venerdì 26 agosto 2011

Quartiere Pisapia


...e chi non la pensa come me

L'ipocrisia degli anti-Gheddafi...

…che otto anni fa esultavano per l’analoga fine di Saddam. I guerrafondai di ieri pacifisti di oggi, una delle marce indietro più risibili che abbia mai visto. I patti con la Libia furono uno schiaffo inimmaginabile a quei poveri cristi nostri connazionali che dal beduino si videro rapinare tutto. Alcuni finirono a fare i barboni sotto i ponti, alcuni si suicidarono. Interessa? No.
Nel 2008 ebbi modo di parlare con una italiana cacciata dalla Libia. Donna di centrodestra, in quel momento avrebbe cavato gli occhi al satrapo di Arcore, al traditore dei liberali, al cane di tutti i dittatori arabi (già lo denunciò Oriana Fallaci ne “La Rabbia e l’Orgoglio”.Patti con al Walid. Ma noi, fessi, abbiamo continuato a dargli il voto).
Dopo i baciamano, le lezioni di Corano, i “liberali” (liberali dove? Dove? A parole) che non vedevano l’ora di appendere Saddam proni dinanzi ad un uomo peggiore di Saddam, i millemila miliardi per danni coloniali, gli italiani cacciati trattati come patetici rompiscatole che non portano “danee”, non posso che provare una gioia feroce nel vedere quel criminale rovesciato dalla sua stessa gente, fuggito nella stessa maniera ignobile con la quale tentò la fuga Mussolini (da lui usato in maniera propagandistica per dire che gli italiani sono “tutti fascisti”).
Inostri politicanti possono essere definiti col medesimo termine spregiativo col quale Napoleone definì gli inglesi “Bottegai”. Altro che destra, altro che Prezzolini, Montanelli, Mishima, senso dell’onore… “bottegai”. Oggi imputano a Sarkozy le bombe, quando otto anni fa davano del pacifinto a Chirac e inneggiavano alle bombe americane. Quindi ci va un’aggiunta “bottegai ipocriti”. Otto anni fa i “pacifinti” erano amici del dittatore. E ora? Ci sono dittatori che vanno bene e altri che vanno meno bene (tra l’altro, Aisha Gheddafi difese Saddam come avvocato. Tra l’altro, il tanto esecrato Chavez resta, assieme ai berlusconiani, l’ultimo a difendere Gheddafi)?I dittatori meritano tutti la stessa fine. Certo,mi piacerebbe vedere anche i mandarini di Pechino o il nuovo Soviet di Mosca fare questa fine, purtroppo sono forti (anche se la fine di Gheddafi li indebolisce). Ma ora guardatela, la vostra realpolitik.
Gheddafi minacciava di islamizzare l’Europa, Saddam no. L’ipocrita massone “difensore delle radici cristiane” avrebbe tranquillamente eretto minareti a San Pietro in nome dei suoi “danèe”. Ha lasciato tranquillamente che catechizzasse delle ragazze che, essendo precarie (grazie per quello che avete fattoper i giovani, vecchi delinquenti), erano costrette per racimolare due lire, a “prostituirsi” al nuovo Maometto.
Ma il mio pensiero va sopreattutto a quegli italiani distrutti da Gheddafi, ignorati per ragioni economiche. Siete vendicati, alla faccia degli Agnelli con la evve moscia, dei bottegai di Arcore, degli antislamisti a intermittenza (cioé Hamas e gli immigrati sono bestie perché non hanno “danée”, Gheddafi va bene perché ha i “danèe”) e di tutti quegli gnomi che hanno fornicato con questo satrapo terrorista e col suo clan delinquenziale. Sarò pieno di odio. Sì, odio Gheddafi, e odio tutti coloro che gli hanno permesso di essere,per qualche anno,l’effettivo padrone del nostro Paese.

Andrea Sartori
24 agosto 2011

Le bombe del bamba



«Ehi, Cristina, mi porti i Popcorn e la Coca Cola, per il rutto libero?»

