledì 27 aprile 2011

Napoleoncino



Carte, ori, primiera, settebello e napola...c’ha inchiappettato, pure con la scopa!

E bravo il nano.

Noi, a guardare oltre le sponde, l’Africa, laggiù, in fondo, pensando di avere le spalle coperte...e poi, il bruciore, della fregatura.
Le bombe che si sta prendendo Gheddafi non sono nulla, a confronto di quelle che ci ha scaricato addosso il Sarkozy, dove le macerie le avremo al momento della resa dei conti, quando capiremo davvero cosa ci ha colpito, tanto da fare tabula rasa della nostra economia, dove ci troveremo sfilato da sotto i contratti con la Libia, dallo sfruttamento del petrolio e del gas e tutto l’indotto, dall’edilizia alle strade, senza contare quel che vendevamo e ci compravano a buon prezzo.
Ora, comunque vadano le cose, siamo tagliati fuori;
Sarkozy aveva bel pasturato, facendo incontrare i capoccia degli eroici rivoltosi dai suoi servizi segreti, per preparare il trappolone, che doveva prendere due piccioni con una fava: eliminare il beduino e fottere l’Italia.
Che fosse un dittatore, se ne sono accorti solo ora, dopo quarant’anni, ma di questi il mondo ne è pieno: non per questo siamo a far guerra a questo e a quello.
Litigare costa e, se non c’è ritorno di spiccioli, si lascia che i fuochi si spengano da soli.
Come in Ruanda quando Hutu e Tutsi si menarono, nel ’94: si stette al balcone, a godersi lo spettacolo della macellazione di quasi un milione di persone.
Ma lì, non c’era niente da ramazzare.
In Siria, come nelle piazze in Iran, dove ragazzi vengono tranquillamente sparati, si volta il collo dall’altra parte: mica sarebbe una passeggiata, come si pensava e si crede in Libia;
lì, non essendoci stata una “spontanea” rivolta di popolo, ma l’ingaggio di bande armate, non c’è stato quel ribaltamento tanto sperato, perché l’esercito è rimasto compatto, con il Gheddafi, così come tanto della popolazione.
Prova sono proprio i filmati e il muovere degli stessi rivoltosi, dove quel che arrivava da quelli erano solo miserabili spezzoni di quattro pirla, che sparano alle quaglie e alle dune;
e sorridono, come cretini, nell’immortalarsi per tanta coglionaggine; salvo poi chiamare la mamma, quando li menano.
Tanto è vero che, il napoleoncino ha dovuto mettere in campo l’artiglieria visto che, dalla sua armata Brancaleone, gli ritornavano solo fiaschi e non barili di petrolio.
E qui ha raggiunto il massimo del cinismo e del menefreghismo, mettendo i letargici alleati europei e il bradipo americano nelle condizioni del fatto compiuto e di dover muoversi prima a strascico, poi a rincorsa ed infine a ritmo del tamburo, che scandiva la remata gallica.
Ad un logorante e lento embargo, ad una inefficace “No fly zone”, che avrebbe coperto solo i cieli, lasciando scoperto il culo dei ribelli, preso difilato da carri armati e missileria, ha dovuto scoprire le carte, denunciando al mondo i suoi veri progetti: essere il Giuda dei trenta denari, tradire, imbrogliare, ingannare, pugnalare alla schiena i suoi dirimpettai, lasciandoli in mutande, sfilandogli pure il portafoglio;
alla faccia di tante anime belle, che ancora credevano nelle favole ed erano a magnificare la riscossa e il riscatto dei buoni, che cacciavano il cattivo.
No, la guerra non andava dichiarata a Gheddafi, ma a Sarkozy!
Di tanti denunciato massacri in Libia, non c’è mai arrivato nulla, dai rivoltosi, dediti più all’autoritratto, a mandare immagini di scemi che sparavano dietro gli angoli, dove non c’era nessuno o in cielo, dove al massimo colpivano qualche pennuto: come ci sono arrivate quelle frescacce, perché non allora anche carne macellata?
Ora ci fanno vedere qualcosa, ma le bombe francesi e dei buoi al pascolo, che si sono trascinati dietro, sicuramente hanno mietuto del loro;
prima dei droni ora messi in campo - che un poco di vista ce l’hanno - quel che cadeva aveva l’intelligenza selettiva del “a chi tuca taca”, a chi tocca, tocca, colpendo nel mucchio:
Anche le armate di Gheddafi si erano fatte furbe, smettendo la divisa e indossando gli stracci, a confondere le idee alle costose ferraglie di quegli “aiuti umanitari”, dove si era messo in campo un cannone per colpire la zanzara.
Dopo aver toccato il ridicolo - “gente, non c’è più un missile” - delle scorte belliche in riserva, alla santabarbara da rifocillare, alla polvere da sparo che stava per finire, ora sono riusciti a far aprire il magazzino per munizioni anche all’Italia, a pompare altra ferramenta nel serbatoio dei fuochi d’artificio, che erano alla canna del gas.
E noi, mazziati e cornuti;
altro che carte, ori, primiera, settebello, napola e scope a non finire: dobbiamo pure servire al tavolo “Napoleoncino”, che gli sono venute altre voglie.

Anche noi, lo stesso, arriveremo in fondo.

Nudi.

Nudi alla meta.


Io, secondo me...27.04.2011

Alì Ben Tettamanz


venerdì 22 aprile 2011

martedì 19 aprile 2011

venerdì 15 aprile 2011

Amici miei

"Ebrei razza maledetta!".

L’hanno impiccato.

Non quelli, gli ebrei, i “topi di fogna”, i “maledetti”, quelli che “dovevano scomparire”, secondo l’amor Vittorio;
l’hanno conciato per le feste, l’Arrigoni: tanto di cravatta, con il nodo all’ultimo grido, quello scorsoio!
Giusto il tempo di abbrancarlo, dargli una manica di botte ed estirpargli il fiato dalla carcassa;
neppure a rispettare la scadenza dell’ultimatum, per vedere se le condizioni per la sua liberazione sarebbero state soddisfatte o no.
Rapito nella Striscia di Gaza da un gruppo islamico salafita, la “Brigata Mohammed Bin Moslama”, ecco la proposta al governo di Hamas di liberare i compagni detenuti: questi per quello.
Ma non ce l’hanno fatta, a resistere alla tentazione, all’istinto d’accoppare, che si portano dentro, nei cromosomi.
Hamas non ce la fa a rimanere senza fare a botte con qualcuno: quando non con i dirimpettai - i “topi di fogna”, i “maledetti”, quelli che “dovevano scomparire” - si spararono in famiglia - parenti serpenti, come con quelli di Al Fatah;
oggi, continuando con i pruriti tipici dei “Cercarogna”, sono ai ferri corti con altri “fratelli”: la corrente armata dei Salafiti, piccoli ma fastidiosi, ideologicamente vicini all’Al Qaeda di Bin Laden, di cui vorrebbero fosse imitata la più sanguinosa violenza.
Per loro, che riconoscono solo l’obbedienza e la lealtà assoluta dovute a Dio, all’islam e ai musulmani, Hamas è troppo morbida, oltre che complice di regimi stranieri e sciiti - Iran e Siria - considerati eretici perchè non sono sunniti. I Salafiti vogliono la fondazione di un Emirato islamico; Hamas no.
Antiche e mai sopite beghe...di campanile.
Ma quando c’è l’odio nei cuori, ogni pretesto è buono, per scannarsi a vicenda e in famiglia.
L’Arrigoni ha fatto la parte di quello che sta tra l’incudine e il martello.
Unica foto ricordo che rimane di lui, è quella dove una mano lo tiene per i capelli, gli occhi bendati e la faccia pesta e lacera, di un bel colorito rosso, tipo “bistecca al sangue”.

La fine del Vittorio, inviato del manifesto, attivista e cooperante, innamorato della causa di quegli attaccabrighe dove, tra i due litiganti, non è stato quel che gode.

Povero Vito: impegnato a diffondere propaganda contro Israele, si è speso a sputarci contro, ad inventarsi un nemico che non c’era, a cercare il diavolo davanti quando invece ci stava seduto sopra.
Per la sua innamorata ha mentito, ha inanellato collane di bugie e menzogne, finto, spergiurato, tanto da farsi l’ennesima canna, come ai tempi dei sogni d’infanzia, quando delirava del bel “Sol dell’avvenire”, quello che non tramontò, perché neppure ebbe a nascere, a vedere...la luce.
L’oppio dei popoli lo aveva in casa, e se ne fece, di spipazzamenti.
Alla fine ha cambiato il pusher, ma sempre di schifezza si è riempito, tanto da tirar le cuoia.
Pacifista alla “L’unico ebreo buono è quello morto”, ha trovato altri “pacifisti” di pari stampo.
Ora la pace con Israele l’ha raggiunta: la migliore, la più lunga, quella eterna.
I topi che l’hanno segato, erano quelli della fogna di famiglia;
la “razza maledetta” non gli ha torto un capello: la sua, invece, gli ha attorcigliato il collo.
quelli che “dovevano scomparire” non lo avevano neppure ca...considerato: i suoi, invece si, che l’hanno “scomparito”.
Mazziato e cornuto;
e che si aspettava, da criminali, torturatori e macellai, che ancora hanno tra le mani il povero Gilad Shalit, prigioniero da 5 anni, dove il Vittorio brillò in sarcasmo e sadica goduria, scrivendo:
"Mi riferiscono che i telegiornali nazionali in questi giorni intasano l’etere illuminando i riflettori sulla vicenda del soldato Gilad Shalit, unico prigioniero israeliano nelle mani dei palestinesi, prigioniero di guerra".

Sia chiaro: il Vito non è un martire, ma un povero estremista che aveva fatto dell’odio scopo di vita.
Gli amici l’hanno fregato, avendone fatto scopo di morte.

Bello scherzo gli hanno tirato i compagni di merende.

Il bel Vittorio ci avrebbe potuto girare un film, rubando il titolo al compianto regista Mario Monicelli.

Amici miei.


Io, secondo me...15.04.2011

Processo breve

lunedì 11 aprile 2011

Profustini

No, “Profustini” non è una riedizione della famosa pubblicità del detersivo, quella del «Le offro due fustini in cambio del suo Dash», dove un sorridente Paolo Ferrari si scontrava contro un muro di provata fedeltà casalinga, verso quella polverina incantatrice.

Profustini è il prodotto della fusione di due parole che, mescolate assieme, riportano alla formula dell’intruglio che trasforma il dottor Jekyll nel mostruoso mister Hyde;

la mutazione, nel nostro caso, è dipendente dal chilometraggio: quel che rappresenta carne per il buon Samaritano a Lampedusa, irrita il delicato nasino dei francesi e diventa puzza, tanfo e fetore.
Parte uno come “profugo” e arriva “clandestino”, simile ad un bandito, da prendere a schioppettate.

Malta non li vuole, tanto da aver persino negato loro aiuto sotto naufragio;
Germania nemmeno, dopo che le gloriose fornaci sono state spente e non sanno altrimenti come e dove cucinare quelle portate di carne;
la Spagna mostrò già carità e misericordia nelle sue enclave di Ceuta e Melilla, in Marocco.
Era l’ottobre del 2005 quando il sinistro Zapatero schierò l’esercito con l’ordine di sparare:
sulla costa arrivarono duemila militari armati in aggiunta agli uomini della Guardia Civil, per fronteggiare l’assalto di quelle centinaia di disperati, dell’ex Marocco spagnolo.
La vicenda si finì con durissimi scontri che costarono la vita a cinque persone, compreso un neonato.
La Grecia non fu da meno: per bloccare l’immigrazione clandestina, proveniente oltre che dal Maghreb anche dall’Iraq, Afghanistan, Iran, Pakistan ecco l’idea di un muro alto cinque metri e lungo dodici chilometri al confine con la Turchia, nella regione del fiume Evros vicino alla cittadina di Orestiada.

Ma quel che mi fa incazzare è la Francia, con il suo rispolverare la mai presunzione di “Grandeur”, esaltata dalle azioni del Sarkozy, nanetto malefico che si crede Napoleone, ma a quello pari solo in statura: quella centimetrata, non di genio militare o politico.
Tutto sto casino lo ha provocato lui, il megalomane in miniatura, che gioca ai soldatini con la visione tattico-strategica di un ritardato.
C’era una diga e l’imbecille ne ha tolto il tappo!
Prima ha mandato i suoi servizi segreti a contattare e contrattare con i futuri capi di quelli che poi sarebbero figurati come “eroici rivoltosi” ma, a tutti gli effetti, straccioni da armata Brancaleone.
Poco male: dovevano e devono essere solo “asino che trotta”, comparse da operetta, come quelle bolse di Cinecittà, che facevano i centurioni con pancetta e prestanza da rachitico.
“Chissenefrega”, ha pensato il “peduncolo de France”: faccio passare quei quattro pirla - che si mettono in posa e sparano alle quaglie, sorridendo come per una foto ricordo - come prodi combattenti per la libertà e quelli per e con Gheddafi, come feroci stragisti, e poi li bastono, con la “geometrica potenza” dei bombardoni aerei;

Et voilà, rien ne va plus, les jeux sont faits!

Una beata fava.

Dopo aver usato e messo gli “alleati” davanti al fatto compiuto, li ha obbligati a prendere posizione: la sua dove, avendo dato il “la”, pensava di avere la bacchetta per dirigere l’orchestra.
Fregando agli italiani le concessioni e le patenti privilegiate per gestire l’estrazione del petrolio libico.
Un colpo al cerchio e una alla botte...anzi, all’autobotte!

Con la rivolta del pane, quella di piazza Tahrir, in Egitto, quella della piazza siriana o iraniana, in Yemen, quella della Libia centra come i cavoli a merenda.

L’appoggio, il sostenimento, la fedeltà a Gheddafi non si è squagliata come per Mubarak o in Tunisia, con il Ben Alì;
Anche sotto le bombe “misericordiose” francesi e inglesi, i missili americani e bombarderia varia, gente che combatte per il Muammar c’è e non molla.
Segno che la rivolta è da operetta, fatta più da bande con mentalità tribale, piuttosto che insofferenti sotto la tirannia.
Prova è che, prima che apparisse l’avventuriero nanuto, dai barconi di profughi mai scese un libico.
Un perché non se ne fuggirono - già da allora - dal loro paese, ci sarà, no?
Forse la vitaccia non era proprio cavallina, come si suole dire.
Ora, dopo che i bombardieri del galletto formato mignon, hanno colpito alla “a chi tuca taca”, a chi tocca tocca, non sanno più a cosa mirare: anche senza aerei ed elicotteri, il perfido beduino continua a mazzolare quei quattro pistola da farsa;
il cammelluto non ne vuol sapere di crepare.
Dovesse farcela, a mettere in stallo tutta la ferramenta bellica occidentale e mantenere i pozzi dell’oro nero, tra tutti i litiganti andrebbe a finire che la torta se la mangerebbero i cinesi!
Ideona.
Dividiamo la Libia in due: Gheddafi con la parte sabbiosa e dall’altra, le vasche del “latte di Poppea”, dove la mezzacalzetta francesina vorrebbe farsi il bagno.
E che il frutto di tanto “farsiicazzisuoi” ricada pure su quei fessi d’italiani, dove tutti hanno pensato di sigillare le proprie frontiere per lasciare aperto solo i buchi del colabrodo italiota!
Alla faccia di quella che sempre più è Eurabia, dove ognuno pensa ai propri calli, fregandosene - anzi, fregando - dell’altrui.

Per questo, vorrei tanto che la “Grandeur” si smarrisse tra le sabbie del deserto, e rivivesse un’altra Dien Bien Phù e Gheddafi diventi Vo Nguyen Giap;

no, meglio: il gemello di Pierre Jacques Étienne visconte di Cambronne, generale francese che, a Waterloo, all’intimazione inglese di «Granatieri, arrendetevi!», rispose con il meglio che sarebbe per “Nanozy”.

«Merde!»


Anche a nome dei “Profustini”.

Io, secondo me...11.04.2011

venerdì 8 aprile 2011

Imammuth

«Pensa ai cassi tò!»

Pensa agli affari tuoi...

beh, detto magari in maniera un pochino più volgarotta, nel bel dialetto meneghino.
Ma così i miei vecchi apostrofavano gli impiccioni, quelli che entravano pesantemente e a gamba tesa nella vita e nel privato d’altri, nell’orticello personale, dove ognuno coltiva del suo, in un fazzoletto che confina e termina dove inizia la libertà d’altri.

Ora, nessuno può biasimare chi opina del proprio, si affaccia ad osservare e discute di come si è seminato nella terra appresso; ma la cosa deve terminare lì, dove ognuno poi raccoglierà dell’opera sua, bene o male a seconda di come ha saputo fare.
Si andrà al mercato e si esporrà la merce, il frutto del proprio lavoro: piace, ci sarà chi compra;
fa schifo: tornerai al focolare con la coda tra le gambe e le pive nel sacco:
imparerai una lezione e, se avveduto nel capire dove l’errore, sarà motivo per far meglio la volta prossima.

Un bel “Pensa ai cassi tò!” se l’è beccato Abdul Qavi, imam di un posto qualunque del Pakistan.
Il fustigatore è andato in ebollizione, nel vedere le cosce scoperte di Veena Malik - soubrette, showgirl, velina o attrice che dir si voglia - durante un a trasmissione televisiva, il programma indiano “Big Boss 4”.

“Puttana” è uno dei tanti appellativi che l’Abdul gli ha lanciato, ovviamente tradotto dal linguaggio suo, seguito da lanci d’insulti in crescendo.
Veena non ha capito d’aver a che fare con un residuato, un rottame d’altri tempi, che oggi vive tra noi come il giapponese che, non avendo mai saputo della fine della guerra, continuava a farla, nell’ignoranza più assoluta che essere rimasto indietro.
Abdul sicuramente mette lo chador o il burka anche alle coscette di pollo o di coniglio, prima di mangiarle e, se capita di vedere qualche pezzo di quelle carni bianche, sicuramente arrossisce di vergogna e si picchia il pisello con l’incudine, castigandolo per essersi affacciato pure lui a guardare l’impudico arto!

Succede una cosa inaudita: Veena, una DONNA, l’essere valutato per metà valore di un uomo, domestico come il cane, impudica come il maiale e sciocca come una scimmia, ribatte, rimbecca e cazzia l’UOMO.

«Imam, non ho fatto nulla di male, non ho infranto alcuna legge o la legge islamica. Sono tutti contro di me perché sono una donna e un bersaglio facile? Cosa dice il suo islam, sir?»

Pazzesco.
Come si dice da noi, e Abdul concorda: a questo mondo, non c’è più...religione!
Abdul, Abdul...come ti capisco: quella che per te è solo una vacca da latte, una puledra da monta, una pecora da tosare, una gallina ovaiola, ora si ribella.

Inconcepibile, assurdo, sacrilego, esecrabile, empio e blasfemo: è venuto il momento di tirarle il collo!

Veena ha ricevuto minacce di morte dagli islamisti e alcuni religiosi hanno emesso una fatwa di morte contro di lei per avere “umiliato l’islam” e disonorato il proprio paese.
La fatwa è pari al piantare spilloni nel corpo di un’immagine rappresentante la vittima, come nel rito Voodoo, perchè peste la colga.
I cavernicoli del fondamentalismo islamico ormai la tirano in ballo in ogni momento, con la stessa frequenza ormai con cui si prendono le bottigliette di aranciata ai distributori automatici.
Questi subumani hanno clonato pure Allah, creandone uno ad immagine loro, della loro crudeltà, della loro voglia di sangue e morte; e pure sadico, per masochisti che godono nell’essere servi e succubi di uno che li maltratti.
Con la misericordia, la pietà e il perdono, loro soffrono pene atroci e d indicibili: godono nella tortura, vogliono un essere che li domini e abusi del loro corpo, tanto da vantarsi nell’adorare il martirio, tanto da non avere paura di morire, quanto di vivere.
Forse hanno ragione: si sento inadeguati per questo, che richiede fatica, mentre il crepare è facile.

Di Abdul Qavi ce ne sono ancora, ma tante Veena Malik sono stanche di dover servire questi sottosviluppati mentali.

Forse ci siamo: sta per avvicinarsi l’estinzione degli Imammuth;

Insciallah...a Dio piacendo!


Io, secondo me...06.04.2011

martedì 5 aprile 2011

Spurghi

«Se avessi saputo allora ciò che sappiamo oggi, il rapporto sarebbe stato differente.»

Imbecille.

Mica eri al Bar Sport, per dar fiato alle trombe mentre il cervello era in arieggio per il ricambio d’aria!

«Oggi sappiamo molto di più su quanto avvenne [...] rispetto al periodo nel quale condussi l’inchiesta per conto del Consiglio Onu sui Diritti umani.»

Allora sei proprio scimunito!

Aspettare il giusto tempo, per poter raccogliere quel di poi che serviva, no, è?
Ti bruciava il culo, di dire le tue cazzate, o forse ti sono venute in anticipo, le tue cose, con le perdite di materia grigia nel pannolone degli incontinenti?
Ecco lo scemo del villaggio: Richard Goldstone, che firmò il famigerato rapporto della commissione d'inchiesta ONU, che porta il suo nome
A questo giudice sudafricano fu affidato tanto e lui si allineò al vento, con l’attitudine delle mezze seghe a far da banderuola: Israele fu accusato di crimini di guerra, per l’operazione “Piombo Fuso”, atto militare lanciato su Gaza, alla fine del 2008.
Gaza: gli israeliani lasciarono quel pezzo di terra senza condizioni, ai palestinesi, che subito ne fecero una caserma - dopo aver azzerato le infrastrutture che si era trovate in regalia - piantando, al posto di alberi e sementi, missili;
una selva, che neanche un istrice aveva tanti aculei, come Hamas razzi sulla cotica.
Da allora, dal 2005, una pioggia incessante piovve sui villaggi israeliani al confine di quel lascito: peccato che quelle gocce che cadevano, esplodevano!
Seimila bombarde dal cielo, da allora, incessantemente, puntualmente come le tasse e la morte, sono state rovesciate sui civili israeliani: goccia a goccia, giorno per giorno, mese per mese, anno dopo anno.
Tra l’indifferenza, il silenzio e, dico, anche il disprezzo, di gran parte del mondo occidentale: quello ipocrita, che vuole regole e giustizia a senso unico, per gli scarafoni suoi.
Ovvio aspettarsi che non poteva durare in eterno, che anche un elefante sopporta la zanzara ma, quando è troppo, la schiaccia.
E noi - che se la vicina di casa, del balcone sopra, ci scopa in testa, poco manca che finiamo al coltello - ci si scandalizzò, quando venne la rappresaglia, dopo l’ennesimo avvertimento, debitamente inascoltato.
Anni erano passati, mica bruscolini: nessuno, neanche un cane allora bacchettò gli straccioni di Hamas;
nessun “Goldstone” usò il buon senso, del “meglio prevenire che curare”.
Salvo poi, quando i rompicoglioni hanno cominciato a prendersi sberloni di ritorno, dare del manesco a chi, fino allora, le aveva prese senza reagire.