Bello spaparanzato sulla poltrona buona, quella con il poggino per i piedi, mutandoni ascellari, ciabattine aperte e canotta arrotolata sull’ombelico, eccomi in postazione;
telecomando in una mano, il simbolo del potere casalingo, il tramezzino nell’altra e il ventilatore piazzato, che spara a soffitto e spande l’aria sulla cocuzza pelata...ecco: accendo il mostro, che oziava con la lucina rossa ammiccante e il ronzio di sottofondo che pare fusa, brontolio di gatto;
quello risponde e si dichiara pronto, con un breve e squillante “bling-blong”.
Spalanca l’occhione suo, sbatte, s’aggiusta i colori e apre la finestra sul mondo.

«Dai, moglie, svelta, che comincia e non voglio perdermi lo spettacolo!»

Agito i fianchi e la pancetta per meglio assestare la ciccia, tra cuscinetto e schienale.

Bum bum! Ratatatatam...patasbim, patasbem...pum, pum!

«E abbassa il volume, accidenti! Ma c’hai proprio il cervello in frolla: sempre a guardare film di guerra!», mi rampogna la compagna.

Ignoro l’impudente entrata a gamba tesa e la fastidiosa litania.
Affondo la mano nel pentolone del riso soffiato, come la benna di uno scavatore nel terreno; abbranco una manciata di quella pastura e ingoio dilatando le guance come quelle del pitone, quando ingoia qualcosa più grande della bocca.

Badabam...badabum...badabin, pem, pem pem!

Le canne dei mitragliatori sparano fumo e fiamme, le bombe piallano, scoperchiano, frammentano, sbriciolano interi muri, mentre qua e la cenci fumanti segnano il posto dove prima ci stava chi li indossava.

Sparo di mio un rutto pazzesco, che anche lui si riverbera e fa tremare i muri.

«Moglie, tu non capisci: non è un film. Questa è roba vera, sangue a fontanella, frattaglie e sbrindellamenti a gogò, dal vivo...beh, no...diciamo dal vero; è la battaglia di Tripoli, dove i rivoltosi di Libia hanno sfondato e stanno con il fiato addosso al Gheddafi...è cominciata la mattanza!»

La sento di spalle, che mi si affianca, abbassa gli occhialini sul naso e mette a fuoco.

«Quelli non mi sembrano raccomandabili e neppure hanno l’aria sveglia, di quanto sarebbe il nuovo che avanza e dovrebbe portare democrazia e stabilità.»

Lontano dal nemmeno sembrare decenti, le facce da galera e gli occhi da invasato, di quelli che passano davanti alle telecamere, non fanno presagire niente di buono, per quello che andrà a venire.
Di la dagli occhi coperti dalle fette di salame, di quelli che hanno creduto alla baggianata della rivolta “spontanea”, sempre più, t’accorgi che sono accozzaglie di banditi, quelli che sono a passare sotto la spianata delle bombe del Sarkozy e compagni di merende;
Le bombe del bamba.
Da soli non sarebbero riusciti neppure ad andare al gabinetto a fare pipì.
Se gli si provava a dare qualche arma oltre allo schioppetto, rischiavano di spararsi addosso per ignoranza, imbracciandola dalla parte dello sparo.
Hanno più l’aspetto di battaglioni tribali, al momento tenuti insieme con lo sputo, per eliminare il nemico, quello grosso, per poi venire ai ferri corti ed applicare la selvaggia legge della selezione naturale e la regola di “Highlander” dove “Alla fine ne rimarrà soltanto uno”.