Manica di pirla!

«Se avessi saputo...oggi sappiamo molto di più... sarebbe stato differente...sbagliato il mio rapporto.»

Cretino;
bastava avesse letto lo statuto di Hamas, dove c’è scritto - nero su bianco - la volontà, di cacciare gli ebrei, ma nel senso di selvaggina, da impallinare.
Bastava seguire la scia dei seimila missili.

Quanti Goldstone ci sono in giro?
A fare il censimento, si fa prima a trovare il sano, non lo scemo del villaggio che, nel frattempo, ha figliato a conigliera.

Giusto per finire: due o tre giornali hanno dato notizia del “Mea culpa” del Richard “bamba” Goldstone, e non certo a caratteri cubitali.
Quel che allora si annunciò con rombo di tuono, ora si smentisce con soffice peto.

Ciliegina sulla torta: il mio personale sputo sui tanti fighetti, che si danno tanto da fare per quei “poveri” palestinesi bombaroli;

25 giugno 2006...ricorda nulla?
No, è?
Memoria corta, come i filamenti dei loro neuroni.
In quella data fu catturato, da un commando palestinese, il soldato israeliano Gilad Shalit.

Ad oggi, anno del Signore 2011, del mese di Aprile, ancora è ostaggio, in loro mani.
Non è dato vederlo, non è permesso sentirlo, sapere se ancora è vivo, se sta bene o l’hanno fatto diventare una larva d’uomo, dopo tante torture;
Persino per un assassino seriale come Saddam, si scomodarono, nel tentativo di salvargli la cotenna.
Per Gilad Shalit, nessuna misericordia, dai teorici della pace, dai difensori dei diritti umani, dagli estimatori della vita e dalle madonnine infilzate.

Niente da fare: la “specie Goldstone” prolifica, fruttato dei lombi della madre degli imbecilli, che continuamente sgrava.

Avanti così, continuiamo nel letargo, che prima o poi la festa finirà: quando ce la faranno gli altri!


Io, secondo me...05.04.2011

Giochi di guerra

Ignazio La Rissa e il ritorno...di fiamma

martedì 29 marzo 2011

Sarcofazy

Si dica quel che si vuole, ma a me questo silenzio fa paura.

MI sento come quello che, sulla spiaggia, vede il mare che si tira indietro per prendere la rincorsa e spazzare la terra, come lo tsunami del Giappone.
Ecco, questa ritirata mi mette ansia: non è da loro, non è mai accaduto in passato, hanno sempre fatto cagnara, alzato polveroni, esploso bombe e bombarde, e fatto guaire lame, accarezzate dalla mole.
Ora, silenzio, una pace dei sensi tombale dove anche il frusciare dei cipressi, che fanno anticamera all’ingresso dei cimiteri, somiglia agli acuti di una sirena in un Convento di clausura.
Si sono estinti, come i dinosauri?
Hanno preso un batterio che li ha sterminati?
Il loro intestino è stato colonizzato dal virus della cagarella?
Silenzio.
Muti.
Afoni, che anche uno in agonia ha più palpiti di loro.

Al Qaeda, Osama, il suo profeta e i sottopancia suoi, ‘ndo ca...volo sono?

Nel gran casino, che sta scuotendo le fondamenta di consolidate dittature e maneschi padri-padroni, dal Medioriente al Nordafrica, mancano gli attori principali: i “prezzemolini”di “Osamallah”, onnipresenti, dove c’è da menare le mani.
Ammorbiditi dalla piazza in armi, tanti megalomani si sono squagliati, ammosciati e, dove ancora in equilibrio, con la consistenza di tremolanti ammassi di budino o gelatina.

Basterebbe una spintarella...

Niente: il nulla, volatilizzati, con vuoti mediatici che pare il mondo dopo la peste.
Ma non abbiamo ancora raccolto le ceneri di tanto incendiare e quando c’infileremo dentro le mani o ci poggeremo sopra le terga, pensando a quanto paiono soffici, mi sa che ci lasceremo pezzi di cotica a sfrigolare, come le costine sulla griglia.
Noi, con la nostra mentalità, la presunzione muscolare, la sicumera di avere le chiavi dell’armeria, siamo come quei vecchi decrepiti, convinti che la nostra salma debba ottenere rispetto solo a ricordare i tempi passati, quando il pisello tirava e noi giravamo per il pianeta in cerca di un prossimo da fottere;
e, il non pagare marchetta, fosse nella convinzione che così gira il mondo, dove c’è sempre uno che sta sopra e l’altro sotto.
Ebbene: il quadrato s’è scoperto tondo, d’essere una ruota e che, prima o poi, ci tocca d’essere in basso pure a noi.
Come tacchini, all’approssimarsi del giorno del ringraziamento, dove si trasloca dall’aia al forno, eccoci a bisticciare per chi deve fare il gallo del pollaio, mentre fuori cercano i più grassi a cui tirare il collo per riempirci la pancia di ripieno e farci dormire in un letto...di patate fritte!

Noi, con i tanti satelliti spia che girano in tondo, satelliti della palla terrestre, con i tanti padiglioni che ascoltano pure quando fai la scoreggia al gabinetto, con telecamerine più fini di un pelo di...cavallo, oculi e vetri che sbirciano quasi sottopelle, noi, dicevo, eccoci a non prevedere e prevenire ‘na beata fava di nulla: dell’11 Settembre e neppure la fiammata che sta lambendo le sponde del Mediterraneo e oltre.
A Qaeda, muta, come un pesce.
Noi siamo dei bamba, perché guardiamo la foresta senza vedere l’albero, ma quelli, perché tacciono, perché fanno il riccio, perché sono in letargo?
No, loro parlavano, e parlano, si muovono tra le piante, ci vivono con quelle, si toccano, si conoscono: come possiamo essere tanto beoti da pensare che pur’essi siano rimasti di sasso, allibiti e meravigliati quanto noi, nel vedere, dalla mattina alla sera, il mondo girare alla rovescia?
I loro gangli nervosi sono come le ife, le ramificazioni dei funghi dove, alla cappella in vista, corrisponde sottoterra un mondo vasto, esteso, intricato e aggrovigliato che più non si può: come vedere la punta striminzita di un ghiacciaio senza sapere che sotto si stanno pavane e piedi come quelli di un elefante, che regge una zanzara.
Sapevano.
Sanno.

Quando le radici saranno marce al punto giusto gli basterà una spallata, a far crollare anche dei giganti.
E noi...abbiamo Sarkozy: un’emerita mezza sega, in cerca di una zeppa da mettere nelle scarpe.
Con l’altro, il perticone d’America, pare la coppia Gianni e Pinotto, famosi ridolini d’epoca.
Il piccoletto trama nell’ombra;
la Libia c’ha i pozzi di petrolio ma - accidenti! - se li ciuccia l’Italia.
Idea!
Tira, molla e messeda, Nanozy trova quattro gatti trombati della corte di Gheddafi e li convince a fare la rivoluzione.
Contropartita: a voi il cadreghino e a me il petrolio.
Gli italiani intanto, dormono sonni tranquilli, si girano beati sul fianco e mostrano il bersaglio.
Obama, come il solito, da lontano ci vede come la talpa, stringe l’orsacchiotto e si ciuccia il pollicione.
La Merkel pensa alle urne sue e Camerun si fa coinvolgere come un giuggiolone ma, non avendo una meta come lo gnomo gallico, gioca al tiramolla.
Qualcosa non va: Gheddafi tiene duro e comincia il Risiko da vincitore, sparpaglia l’armata Brancaleone, quei soldatini da operetta che si fanno riprendere a sparare alle quaglie o a salutare la mamma, immortalati nei filmati amatoriali girati con il telefonino.
Una rivoluzione bambinesca, infantile, dove le armate raccolgono il meglio degli scemi del villaggio.
Che sia anomala, diversa dalle altre, questa rivolta di pirla, si vede subito
Nanozy è costretto ad intervenire, che i suoi piani di scippo stanno andando a puttane.
Rovescia sul paese una valanga di bombe: altro che No-fly zone o operazione di contenimento!
Bombarda. mitraglia, sbombeggia, accoppa;
insomma: la guerra la fa lui, che se aspetta l’armata di pezza di quegli straccioni raccogliticci, campa cavallo!

Al Qaeda tace, ma ora ha buon gioco.

Ecco come funziona la “democrazia”, nelle intenzioni dell’Occidente: olio di ricino e, se non basta, il bastone!
Vorrete mica mettere le nostre leggi: magari severe, ma “educative”;
e la fede: noi abbiamo un Dio, e quelli no.
Le nostre regole permettono di buggerare e dire bugie all’infedele, ma non tra noi.
Sarkozy, per tutti, insegna: per una lattina d’olio venderebbe anche la madre (la moglie sarebbe meglio: chissà quanti cammelli vuole?).
Al Qaerda ha cambiato strategia, al “Mai ti pentirai d’aver taciuto. Sempre d’aver troppo parlato”.
Spalma la vaselina, prima di tentare l’affondo.
Tante menti da plasmare stanno navigando verso l’Italia oggi, l’Europa domani.
Quelli saranno il cuneo, il paletto che affonderà nel cuore d’Eurabia.
Bin Laden - o il suo fantasma - gongola: il suo sogno, di conquistare “Terrallah”, sta prendendo forma.
Ora che anche un Presidente ciula ha permesso di costruire una Moschea, a ridosso di dove furono le Torri Gemelle, da lui fatte abbattere.

«Vedete, che avevo ragione: il frutto è maturo ed è venuto il momento di raccogliere...piastrelleremo la terra con le ossa degli infedeli: riempiremo di loro, cimiteri e...Sarkofazy!»»

A me questo silenzio di tomba fa paura.


Io, secondo me...29.03.2011

Gheddafrance

La fattoria degli animali

giovedì 24 marzo 2011

L’uomo di Magda

«No, il signor Magda non può entrare!»

All’uomo di “Magda” sembrò di avere di fronte il famoso anello mancante, l’essere a metà tra la scimmia di sempre e il parto evolutivo, che avrebbe sgravato faticosamente l’Homo, quello “Sapiens Sapiens”.
L’”uomo di Magda”, davanti all’ibrido, tentò l’impossibile: comunicare.

«Magdi, il signor Magdi Cristiano Allam...perché non è bene accetto?»

La cotica arborea, una zampa pendula dal ramo e l’altra a stringere la banana, mostrò i colori di guerra del babbuino, la marcatura del territorio, avvertimento, minaccia e successivo scontro:

«Perché il signor Magda c’ha la scorta...e i cani, quelli che fiutano le bombe e da noi, come dice il cartello, non possono entrare; spaventano i clienti, come gli uomini neri che li accompagnano.»
L’”uomo di Magda”, pazientemente ma sempre più scoraggiato, cercò la conciliazione, proponendo all’altro di scendere qualche ramo e lui di approssimarsi alla base della radice.

«L’uomo nero con il cane è un Carabiniere; deve saper che, il signor Magdi, ha bisogno di protezione: tutti quelli che combattono il male e le ingiustizie, sono obbligati ad avere chi vigila sulla loro. Così è per il Papa come per il Presidente della Repubblica, per tanti uomini politici e di legge».

L’occhio da pesce lesso del primate cercò disperatamente la centralina di controllo.
Sulla pianta lui ci stava di un bene che più non si poteva, fino al momento dell’apparizione del “signor Magda”: dietro c’e il rischio che lo segua qualche pericoloso predatore.
L’elementare centrale di controllo in suo possesso, cedette i comandi a quella di comando, più semplice e reattiva dell’altra, dovendo solo far scattare degli interruttori, senza complicate elaborazioni.

«No, non se ne fa nulla; il signor Magda qui non entra!»

L’”uomo di Magda”, disperato, cercò il miracolo:

«Il signor MAGDI sarebbe disposto anche a lasciare solo un messaggio registrato; o far parlare una persona, che lo rappresenti. E per i cani, si può anche trovare una soluzione: saremmo disposti ad ammaestrare quelli della scorta, a fiutare esplosivi: la gente che li vedesse sniffare un ananas lo stracchino o il gorgonzola penserebbe ad uno di loro, che annusa se la merce è fresca.»

«No, no e no!!»
Anche i colori dell’”uomo di Magda” ora cambiano, passando dal rosso al nero, dal violaceo al nero.
«Ma, alla fine, deve solo recensire un libro: “Mea Culpa”, di Isichiara ed Elisa Vavassori. Guardi, giusto per tranquillizzarla, chiamo il Beppe, che c’ha scritto sopra due righe.»
Detto fatto, al fischio, compare un tipo rotondetto, con la pelata - che quello chiama “fronte alta” -
il naso che lo precede, il bel faccione paffutello, sbuffante come un mantice che soffia sulla fiamma.
Composto e ordinato, poggia il foglietto, la penna d’oca, il calamaio, inforca gli occhialini e comincia:

“Isichiara ed Elisa Vavassori...due donne eccezionali.

Isichiara per la generosità che tanto ha donato e ancora spende, per le persone e le cause, dove il convincimento della e nella loro bontà la porta a salire sulle barricate e gettarvi oltre il cuore;
Elisa per la tenacia con cui combatte la vita, che l’ha costretta sì su una carrozzina da disabile, ma che dimostra quanto quei confini siano superabili, quando compensati da altri talenti e la volontà di andare sempre oltre, nel mai rassegnarsi e gettare la spugna.
Il cuore e la testa, l’umanità unita al raziocinio, alla coltivazione dell’intelletto, alle costanti flessioni per potenziare un muscolo spesso sacrificato al pisolo quotidiano: il cervello.
In “Mea Culpa”, si specchiano tanti mondi, universi paralleli, sovrapposti e mescolati:
spezie e sapori sapientemente dosati;
tante emozioni e tante passioni, infiniti intrecci dell’umano respiro, dell’animale uomo, del suo essere grande come piccolo, unico quanto meschino.
Storie, luoghi, trame che si avviluppano, si abbracciano, si stringono e si rilasciano, come le spire di un serpente.
Non solo fantasia, finzione, lavoro della creatività e gente di carta: di là dai nomi, quasi tutte le persone descritte - come tanto del loro agire - sono vere, esistono e magari, senza saperlo, le abbiamo sfiorate per strada, sulla metropolitana, al bar o all’edicola o nei tanti luoghi dove brulica l’attività del nostro quotidiano.
Isichiara ed Elisa stesse sono parte e viaggiano tra le pagine della propria creatura, del loro libro.
Le presento, tento di presentare loro e lo scritto, perché le une e l’altro mi sono piaciuti e vorrei trasmettere queste emozioni.
Un modo per ringraziare la fortuna, il caso, il fato, il destino o la provvidenza, che ha fatto sì che il mio cammino incontrasse il loro.
Donne da conoscere;
il loro scrigno di tesori, regalato a noi: pagine ed inchiostro ricevuto in dono.
Non sono solo riflessi e luccichii: oltre la forma - spesso l’unico vestito della nostra società di belle croste - c’è sostanza.
Un libro da comprare e da assaporare, con la voluttà e la golosità con cui si succhia il midollo dall’osso;

e se ancora, dopo tanto, non sarò riuscito a convincere nessuno, ebbene...Mea Culpa”.

Dall’albero, lo raggiunse in piena fronte una noce di cocco.
Il Beppe, in rianimazione sull’ambulanza, continuava a delirare, urlando:

«La targa, la targa: qualcuno ha preso la targa del Tir che mi ha investito!?»

Il capo dei vigili, che stava scrivendo il verbale, sfogliò le pagine.

«Si, l’hanno presa: CAR4...l’automezzo era francese, anche se la scritta sulla targa si legge in inglese.»

Tutta colpa del signor Magda!!

Io, secondo me...24.03.2011

Fidatevi: sarà un bel leggere

“Com’è nel grande, così è nel piccolo”.
Nella magia delle pagine del libro, mondi fatti di carne si rivelano, attraverso chi ci vive e muore;
quella crosta che, alla vista, pare una minacciosa corazza, spesso serve a contenere e proteggere la fragilità e le debolezze di vi si cela.
Nascosti in quei coriacei carapaci - di cemento, d’acciaio o in gabbie d’ossa - ci siamo tutti noi, con le nostre virtù e le debolezze, grandezza e miseria, fragilità e tenacia.
In noi vive Viola, la Preside assassinata del prestigioso liceo “Livio Andronico”: lo “squalo”, una gran carogna, una manipolatrice, la Penelope che crea e scompone trame e vite a piacimento, ma che alla fine scopriamo avere anche un qualcosa d’umano, morendo per aver troppo amato;
il Comolli, che vi insegna, ma si sente sprecato e vittima sacrificale, convinto di dover servire delle nullità;
l’una e l’altro, disposti ad essere forti con i deboli e deboli con i forti, a schiacciare sotto il peso delle proprie frustrazioni chi è inerme e disarmato, mostrando però servilismo e deferenza a chi potere ne ha, più di loro.
Noi siamo Conticini, capitano dei Carabinieri, insoddisfatto pure lui, soffocato in panni stretti, per il gigante che si sente d’essere, riversando tanto astio e rabbia sul debole di turno, nell’esercizio della sua mansione.
Come maschere pirandelliane, cambiamo volto e recitiamo anche i ruoli di Benetti, con le sue paranoie e la voglia di fuggire da un mondo che non lo appaga più e non riconosce;
oppure, all’opposto, Loneri, che si chiude in un universo protetto e protettivo, circondato da bastioni, mura possenti e un profondo fossato, per morire nel momento che abbandona la fortezza, nel tentativo di salvare una persona a lui cara.
Siamo Samir, allontanato dal suo amore e terrorista per rivalsa.
Sentiamo la carne lacerata, strappata e dilaniata di Valentina, quando subisce la doppia violenza di una famiglia che, con l’inganno, gli fa perdere l’amato ed estirpa dal ventre il frutto del loro amore.
Come dimenticare il passo dove un piccolo crogiolo di cellule, ancora ribollenti, sono risucchiate e sputate in una asettica bacinella, frutto ancora acerbo, scartato come poltiglia marcescente?
Siamo Driss, con la sua diversità, infamante per una parte di mondo da cui deriva;
sentiamo nell’animo il conflitto di Jamal, il padre, servo più che figlio, di una divinità che vuole estirpate simili peccaminose deviazioni.
Come non udire il palpito del gran cuore della professoressa Dalla Chiara, la creatrice del Corso di Scrittura Creativa, dove molti dei personaggi si sono trovati ad interagire, sorgente da cui sono sgorgate molte delle simpatie e delle antipatie, le cui ripercussioni sono poi a riverberare nell’annodarsi di storie e ruoli.
Come non percepire la rabbia verso la Viola che, nella maniera e con modi più subdoli cercò di privarla della sua creazione e creatura letteraria, versando veleno dall’interno e creando malumori e insidie, nel tentativo di rimuoverla?
Come non intuirne la tenacia e la combattività, il rigonfio muscolare di un lottatore ma, per altri versi, provarne tenerezza, nello scoprire forme d’ingenuità e di commovente bontà dove, anche quando ne avesse l’opportunità, mai riuscirebbe a finire un avversario sconfitto?
Sui tanti palchi, nel teatro delle vite, s’intrecciano stanchi amori e cocenti passioni, odio ed invidia, profonde amicizie ed intense rivalità, gelosie, cattiveria, opportunismo, ma anche generosità, slancio, bontà, soccorso...si mostrano i tanti aspetti dell’umano vivere, nella cui carcassa deforme dimora ancora il soffio divino della creazione.
No, non è solo un romanzo;
non lo si può liquidare come un semplice prodotto di carta, da classificare, come “Giallo”, in riduttiva forma investigativa;
meno ancora, “Noir”, cruda cronaca del conflitto tra bene e male e nemmeno “Hard Boiled”, raffigurazione per nulla sentimentale del crimine, della violenza e del sesso.
Il romanzo non è “solo” questo e quello, ma “anche”.
A destra come a sinistra, le pagine sono come i aste di una bilancia, alle cui estremità i vari pesi sono stati messi per cercare l’equilibrio perfetto.
C’è violenza, morte e sofferenza e si indaga per cercarne origine e causa;
il bene e il male non sono solo bianco e nero: ci sono tutte le tonalità dei grigi, perché la morte non è data solo per il gusto di uccidere, ma per convinzione che sia necessaria, certi d’essere al servizio di una causa giusta e superiore.
Violenza e sesso, non sono neppure crude emozioni, ove non riconoscerne sentimento: l’una e l’altro vivono di profondi convincimenti e roventi passioni, che nulla però hanno d’istinto animalesco.
Contenitori e contenuti, pentole dove sono a cuocere le anime.
“Com’è nel grande, così è nel piccolo”...in tutti questi mondi siamo attori o comparse.
Per questo, su questo muro di carta, scriverò, contro l’ignoranza: “Asino chi non legge”;
e chi non lo facesse, sarà ad averne rimorso e rimpianto, condannato alla penitenza di cantilenare, in eterno, il...Mea Culpa.

Autore: Isichiara – Elisa Vavassori
Prezzo: 18 miseri Eurini, per una polpa di 296 pagine
Collana: Contemporanea
ISBN-13: 978-88-7799-319-9
casa editrice: La Vita Felice

scippozy

martedì 22 marzo 2011

domenica 20 marzo 2011

Hulkozy

Piccolo nanerottolo incosciente.

Pare che, come il suo dirimpettaio, in Iran, sia caratteristica dei tappi saltare;
L’innesto "Sarkozynejad" sembra l’incontro e la somma di due mezzi, per cercare l’unità.
Quasi a voler usare la forza come zeppa da aggiungere sotto le scarpette, urlano come delle bestie per farsi sentire e impedire che, inavvertitamente, li calpestino.
Ahmadinejad usa l’energia atomica quasi a sperare che gli permetta di diventare come Hulk, il gigantesco eroe dei fumetti che, magrolino magrolino, al momento che gli salta il fumino al cervello, si trasforma in una montagna di muscoli, diventa verde e pure la statura lievita.
Tutto perché, un tempo, il poveretto fu esposto ai raggi gamma, predisponendo il suo metabolismo a tale trasformazione.
"Hulkozy", uguale, con l’unica differenza del colore: diventa…Bruni.
Una cosa c’è da dire, in loro favore: sono svegli e furbi e, come i noccioli delle centrali nucleari, reattivi.
Quasi a esaltare questa caratteristica, siamo ad assistere alla prova provata, dove invece appare affetto da letargia l’opposto perticone, che veramente è a dimostrare quanto ci sia di vero nella saggezza popolare.

"Grand, gross e ciula...mej piscinin ma gandula!", ovvero, grande grosso e stupido, meglio piccolo ma sveglio.

Nella questione libica, il "ciula" è l’Obama, presidente degli "iùessei", che esce dal sonno con la candelina accesa, gli occhi impastati e il pigiamino a stelle e strisce.

«Mammina, mammina: ho sentito i botti…ho paura.»