L’impressione è che il nanerottolo megalomane di Francia abbia aperto l’ennesimo vaso di Pandora, fonte di tanti guai, disgrazie e iatture.
Dapprima convinto d’essere una piccola volpe, come il velocissimo Rommel, che lo era del deserto, non gli è riuscito il “Blitzkrieg”, la guerra lampo, che pensava alla portata dei suoi complici, quelli che i suoi servizi segreti avevano aizzato alla rivolta, convinto che avrebbero cavato le castagne dal fuoco per lui e che avrebbe poi potuto far fessi a piacimento.
Non avesse scatenato l’inferno con i suoi e - purtroppo - complici bombardoni e bombardieri, la consorteria barbonaccia dei pari in terra di Libia, emeriti straccioni da brigantaggio, sarebbero ancora a scaccolarsi il naso sul nastro di partenza.
Il galletto “Nicoleone”, il Nicolas, pensava di usare quell’armata Brancaleone e nel contempo di fottere i cugini d’oltralpe: quegli italioti talmente addormentati che non si sarebbero accorti da subito che gli stava fregando la borsa della spesa sotto il naso, scippando le lucrose commesse petrolifere che avevano - quasi in esclusiva - con quel paese e il Gheddafi.
I veri crimini contro l’umanità li ha fatti lui, con le sue mire da bauscia, che sembrano parte integrante di tutti i tappi che, come quelli delle bottiglie, se troppo agitati saltano con facilità.
Il disegno era ed è talmente scoperto, manifesto e spudorato, che ancora ci si meraviglia di quanti ancora siano a credere ai suoi aiuti umanitari” che, invece d’essere a forma di pacchi di pasta o farina, erano polvere da sparo, bombarde e cariche dinamitarde.
Come per Giuda con Gesù, dopo averci mangiato a tavola, ha accoltellato il beduino Muammar ed ora pure gli riuscirà di “suicidarlo”.
Nonostante l’inferno di fuoco, l’esercito di Gheddafi non si è squagliato, come farebbe qualunque armata che non credesse nel proprio condottiero.
Segno che non era per nulla vero che un intero popolo avesse preso le armi contro il tiranno di turno.
Ora, probabilmente, tanti faranno come i nostri fascisti dei tempi neri che, in prossimità della sconfitta, rivoltarono la camicia presentando il sopra rosso e nascondendo la vecchia fodera nera di sotto.
Le folle oceaniche, davanti al pericolo di evaporare, si rimescolano alla svelta.
Quanti morti ha fatto il “Nicolino” Sarkozy?
Non ce lo diranno, non lo sapremo mai.
Ma sono certamente un numero pazzesco, ma presto sepolti dalle bombe o polverizzati dalle medesime.
Quella che si deve chiamare guerra, e non aiuto umanitario, è arrivata nel momento peggiore della crisi economica che ha colpito a livello globale l’occidente.
La battaglia del Nicola ne ha acuito le conseguenze, i dolori e le pene.
Al piccoletto, scarso di comprendonio e di capacità tattico-strategiche, ancora non ha capito quel che ha combinato, troppo concentrato nel voler diventare padre-padrone di un’Europa quanto mai disunita e senz’anima.

«Ma dai, Beppe, non essere il solito menagramo: guarda quei poveri ragazzi, quante ne hanno passate, per avanzare fino ad abbattere il dittatore...sono sul campo da una vita: tanti c’hanno di quelle barbe così lunghe...»

Già, è vero...dove ne ho già visti di così?


Io, secondo me...23.08.2011

Ombre rosse



Come i bisnonni, tali i pronipoti: appena mettono le chiappe sul cadreghino, cominciano i deliri, le allucinazioni e i disturbi del pensiero.

Si sentono isolati, accerchiati, sotto assedio, come quegli animali con il fiato sul collo e il morso sui calcagni del predatore di turno.

Comincia la fifa, che altrimenti si direbbe blu ma, visto l’appartenenza loro, è rossa.
Le ombre sembrano prendere forma, consistenza e materia, paiono grandi, incombenti e ostili;
anche il vicino di branco sembra cambiare forma, quasi che sotto la cotica si nasconde il lupo per l’agnello.