Hilary, la Clinton, arriva a rassicurare lo spilungone nella cui mansarda alberga un cervellino da puffo e rassicura:

«Tranquillo, tesoro: ci penso io e zio Hulkozy, a mandare via i cattivi.»

Mammina rimbocca le coperte allo spilungone, lasciandogli aeroplani ei soldatini al posto dell'orsacchiotto e guardandolo con tenerezza, mentre si assopisce, succhiando il pollicione.

Hulkozy ha fregato tutti, giocando sul tempo e parandosi il culetto dal pericolo di cadervi sopra.
Dopo aver scommesso sulla prematura fine del Gheddafi, giacché quello ha fatto come Lazzaro uscito dal sepolcro, giocoforza è costretto a entrare nel barattolo della marmellata, non solo con il dito ma con tutta la statura.
Nel tentativo, oscuro solo ai fessi, di fregare l’egemonia di mercato italiana, nello sfruttamento dei pozzi petroliferi libici, al pari degli amici inglesi, non si accontenta di demarcare una zona di non sorvolo - la "No fly zone" - per gli aerei del capo beduino, ma gli rovescia contro, in uno scontro diretto, i suoi cacciabombardieri.

"Per porre fine alla violenza contro i civili", dice il bruni Hulkozy.
La verità: per spianare il terreno e innalzare idrovore "ciuccia petrolio" sue e di compagni di merenda, quelle di Total e Bp!

Senza neppure cercare di capire cosa sia successo e - soprattutto - cosa ci sia veramente sotto e dietro le "magnifiche rivoluzioni", che hanno e ancora lambiscono parte del Medioriente e della fascia "Afromediterranea".
In Egitto, tanto casino ha portato solo a un sistema gattopardesco, dove "tutto cambia perché nulla cambi"; anzi, peggio: i nuovi padroni fanno l’occhiolino, lo sguardo da pesce lesso all'Iran, lasciando aperto il buchino del canale di Suez per farci transitare le barchette da guerra di Ahmadinejad.
All’opposto, nel paese di Ben Alì, dopo che si sono purgati di lui, i suoi cloni hanno dato qualche contentino, giusto per arrivare ridipingere facciata senza ristrutturare il palazzo, aspettando che memoria sbiadisca, allo "Scurdammoci ‘o passato, paisà!".
In Libia hanno mandato tante armi e soldataglie, che sembrano lo sbarco di Normandia, dell’ultima guerra mondiale.
I servizi segreti "Franco-anglo-stellineestrisce", già reduci dalla "babbata" - leggi "figura di merda" - delle rivolte che sono sbocciate all’improvviso, senza averle "annusate", nonostante le risorse corpose per dotarli dei più moderni strumenti di spionaggio, questi guardoni, dicevo, ancora oggi sono al vecchio sistema di ascoltare tra i muri con la coppa del bicchiere rovesciato e l'occhiata dalla toppa della serratura.
Dalla Libia, i coraggiosi rivoltosi, non c’hanno fatto avere ‘na mazza, d'immagini, delle tanto sbandierate stragi di civili;
solo eroici dei loro, che sparano ai piccioni con la contraerea e alle quaglie con i lanciamissili, che sono più marziali i nostri cacciatori, nella stagione dell’impallinamento dei pennuti, all’apertura delle riserve, dove questi bersagli piumati, ancora mezzo rincoglioniti dallo stare nelle gabbie, sono rilasciati per l’impiombatura.
Delle prime denunce di fosse comuni, si sono solo viste buchette sulle spiagge, che assomigliavano più a quelle che facciamo noi durante le vacanze, per le sabbiature.
Possibile che passino solo quattro filmatini con le solite pose plastiche di sparatori all’aria e di missileria che spara ai cammelli nel deserto e l’onnipresente combattente che ride, quasi a farsi vedere in televisione dalla mamma?
Ora, per segare un Gheddafi in piena riscossa, alle navi che sparano dal mare e sommergibili sotto, si dovrà aggiungere carne, che sbarchi e faccia come Dio con il popolo di Israele: ci cammini davanti per fare da apripista.
Niente di più facile che siamo noi, a dover "garrottare" il capoccia beduino.
Dopo quarant’anni di scopate con lui, ora noi - le sue "mogli" - dopo ave gliela data, gli tagliamo le palle.
Bello.
Non sarà perché Hulkozy, oltre alla Bruni vuole pure la nera, non uscita non dalla spuma del mare ma dalle trivelle, e se la vuole fare?

Nanozy, alla riscossa!


Io, secondo me...20.03.2011

giovedì 17 marzo 2011

Fatahssassini

Si, lo so: in Giappone c'è stato il terremoto;
ma quello passa con il vassoietto pieno di biscotti e caramelle, e li offre ai passanti.

Si, lo so: in Giappone, al terremoto, è seguito lo tsunami;
ma la vecchiaccia sdentata si sta servendo pure lei, di dolcetti.

Si, lo so, che in Giappone le centrali nucleari stanno facendo come il tappo dello spumante: saltano.
Ma anche il guidatore di taxi si è fermato, a prendere un frollino.

Lo so che in Libia si stanno scannando casa per casa, strada per strada.

Da noi hanno assassinato Yara;
e Livia e Alessia, le gemelline svizzere, "riposano in pace, non hanno sofferto": parola del loro papà suicida, Matthias Schepp.

Dovunque ti giri, un mondo "splatter", con "effetti speciali" di realtà quotidiana, lacera corpi umani, ne scalza interiora e schizza sangue, come la fontanella dei giardini pubblici.
Lo so.

Ma quei biscottini, distribuiti a cani e porci, ad ogni angolo di strada, mi fa imbestialire;
è quel far festa che mi rende idrofobo.
Quell'aria di normalità, quasi fossero amici degli sposi, che sono a fare il giro degli invitati, ad offrir loro zuccherini per addolcire un gioioso e santificato avvenimento.

Perché quelli stanno godendo per aver accoppato - tra gli altri - scientemente e volutamente, un bimbo di due mesi.
E due ragazzi, di undici e tre anni.

Padre e madre macellati, ma erano pericolosissimi "coloni", armati pesantemente, con badili, rastrelli, forconi, gerle, cestini e quanto di meglio possa offrire il mercato degli armamenti.

Fortuna ha voluto che di li passassero "eroici" combattenti palestinesi che, con sommo disprezzo delle loro vite, hanno avuto il fegato di affrontare il meglio delle forze armate sioniste e, dopo una lotta accanita, di riportare una inaspettata vittoria.
Ora, tornati nelle loro tane, hanno festeggiato con le pantegane di stessa fogna, distribuendo golosità per commemorare tanta sofferta lotta;
e saranno a mostrare superbe cicatrici di tanta maschia battaglia.
la fronte con il bitorzolo, per la pallonata tirata dal piccoletto di tredici anni;
la guancia segnata dal soldatino di piombo che aveva in mano il bimbo di tre;
il petto sporco di sangue, del neonato di due mesi, che l’ha imbrattato mentre la gola gli si apriva, aperta dal coltellaccio del prode palestinese.
Quei maledetti: più sono piccoli e più danni fanno.
Fortuna che la Palestina addestra bene i suoi militi.
La grandiosa battaglia, la località di Itamar di Samaria, il piccolo villaggio, resteranno a imperitura memoria: sulla fusoliera dei razzi, scolpito in quella stele, impressa in quelle colonne acciaiose, maestosi monumenti dell’arte e dell’ingegneria "palestinica", passerà ai posteri, nella lista d’epiche mischie, di lotte di titani, dei ed eroi.
Bisogna "liberare tutta la terra rubata ai palestinesi", dove "Israele è il nemico più abominevole che il mondo abbia conosciuto".
Due mesi...tre anni...tredici anni: che sollazzo, schiacciare degli insetti sotto le scarpe!

Dolcetto o scherzetto?


Io, secondo me...16.03.2011

martedì 15 marzo 2011

venerdì 4 marzo 2011

Il vello d’oro

Ai tempi di dei ed eroi bastò la peluria di un ariete, seppur d’oro, a convincere Giasone e compari a prendere il mare, sulla nave chiamata Argo: da qui la derivazione di argonauti, per i suoi passeggeri.
Che quel vello poi fosse magico, capace di volare, poco importa, quando il suo possesso legittimava un posto da re.
Il potere prima di tutto;
“Megghiu cumannari ca futtiri“: comandare è meglio che fottere!
Ma, se l’occasione permette l’una cosa e l’altra, meglio.

«C'è sempre gente che vuole trovare il pelo nell'uovo.»

Parole di Richard Lugner, 78 anni, re pure lui, ma del mattone austriaco.
Anche lui, ha voluto il suo vello d’oro: quello di Karima Rashida El Mahroug, meglio nota come “Ruby rubacuori”.
Regina del materasso, dove lo stendere pelo lo rende d’oro quando all’ariete oggi si sostituiscono stalloni.
E già, perché la Karima, di mestiere fa la “escort”, nobile marca, all’opposto rozzo di più volgare marchetta popolare, che varia a seconda del migrare regionale, passando da zoccola a mignotta, puttana e prostituta, troia, vacca, bagascia, battona e via andare, secondo i tanti passaggi attraverso il volgo italiota.
Poco importa, perché per talune la dignità ha consistenza d’aria, a confronto a carne da offrire a peso e per rendita d’oro.
Niente di scandaloso: come per un atleta dotato dalla natura, è sempre questione di muscolo, che si parli di polpacci, bicipiti, tricipiti, deltoidi, addominali o...patatine.

I tempi cambiano e le idee si fanno più chiare;
come sembra lontano quel ’76, quando i Matia Bazar ancora non conoscevano tariffario e cantavano:

“Per poterti sfiorare non so cosa darei / per un'ora d'amore non so cosa farei / e per un'ora d'amore venderei anche il cuore”.

Ruby l’ha sempre saputo e non è stato solo il cuore ad essere stato venduto.
Con quattro salti e poche frullate, s’è fatta una fortuna, tanto da permettersi ora di sputare su ben settecentomila euri belli belli;
dicasi sette-cento-mila...unmliardo-trecentocinquantacinquemilioni e trecentottantanovemila lirette del vecchio conio, e solo per un’intervista in esclusiva con Alfonso Signorini, direttore responsabile della rivista settimanale Chi, specializzato nella cronaca rosa, e del settimanale televisivo TV Sorrisi e Canzoni.

«Non posso perché io sono con il capo e lui mi dà 4 milioni e mezzo per restarmene zitta», dice all’amica.
“Papi”, il capo, sarebbe Berlusconi, reo d’averla usata per quello che è.

L’operaia della catena di montaggio è già tanto se ne vede 700, di euro.
Vita grama;
e talvolta capita pure che si debba concedere, al capo, se non vuole essere licenziata e finire sulla strada;
Per necessità.
Per disperazione non per scelta, come per le Ruby.

Ognuna ha da vendere cara la pelle: le Ruby se ne gioca un triangolino;
le poveracce, l’intera cotenna, nel rimediare il pane quotidiano.

Non so dove stia la dignità della donna, ma certo nessun Richard Lugner ha mai invitato le Marie Goretti, al ballo delle debuttanti, nel loggione d'onore della Staatsoper della capitale austriaca, nella romantica Vienna.
La Ruby si: ospite d’onore per l'Opernball, l'evento mondano più importante dopo il Concerto di Capodanno.
Visto la maestra, mi chiedo in cosa, saranno “debuttanti”, le giovin passerotte al balletto.


«C'è sempre gente che vuole trovare il pelo nell'uovo», chiosa il vecchietto.

Beh, un solo pelo nell’uovo no, ma il vellutato triangolo si!

E dopo tanto, diranno che sono io il volgare, nel mio parlare.


Io, secondo me...03.03.2011

martedì 1 marzo 2011

Allahrembaggio

Considerato alla stregua di un rubagalline;

poco male, se a prendere pesci in faccia fosse un qualunque Giuseppe di strada, un Beppe omologato, uno stampino da catena di montaggio dove, perso uno, come per la biancheria, c'è subito il ricambio.
Ma qui, si sta puntando in alto, anche con il mirino telescopico e il piombino in canna.
Il Giuseppe da impallinare, doveva essere il Joseph Ratzinger: ebbene sì, proprio lui, Benedetto XVI.
Il Papa visto come il lupo, che è entrato nella gabbia dei pennuti, portandosi via il pollastro che, come tutti quelli allevati da quel fattore, erano timbrati a fuoco, con il marchio della mezzaluna:
“Proprietà di Allah: chi tocca muore!”.
Come per i fili dell’alta tensione.
Magdi, Magdi...hai inguaiato mica male il benedett’uomo.
«Da oggi cambio: chiamatemi Cristiano!»
Anche quel “Cristiano” tra Magdi e Allam, ha fatto imbestialire ancora di più.
Decisamente a qualcuno la mezzaluna è andata di traverso e a voler metterci una croce sopra, neanche a parlarne!
«Copemo el Papa e po femo festa!
Beh, la frase l’hanno pronunciata in arabo ma, simile era alla dialettale veneta del “Copemo el porseo“, accoppiamo il maiale: uno dei tanti animali “impuri” a cui noi infedeli siamo assimilati, quando non cani e scimmie.
Tutti noi, compreso il Papa.
Bene: un gruppo dei tanti che vivono tra noi, perfettamente mimetizzati di giorno, lupi mannari la notte, una mandria di quelli, hanno pensato bene di farci un bel pensierino, di far fuori il Joseph.
Maestri di trasformismo, la faccia come il culo, eccoli a mettere in pratica la ”Taqiya” o ”Kitman”: mentire nell'interesse dell'Islam.
Peggio: mentire, gabbare far fessi, ma solo “Extra moenia”, fuori le mura della città;
con i tuoi, non farlo: permesso, anzi, classe di merito, verso gli infedeli, i miscredenti, figli degeneri di un dio minore, come bambine che giocano con la bambolina di pezza.
Cani, scimmie e porci: esseri inferiori, sacrificabili, carne da trita, neppure scelta.
Il disprezzo, è quello che più mi fa incazzare: quello che neppure tanto riescono a nascondere, verso noi e il nostro mondo.
Una rappresentanza di questi, eccoli, sfarinati tra Brescia e Trucazzano, nel milanese.
Il massimo della presa per i fondelli, lo smalto virginale se lo davano con il nome dell’associazione cui davano vita: “Giustizia e carità”.
Mascherati dietro attività caritatevoli, lavoro in fabbrica, casa e famiglia, erano a tramare nell’ombra, come ratti di fogna.
Imperativo era “vendicare le offese inferte all’Islam dagli infedeli”.
Viva lo stato islamico e la sharia.
Botte e pressioni, processi privati, ritorsioni, minacce per chi deragliava o troppo si faceva corrompere dagli usi occidentali.
Le donne, serve e trastulli;
i bimbi, al lavaggio: oltre che nella tinozza, anche del cervello;
corsi di formazione con esercizi spirituali, ad assistere a filmati e leggere allucinogeni e demenziali incitamenti al martirio.
Le une e gli altri, scoperti ad essere assenti e segregati nei loro alloggi, da indottrinare e educare, anzi no, “addomesticare”, perché rispondano come per i cani di Pavlov: per riflesso condizionato.
Scuola di pensiero, addestratori di futuri bracci armati, fomentatori e aizzatori d’odio, di rabbia reattiva contro il mondo che li ospita e da loro modo di sfamarsi, ma non da amare;
una mano da mordere, all’occasione e nell’opportunità.
Una soffiata, la scoperta del taccuino dell’ex imam di Montichiari, Houammadi Lahoucine - indagato per abusi sulla figliastra, di 10 anni! - ha scoperchiato una tana di scarafaggi.
“Odiamo cristiani e crociati: non permetteremo che i nostri figli condividano le abitudini degli infedeli. Per questo, è lecito uccidere!”
Cellule dormienti: come questa, se ne sono già individuate una cinquantina, ma sono solo la crosta sul lievitato.
Bendetto XVI...glie l’hanno giurata, a lui, che ha osato portarsi in casa il Cristiano;
quel Magdi Allam che vorrebbe creare un famigerato ”Ministero dell’identità nazionale”.
Che dovrebbe alzare i pilastri dell’integrazione, sostegni dei valori nazionali e delle regole di cittadinanza.
Doveri, per generare diritti e non figli unici i secondi per lasciare orfani i primi.
Impara la lingua, perché io ti possa capire;
e tu mi capisca.
Conosci la mia cultura, dimostrando rispetto nell’essere ospite in casa mia, dove giusto che siano le mie, di leggi, a dirigere la sinfonia dell’orchestra;
altrimenti, come sei arrivato, ritorna da dove sei venuto: il tuo disprezzo non mi appartiene, ma la terra dei padri, dei miei avi, sì!
Io ho mie leggi, usi, valori e regole; questa è la musica: se non vuoi ballarla, smamma!

Solo i ladri, i corsari e i pirati vogliono diversamente, l’essere padroni delle cose altrui e per questo assaltavano e derubavano del lavoro d’altri.

Allahrembaggio!?


Io, secondo me...01.03.2011

venerdì 25 febbraio 2011

giovedì 24 febbraio 2011

ECOzzate dal mondo

Vignette sataniche



Caro Beppe

"Frecce tripolori". Sinceramente non mi sembra di ottimo gusto fare una vignetta scherzando su un massacro di mille morti. Non si può scherzare su tutto. Vedere Gheddafi che in un'atmosfera allucinata e allucinante promette urlando tra le macerie del suo palazzo di schiacciare la rivolta (sembrava Hitler nel bunker di Berlino), e sentire il numero delle vittime arrivato a mille, sentire gli stessi diplomatici libici che parlano di genocidio, mi ha lasciato ben poca voglia di scherzare.
Credo che questo argomento vada trattato con la massima serietà. Si poteva ridere del colonnello quando veniva a fare i suoi show in Italia, prendendo allegramente Berlusconi e tutta l'Italia per il naso. Oggi Gheddafi non mi fa per niente ridere, mi fa solo paura e ribrezzo. Mi fanno persino schifo quelli che pensano al gas e al petrolio, anche se non sono certo contento delle ripercussioni economiche, che però passano in secondo piano davanti ad una tragedia umana di queste proporzioni. Ma si sa, e lo dovevamo sapere anche noi: la farina del diavolo va sempre in crusca.

Autore: Andrea Sartori

martedì 22 febbraio 2011

Di sputandum

Il mondo sta andando a ramengo;
dal nord Africa a tutto il medio Oriente sta bruciando una miccia che, sempre più, si avvicina pericolosamente alla polveriera.
Si capisce chi va, ma non chi viene e, se va male nel cambio, saranno cavoli amari, per tutti.
Sino ad ora si era convissuto con tipetti affatto raccomandabili, spesso veri e propri delinquenti e bulletti di quartiere, padri-padrone che amministravano e correggevano direzione e derive delle masse con nodosi bastoni.
Ma hanno tenuto: per decenni quei tappi naturali hanno frenato fuoriuscite, che non sempre promettevano bene e rendevano briosi, come lo schiumare dello spumante.
Mubarak arrivò dopo l’assassinio di Sadat, in quel 6 ottobre 1981.
Il poveretto, accoppato senza cerimonie, commise un errore fatale: firmò un trattato di pace con Israele, che garantì sì decenni di pace, per l’Egitto ma, in un mondo di idioti, che considerano la vita donata da un Dio buono come e vuoto a perdere, quello fu tradimento.
Per l’Egitto e il resto del mondo, invece, un periodo d’oro, di stabilità.
Mubarak, il “Faraone”, di cappellate ne fece molte, certamente e il suo braccio, come la mano, non ebbe mai ricopertura neppure di guanto di velluto, sul guscio d’acciaio.
Avendo a che fare con “fratelli” e pure “musulmani” che, anche se li lisci per il verso giusto, comunque ti scannano e facendo tesoro della fine del predecessore, certo non aveva visione ottimista, di come potesse attecchire la “democrazia” nel paese.
Giusto...sbagliato: chi lo sa?
Dalla cattedra, la teoria di chi insegna funziona sempre.
Gheddafi.
Brutta bestia.
Arriva da lontano: da un colpo di stato dove, il 26 agosto del 1969, ribalta un re e poggia proprie terga sul di lui scranno.
Pur poi rinunciando ad ogni carica politica, riamane l'unico leader del paese, con l'appellativo di "guida della rivoluzione".
C’ha pure il suo “Mein kampf” personale: un bel “Libro verde”, pubblicato nel 1976, dove espose, in maniera più organica, i suoi principi politici e filosofici, il “Gheddapensiero”;
con quel bel colorito, affatto pallido, riverberato nella bandiera libica, voleva richiamare il bel mantello che avvolgeva Maometto.
Dapprincipio fece le cose in grande: nazionalizzò la maggior parte delle proprietà petrolifere straniere, chiuse le basi militari statunitensi e britanniche, innalzò il salario minimo, la possibilità per gli operai di partecipare alla gestione della loro azienda;
alcolici nisba, in ottemperanza al precetto islamico, la chiusura dei locali notturni, la restaurazione della Sharia, la legge religiosa che deriva direttamente dal Corano e dalla Sunna.
Per lui, rifiutò inizialmente il lusso, dormendo sempre in una base militare di Tripoli.
L’apoteosi: gli sberloni alla popolazione italiana, che ancora viveva nella ex colonia, culminate col decreto di confisca del 21 luglio 1970, emanato per "restituire al popolo libico le ricchezze dei suoi figli e dei suoi avi usurpate dagli oppressori".
Un prova muscolare che ha sempre attecchito positivamente, nel rancoroso brodo di fondo del pensiero arabo, tanto pronto a fare bauscia quando batte, a pigolio quando bastonato.
Gli italiani furono privati d’ogni cosa, ridotti in braghe di tela e costretti a lasciare il Paese entro il 15 ottobre del 1970.
Da allora, ogni 7 ottobre in Libia si celebra il “giorno della vendetta”, l’aver preso a pedate nel culo e sbattuto a mare 20.000 coloni italiani.
Seguirono giorni grami, dove il tipo, esaltato e con manie di grandezza, appoggiava ogni terrorismo, arrivando a metterci del suo: una bomba.
Il 21 dicembre del 1988 esplodeva un aereo passeggeri sopra la cittadina scozzese di Lockerbie: perirono tutte le 259 persone a bordo oltre a 11 cittadini del posto.
Quel che non poterono le bombe di Ronald Regan - due anni prima, con il massiccio bombardamento, da cui rimase fortunosamente indenne - lo fecero le sanzioni, un embargo che lo ridimensionò, oltre a lasciarlo in mutande, facendolo tornare a più miti consigli, sino a riportarlo nell’orbita nostra;
certo, uno stronzo era e tale è rimasto, ma ha tenuto assieme un paese altrimenti fatto da miriade di realtà tribali che, se lui sparisse di colpo, sarebbero a girare ognuno per proprio conto;
se non peggio: diventare satelliti del nuovo mondo, destinato a coagulare con l’integralismo più spinto.
Un secondo Afghanistan talebano.
Certo, girandoci attorno non abbiamo di che star tranquilli: i mercanti che ci possono vendere quanto di cui abbiamo bisogno, per lo più, sono briganti, ma hanno possesso del pozzo dell’acqua.
Possiamo fare come la cavalleria polacca, contro i carri armati tedeschi e scrivere una bella pagina di storia;
magari ci daranno pure la targhetta commemorativa ma, da morti, col cavolo che ci riuscirebbe di far passare i nostri principi.
In fin dei conti, pur di non scomparire e far la fine dei primi e genuini cristiani, in pasto ai leoni, pure un
Pio “Ics, I, I”, il dodicesimo, girò la testa dall’altra parte, facendosi comodo nel non vedere gli ebrei dei campi di concentramento entrare nei forni crematori ed uscire in fumo, dai camini.
Occhio non vede, cuore non duole.
Sei milioni, più valore aggiunto, come zingari e testimoni di Geova, morirono rinnegati da Pietro, dove neppure il gallo riuscì a cantare tre volte, perché anch’egli finì arrosto.
Taluni sono a giustificarne azione: il denunciare a Urbi et Orbi io sterminio, avrebbe potuto voler dire il vedere pure il porporato, quando non il Papa stesso, dietro il filo spinato.
Ingenui veramente, quei primi cristiani, che invece si fecero vanto di entrare nella lista del pasto di famelici gattoni.
Ma forse, come nel gioco degli scacchi, da pedine, fecero gioco loro assegnato, quando il re, invece, va difeso.
E poi, diciamocelo...papale papale: sotto sotto, gli ebrei - figli degeneri e deicidi - facevano ancora schifo e una bella disinfestazione ci voleva.
Come oggi, ancora, dove pure c’è chi lo dice e lo scrive apertamente, ma tanti ancora sono a voltare testa, quasi a voler dire che sono solo ragazzate, goliardia “Hamasbollhana” pura, smargiassate da Bar Sport.
Bene, ad esser pio, pure io do il mio pronostico, e scommetto sul finale di partita che si sta giocando e sta infiammando il mondo.