La mania di persecuzione prende sempre più piede, la sensazione d’essere sempre sotto attacco diventa così acuta da provocare angoscia e senso di soffocamento;

L’adrenalina entra in circolo con la stessa violenza di un torrente in piena, che sommerge gli argini: il cuore s’accartoccia e poi si gonfia freneticamente i bronchi, la pupilla ed i vasi sanguigni dei muscoli del sistema coronarico vibrano, fibrillano si rigonfiano e gemono con scricchiolii preoccupanti.
Ogni muscolo del corpo si tende, come corda di violino; lo stomaco si contrae come un palloncino che si fora, mentre i vasi sanguigni cutanei e periferici diventano stretti come il collo di uno strangolato mentre la pressione arteriosa s’avvicina al fenomeno del vapore con la valvola della pentola a pressione turata.
Gli strati superiori del cervello, ultima acquisizione in termini di evoluzione, entrano in catalessi, per lasciare campo libero al primitivo rettiliano: estremamente reattivo e per niente riflessivo.

Pericolo, pericolo, pericolo!

Le mani si aprono ad artiglio, il viso diventa paonazzo, i denti digrignano e gli occhi diventano a palla.
Ecco pronti, ad affrontare i nemici: quei “poteri occulti, che tramano nell’ombra, che non vogliono apparire direttamente, che non si espongono”.
Lo schizzato ha solo certezze;

«I poteri forti ci sono, non ho alcun dubbio!»

Il “Giulietto” Pisapia, da pochi mesi signorotto di Milano, come gli antenati suoi, comincia a vedere i fantasmi, che ai tempi dei dinosauri chiamavano “controrivoluzionari”.
Il sol dell’avvenire non vide mai la luce;
Il “vento nuovo” rischia di nascere già con peto di bonaccia.

«I poteri forti tramano nell’ombra. Lavorano contro la novità della svolta politica e amministrativa che le elezioni ci hanno consegnato.»

Ciumbia!
Che strano però, come questi poteri “forti” si siano dimostrati tanto impotenti, quando potevano strangolare il Giuliano in fasce e hanno aspettato ora per tentare di farlo, quando già con il deretano ben aderente al seggiolone di regnante;
meglio sarebbe stato applicare la regola d’Erode e prevenire, invece di curare.
Forse che gli si era fulminata la lampadina e tanto quei poteri erano poco avveduti, da rimanere tanto nell’ombra da restare vittima del loro stesso scuro?
O magari non si erano ricordati di caricare la sveglia e, al risveglio, si sono accorti del ritardo e che la volpe era già nel pollaio?

«I poteri che contano [...] sono quelli storici della finanza, delle banche, dell’editoria, certi immobiliaristi e costruttori che hanno sempre fatto quello che hanno voluto e [...] temono per i loro interessi [...] adesso devono riposizionarsi, ma non vogliono perdere affari e profitti.»

‘azzarola!

Guarda tè quanta gente, durante la scalata del Pisapia, stava al mare, invece che curare l’orticello!


«Milano dà un segno di cambiamento enorme [...] le scelte che la mia amministrazione prenderà avranno un’incidenza forte sulla città e sulla rete d’interessi consolidati.»

Moschee distribuite a pioggia, a coprire quartiere per quartiere;
Centri Sociali nobilitati, da nido di pidocchi a benemerite sanguisughe da salasso;
Introduzione dell’addizionale Irpef;
“Ecopass” selvaggio, balzello per entrare nelle sacre mura meneghine: botta secca, indipendentemente dall’inquinare o meno, incuranti del sacrificio che tanti hanno fatto, per cambiare auto e permettersi la circolazione.
«Vado a piedi...!»
Aumento del biglietto del tranvai: mazziati e cornuti;
Milano applica la regola del “'ndo cojo cojo”: sparo con ampia rosa di pallettoni nel mezzo dei tordi, basta riempire il carniere.

Poteri forti? Poteri occulti?
Credo non ci voglia molto a capire l’antifona, e che la sollevazione presto monta dal basso, dove forse la gente normale e incazzata è in ombra e “occulta” solo perché il Giuliano non si cura di calpestare delle formichine.

«Certo, lo vedo chiaramente [...] obiettivo è denigrare la mia figura, come uomo, come politico e come amministratore [...] di accentuare, strumentalizzare le posizioni politiche, la dialettica che stanno dentro la mia giunta e la mia maggioranza. C’è una ricerca esasperata del contrasto anche quando non esiste. Io sono favorevole al confronto aperto, anche aspro con i miei alleati, ma una certa stampa gioca all’invenzione e questo non va bene.»