“Ics, I, I”

Ma sul “Beppepensiero” fatelo: non vige la regola che non lo si debba, su quelli di ognuno, secondo il “latinorum” del “De gustibus non disputandum est”, non si può discutere sui gusti personali, in senso lato, sulle opinioni.

Del mio, bastonate pure, ma non si perda il”di” per lasciare solo arma da getto: lo “sputandum”.


Io, secondo me...21.02.2011

frecce triPolori

domenica 20 febbraio 2011

L'amico degli animali


Putin, Gheddafi...con il petrolio e il metano ci tengono per le palle.
Manca pooco che, per aver sottolineato quanto ipocriti siamo, stia per passare come loro estimatore;
allora, tagliamo i ponti: con loro, con l'Iran di Ahmadinejad, con la Cina e con tante dittature e dittatorelli che ci sono compagni di banchetto.
Si abbia il coraggio di tagliare oileodotti e gasdotti che ci affrancano a quelli.
Poi aspettiamo, a vedere come la cavalleria di Don Chisciotte attacca i carri armati.

giovedì 17 febbraio 2011

Con Cita

«Coo-coco-cooooocoooo-cooocorita!»

La Con Cita, la sciura De Gregorio, dal trespolo dell’Unità, ha profetizzato che, nel un futuro appena dietro l’angolo, una generazione di giovani diverrà cieca, per il troppo darsi al peccato del piacere solitario!»

Ci siamo: il Silvio, oltre a dover temere le sue, di manette, pure si deve preoccupare di quelle che fanno i ragazzini, a causa sua.
Tanto per capirci, nel gergo dialetto-popolare, “manetta” indica l’atto privato e manesco con cui, stringendo asta nel pugno, si procede all’avviamento del sistema “biella-manovella”;
e qualcuno non sia a dirmi che, di quanto ho detto sinora, non c’ha capito una sega!

«I ragazzini più piccoli leggono i quotidiani di questi giorni come fossero giornaletti porno. Si assiste a scene in cui, nelle scuole medie, i bambini portano il giornale in bagno e si leggono i verbali come fossero una prima lezione di educazione sessuale!»

Caspita, Con...Cita: neppure Tarzan sulla liana aveva tanta presa.

Ora che la vista mi fa difetto, penso ai tempi della paginona pieghevole, all’interno di Playboy, dove ancora, non avendo afrodisiaco magistratorio, il Viagra della toga, ero ad utilizzare surrogato, in quel misero e patinato interno, dove la bella del mese faceva bella mostra di vellutata patatina a me, la bestia, voglioso e bavoso sporcaccione.
Com’ero - com’eravamo - ancora barbari.
Il paginone dei tempi moderni, inframmezzato tra le carte processuali, ha tirato fuori pure un ...Manifesto a fisarmonica: quello della Ilde Boccassini, “scoperta” in un anfratto, uno sgabuzzino del Palazzo dei parrucconi, a giocare al dottore o, come ufficialmente trascritto “ [...] in atteggiamenti amorosi con un giornalista di Lotta Continua”.
Beh, la lotta c’è stata: e pure continua, visto l’intenso brillamento a luci rosse.
Chissà di quante diottrie sono oggi, le lenti dei suoi occhiali.

Bando alle malinconie e agli anacronismi dei miei tempi.
Oggi i “ragazzini nelle scuole medie” ne sanno - ne fanno - una più di Selen e Rocco Siffredi.
Cara Cita: non sono più quelli dei tempi tuoi: nei bagni della scuola non ci portano la "Ildepornotoga" o la "Silviotrombata".
Ci vanno con la - o le - compagne che, diversamente dalle “stagionate” Ruby o la Iris che la danno a mille al grammo o per carato, si accontentano di una ricarica telefonica o, le più viziate, una borsetta o un giubbetto.
Il prezzo dei tartufi, le prime, quello delle mele le seconde.
Cara Cocorita, i ragazzini le pagine dei giornali che dici, in bagno le portano perché manca la carta igienica;
il resto, diversamente da te che ancora leggi i romanzi rosa di Liala, potrebbe essere materia d’aggiornamento per quelli come noi, che vanno dall’oculista.

Ancora: guarda che quelli come me, che sono “vicini al Premier”, non sono “italiani incapaci di comprendere la realtà e reagire”, o “servi del padrone”, “valvassori” o “utensili”;
semplicemente, ne abbiamo i c...alzoni pieni di gente come te, palloni gonfiati, autoreferenziati, narcisi e petulanti nel voler continuamente cantare la vecchia canzone del “Migliore”.
E neppure degli idioti, come berciato dal quella che fu soprannominata pantera ed ora pantegana di Goro: la Milva.
Senza continuare ad elencare il resto del “bestiario di razza”, con il “pedigree” del fighetto a Denominazione d’Origine Controllata e Garantita che, anche quando bastonato dalle urne, dal voto democratico e maggioritario, continua nel tronfio gonfiare petto tacchinesco:
«[...] siamo minoranza nel Paese, ma maggioranza nella «parte più acculturata, tra gli italiani che leggono libri e giornali.»

Noi, che invece scendiamo dagli alberi per andare all’edicola, ci accontentiamo dello sbircio di quel piacere animale. Che porta poi alla cecità.

Dai, alla fine, io Con Cita stiamo come a nozze: compagni di merende, in questa Repubblica delle banane!


Io, secondo me...16.02.2011

martedì 15 febbraio 2011

WOPR

Ben Ali, Mubarak, Gheddafi, Bouteflika, Ahmadinejad, Putin, il dragone cinese: a guardarsi in giro, pare che la democrazia sia una bestia in estinzione, confinata nella riserva, nel ristretto giardino di casa nostra, da tenere alla catena, come un cane;
certo, messi tutti assieme, fatto l’appello, non c’è da stare allegri e quelli che ho nominato sono come la crosta di una lievitata pagnotta;
non erano e non sono paladini della giustizia o illuminati reggitori di popoli e genti, quelli che rispondono alla conta.
L’un per l’altro sono padri-padroni, che considerano la gente come popolo bue: da bastonare senza pietà quando, menato al pascolo, non segue la retta via.
Ben Ali, Mubarak, Gheddafi erano e sono incrostazioni decennali, per i rispettivi paesi;
ma ci abbiamo pasteggiato assieme;
Putin tiene il rubinetto, la tettarella da cui succhiamo quel gas che scalda i nostri inverni e Gheddafi, oltre a questo, pure il petrolio, oltre a commesse lucrose: il tutto a permetterci di girovagare con le nostre macchinine, a far funzionari centrali, a tenere il culetto al caldo, quando la stagione ghiaccia, e tanto altro.
Possiamo fare a meno dei sigari di Cuba e, avendo altro fornitore, pure del venezuelano Hugo Chavez che, di fatto, fa emanare leggi che paiono il vestito del sarto, quello su misura, che arrotonda spigoli, asseconda curve e rotondità, cancella i difetti.
Forse che a Myanmar, l’ex Birmania, si sta meglio?
Come ai tempi del genocidio in Ruanda, tra Hutu e Tutsi, quando si scontrarono due opposte realtà, a colpi di machete;
si assistette alla macellazione come al cinema: godendosi lo spettacolo mangiando, con Popcorn e Coca-Cola.
E non fu una cosetta da bruscolini: più di 3 milioni di morti!
Ma dal Ruanda non ci arrivava nulla e quindi, non incidendo sulle nostre abitudini, sul nostro stile, sulle usanze, sul “comodoso” tran-tran quotidiano, ci fregava ‘na beata mazza.
Interessano a qualcuno gli Uiguri, etnia turcofona e minoranza islamica che vive nel nord-ovest della Cina, torchiati e presi a calci nel popò dal nuovo padrone dei mercati?
E del Tibet, occupato e colonizzato dai cinesi che ora, con la poderosa ferrovia che arriva sin nel cuore di quel vecchio paese, ci porta carriolate dei suoi, a cancellare con il tempo e il numero, gli sfrattati e veri padroni di casa?
Mica sono i palestinesi, che se non gli mandi palanche e soldoni, ti vengono a mettere le bombe in casa.
Lontani dagli occhi, lontani dal cuore;
Siamo nella realtà del “Do ut des”, io do affinché tu dia.
Senza contropartita, nisba!
Come per le targhette appese dietro la cassa, in bar e ristoranti: “Qui non si fa credito”.
Ben Ali, Mubarak, Gheddafi, oltre a dare stabilità politica all’area loro, rendevano, anche in termini di soldi, che saranno pure lo sterco del diavolo, non il tutto della vita ma, per sicurezza, “Melius abundare quam deficere”, meglio abbondare che scarseggiare.
In ogni dove del mondo islamico si assiste alla caccia e alla cacciata dei Cristiani;
non è un fenomeno circoscritto, ma un’orchestrazione perfettamente diretta.
Tolta la scheggia nell’occhio, cioè Israele, l’islamismo potrà guardare lontano e non più lacrimare.
Riuscendo a coagulare - anche a costo di resa di conti tra fratelli - una massa, su un collante comune e antichi splendori, di fede, ricchezza e potenza, ancora saremo a gridare “Mamma, li turchi!”.
L’Afghanistan è un pantano, il Pakistan traballa, ma ha ricca dote di atomiche;
il Libano ha le metastasi, e Hezbollah ne è il tumore aggressivo e in crescita esponenziale.
Hamas, armata fino ai denti, muscolarmente tiene il suo gregge sotto tiro.
La Turchia è persa, quando ad Erdogan gli è riuscito di decapitare l’antico guardiano: quell’esercito che, da Ataturk in poi, è sempre riuscito a tenere fuori dai giochi quella religione che ora sta riacciuffando il tempo perduto, ed entra a gamba tesa, pesantemente e condiziona la vita di ognuno, nello scorrere quotidiano.
Ben Ali, Mubarak...se il vuoto non sarà presto coperto dal vecchio adagio gattopardesco, del “Tutto cambia affinché nulla cambi", sarà occupato dai Fratelli Musulmani o simili e nessuno fermerà più il crollo del castello di carta.
Yemen ad Al Qaeda, Giordania certo non ad anime belle;
e non si crederà mica che l’Arabia Saudita, con i suoi principi gaudenti e inetti, resti in piedi, sotto i colpi di un giro di purga “Corallahnica”?
Davanti a questo sconvolgimento apocalittico, ad un mondo di gelatina che traballa, sta circolando una bufala, una balla colossale: dietro a tutto ci starebbe il genio di Obama!
Magari è un refuso: qualcuno voleva dire: Osama.
Già, perché se così non fosse, Obama non sarebbe un ciula, ma pure cretino, che ha iniziato a schiacciare i bottoni di “WOPR”, pensando che fosse il Risiko.
Nel film “War Games”, il ragazzino protagonista, David Lightman, riesce fortunosamente a collegarsi al Pentagono, con “WOPR” (War Operation Plan Response: Responso del piano operativo di guerra), una forma di intelligenza artificiale in dotazione all’esercito, programmato per giocare numerosi giochi di guerra, compreso uno denominato “Guerra termonucleare globale”, per rispondere ottimamente a qualsiasi attacco nucleare nemico possibile.
WOPR comincia a fare funzionare la simulazione sullo schermo principale a NORAD, con l’antagonista David, che figura essere l'Unione Sovietica all’attacco, con i suoi missili.
Peccato che WOPR non distingue tra realtà e fantasia, ed inizia veramente a caricare i codi ci di lancio per rispondere all’aggressione, ma i missili sono veri!
L’espediente finale, per far capire alla macchina che il gioco non vale la candela (quella da cui dovrebbe ripartire l’umanità, se la cosa fosse andata a mal fine), fu quella di far intraprendere in contemporanea, a WOPR, il gioco di tic-tac, quello della griglia di nove caselle, che se riesci subito ad occuparne quella centrale, mai sarà possibile fare filotto, ovvero, combinare tre simboli tuoi contro l’avversario, e vincere la combinazione di metterne tre identici in fila o in diagonale.
Nessun vincitore.
WOPR tenta inutilmente tutte le combinazioni, assorbendo sempre più energie da questo, a scapito del lancio di missili.
Arrivato a capire che è inutile, termina con saggezza e, con voce metallica esclama:
«Strano gioco: l'unica mossa vincente è non giocare...David, facciamo una partita a scacchi?»
Grande WOPR!

No, Obama non è dietro il sacrificio di pedine: caduta una, poi due, abbozza, fa la faccia intelligente ma non ha capito ‘na beata fava di quello che sta accadendo sulla scacchiera mondiale, abituato in casa al gioco dell’oca.
Ancora peggio: sta improvvisando, vivendo alla giornata nel tentativo di parare i colpi di tanti attori veri, che lo stanno riempiendo di botte come un sacco da boxe.
Sta ancora tentando di vincere al tic-tac, quando chi è partito ha già messo il pallino al centro.

Ma lui non ha l’intelligenza di WOPR.


Obama non è WOPR, purtroppo.

Ma forse sbaglio: io leggo - lo ammetto - solo la stampa provinciale, non quella in inglese e il surrogato, si sa, non ha il sapore dell’originale.


Io, secondo me...15.02.2011

Cinghei

“El var men de cinghei”;

nel dialetto meneghino: vale meno dei cinque centesimi dei nonni, delle equivalenti misere lirette di una volta;
è misura di qualcosa che non ha valore, anche se, come la piccola monetina da smessa divisa, apriva la lista del soldo dell’Italia nostra, prima dell’Euro.
Come l’infimo centesimino d’oggi, non ci fai nulla: più facciata che sostanza.
Inutile zavorra, da mettere nel salvadanaio, in un cassetto o da dimenticare nei pantaloni che, quando te li togli, ti accorgi di lei perché scappa dalla tasca e rotola negli angoli più malagevoli, spesso per rimanerci, visto la perdita irrisoria.
Per una nullità, nessuno si disturba: non vale la pena di sprecare energie, di metterci più di quanto ritorna.

“Cinghei” Obama è tutto questo: una nullità, ma ci si è accorti tropo tardi per impedire che provochi più danni di quanto siano i vantaggi, bella facciata, ma senza “vuoto a rendere”.
Disgraziatamente, all’opposto dello spicciolo, il bamboccione lo si deve tenere: come andare a nuoto con un’incudine al collo.
Prodigioso maestro nel gonfiare immagine e vendere fumo in patria, gran piazzista nel collocare panacea per tutti i mali, dai calli all’agonia eccolo a tracollare, appena scende dall’albero delle banane dove l’arrampicarsi non è come sui vetri.
Fuori dalla gabbia, dove trova facili noccioline, nessuno ormai gli elemosina, non dico cinque, ma neppure la lira dei nonni.
Gli Ahmadinejad, i Nasrallah, i Bashar al-Assad, gli Osamabinladen, le bande “Hamasbollah” ridono di lui come di un comico, un “ridolini”, un pagliaccio da circo, cui basta la faccia per destare ilarità;
alla “signorina” Obama al massimo concedono una sveltina, una consumazione veloce prima di tornare al lavoro, su cose più importanti. Cose da uomini.
Sullo scacchiere mondiale, all’appoggio di palle di toro, il nostro ci contrappone nocciolini di ciliegia.
Con imprudente atto di fede, con ingenuo ottimismo e inopportuna fretta, dando credito su speranza, si è pagato in anticipo per prestazioni che, alla verifica sul campo, si sono rivelate come l’ossobuco: abbiamo sia l’osso che il buco; ciccia, niente. Punto e basta.
Come ad avere pagato per intero importo qualcosa che esisteva scarabocchiato sulla carta, per un sogno nato e morto sulla pagina.
Premio Nobel per la pace; e non aveva ancora imparato a camminare, figuriamoci il correre.
A vederlo oggi, pare un ubriaco che sbanda e ondeggia, dopo una ciucca clamorosa.

«La democrazia regnerà sicuramente da oggi in poi, in Egitto!»

Dopo quarant’anni l’America, il Barack, si accorge di avere appoggiato un paese che aveva solo un piccolo difetto: una manchevolezza piiiiicccina piiiiicccina, un puntino nero, un vezzoso neo che, invece di deturpare, rendeva ancor meglio la bellezza con le zinne a piramide.
L’insetto stecco si è svegliato in ritardo, come al solito, quando qualcuno dei suoi gli ha fatto capire che, lungi dal galleggiare di sempre, ora doveva cavalcare l’onda, togliere la sedia da sotto il culo e rinnegare quello con cui consumava tarallucci e vino. L’amico di ieri, quell’Hosni Mubarak, rais e padre-padrone del paese delle piramidi, ora che è azzoppato, va lasciato al branco, perché lo divori quando, poco prima e per quarant’anni, era il “fidato” amico dell’America, uno dei privilegiati interlocutori, a cui si stendevano tappeti d’oro e si davano leccate politiche con lingua lubrificata a bava.
O’babbeo inumidisce l’indice, lo alza in alto, sente da dove tira il vento e lascia la vecchia carcassa, ormai pasteggio per avvoltoi e incomincia un altro lecchinaggio, arrivando a paragonare la battaglia dei manifestanti di piazza a quella di Gandhi e Martin Luther King.
Un ipocrita doppiogiochismo, talmente evidente da fare schifo, ributtante, tanto da far ribrezzo anche ai nemici, quelli che possono anche odiarti ma, ancora peggio, quando non ti rispettano, perché chi tradisce una volta lo farà ancora.
Per Giuda: è solo questione di (dis)prezzo!!
Gli “alleati” di quello spicchio di mondo sono avvisati: al bell’abbronzato piace vincere facile, altrimenti abbandona il giocattolo e ne cerca altri.
L’immagine trasmessa è quella di un uomo senza spina dorsale, non per l’aver dovuto giocoforza ingoiare il rospo, ma per come lo ha fatto.
Senza dignità, passando in corsa da una cavalcatura all’altra, lasciando il vecchio ronzino agonizzante.
I vecchi bizantinismi della politica occidentale, i compromessi al soldo d’ogni opportunismo disgustano quel modo di pensare del mondo mediorientale, dove vige una forma più diretta del rapporto, senza sfumature di grigio, tra il bianco e il nero.
Quel che si è visto denuncia solo un grave difetto, dell’occidente decadente in genere: l’inaffidabilità.
Ahmadinejad si sente e si crede investito del compito di guida, per quell’area geografica, più e meglio di Bin Laden e la sua Al Qaeda, costretto a fare il fantasmino il primo e creatura dell'ombra la seconda.
La palla di pelo, il nano iraniano gioca alla luce del sole ed è pieno di missili, più che un istrice di aculei;
e la bomba atomica, se non ce l’ha ancora, manca poco.
Hamas e Hezbollah - lo statuto loro e il dire insegna - senza mezzi termini sono a predicare e minacciare, non la scacciata, ma lo sterminio di ogni ebreo.
E i loro pungiglioni non sono meno di quelli del Mahmoud di Teheran.
Bin Laden, o il suo evocato medianico, sono a dire un giorno sì e l’altro pure, che il nostro è un mondo decadente, un frutto più marcio che maturo, pronto a spiaccicarsi a terra dalla pianta e a lasciare che siano i fiori di Allah suo quelli che un giorno sbocceranno, al posto del putridume di prima.
L’effetto domino, il crollo dei castelli di carta che ha cominciato a manifestarsi, partendo dalla Tunisia spazzando via Ben Alì, ha proseguito con la ritirata di Mubarak;
Come per lo sbadiglio e il raffreddore, è contagioso.
Alla prossima che sgrana, si squagliano le perle del rosario!
L’appetito vien mangiando: ancora di più se non si ha pane e si va all’assalto dei forni.
Una mandria impazzita spazza ogni cosa che incontra.
La prossima?
Algeria, Libia…Yemen, poi Marocco, Giordania.
Se salta la polveriera, l’Arabia Saudita e i suoi ambigui signori andranno a carte quarantotto.
Da una parte, manovalanza disperata, massa che spesso vive miseramente, all’ombra di signorotti ricchi, viziati, capricciosi e corrotti;
ottimo materiale per chi ha motivazione, fede, determinazione, certezze, un dio in cui credere e servire.
Dall’altra, il nulla.
Un’Europa, l’intero sistema occidentale, uniti solo per il portafoglio, con un dio emarginato, spesso irriso, da tenere fuori dalle cose di Cesare;
di lui non si ha più timore, devozione, stima: è allontanato, respinto, tenuto a distanza.
I mercanti vogliono solo stare tranquilli: vendere e comprare per diventare sempre più ricchi.
Le guerre le facciano gli altri e quando, è solo nel tenere quei fastidiosi pezzenti lontani dalle bancarelle, rognosi anche nel raccogliere le briciole.
Chi ha la pancia piena cerca un posto tranquillo per la digestione e la pennichella, dove anche parcheggiare il sonno della ragione.
Cartagine crollò quando i suoi cittadini smisero di essere soldati, alla bisogna;
lo stesso per la grande Roma, morta nel rutto, quando sommersa dagli affamati “barbari”.
I nostri sogni sono finiti: non c’è più nulla in cui credere, per cui combattere o morire.
Polli in batteria: quando finite le uova, si va direttamente in padella.

E nessuno spenderà per noi un centino o una lira.

Neppure…Cinghei!


Io, secondo me...14.02.2011