Povera stella, ce l’hanno proprio a morte con lui.

Ecco allora il solito armamentario della scuderia moscovita:

«I problemi più gravi restano quelli della città, degli effetti della crisi, dell’impoverimento di ceti sociali [...] La MANOVRA DEL GOVERNO taglieggia i bilanci delle amministrazioni locali e la mia principale preoccupazione è di dare un segnale forte di cambiamento, di giustizia, di solidarietà. Ho sempre detto [...] che ritenevo il bilancio dell’amministrazione precedente non veritiero, ma dobbiamo far fronte alle difficoltà mettendoci la faccia e assumendoci le nostre responsabilità. Questa scelta trova conforto nell’apprezzamento chiaro dei cittadini, soprattutto di chi soffre più duramente gli effetti della crisi e dei tagli del governo.»

La colpa è sempre degli altri; c’ho i buchi nelle braghe, piango per le mie pecore, ma le devo tosare comunque, perché arriva l’inverno e non c’ho il maglione pesante.
Però le pecore sono contente: adesso che ancora fa caldo, restare pelate gli da ristoro dalla calura...in inverno, si accalchino assieme, che ne avranno benefico tepore.

«L’impoverimento di Milano lo vedo [...] ci sono molte persone, cittadini che a causa della crisi, della perdita del lavoro, di una disgrazia, di una separazione, hanno perso tutto, che vanno a mangiare alla mensa e magari non hanno un posto per dormire [...] lavoratori dipendenti ridotti in povertà.»

Che culo: della macchina ne faranno a meno e, per risparmiare sul biglietto del tram, andranno al refettorio o all’ufficio di collocamento a piedi: faranno salutare movimento, che fortifica il fisico, il cuore e abbassa la pressione!
Però...c’è un però:

«Milano mostra livelli di ricchezza enormi, ci sono molti [...] che sono diventati ancora più ricchi. Ci sono in giro certi macchinoni, ci sono fortune enormi che emergono da un giorno all’altro nel commercio [...] Da dove vengono tutti questi soldi? Sono infiltrazioni mafiose? Un maggior controllo su certi fenomeni sarebbe necessario.»

E te pareva: eccola lì, la “sindrome del Savonarola”, la voglia, la frenesia della purga.
Invece che portare chi sta in basso a crescere, si usa la livella, sì, ma per fare del ricco un povero poi, nella merda si nuoterà, gomito a gomito, da buoni amici.

Una volta, la gente sua era nelle fabbriche, vicino ai lavoratori, ai “proletari”, al “poppolo”.
Allora c’avevano tutte le formule giuste, per aggiustare il vapore, per raddrizzare le schiene dei riottosi, per presentare il miracolo come azione comune, solo ad affidare nelle giuste mani la stanza dei bottoni;
quando e dove l’hanno avuta, si sono accorti quanto sia difficile fare i “conti della massaia”.
Dagli zoccoli alle scarpe di vacchetta, dal salvagente alla barchetta a vela, dalle salamelle alle ostriche; ora, se fanno quello di prima, gli vengono le vesciche ai piedi, il mal di mare con il materassino e l’orticaria con le costine delle belle feste dell’Unità.
Il culetto è diventato roseo e la pelle di velina, come quella dei neonati, e ci vuole la polvere di Fissan, per fargli passare il rossore, se la poltrona non ha l’imbottitura.

Hanno rivoltato il vestito, ma l’animaccia è rimasta quella, nel segno e nella tradizione dei bisnonni: quelli che “fecero l’impresa” novanta e passa anni fa.

Quando le ombre e i poteri forti si combattevano con un sano purgante.

Oggi, a quelli della “generazione Pisapia”, rimane solo la lucina da notte, quando vanno a nanna.

Per scacciare l’uomo nero, niente di meglio che...ombre rosse.

Io, secondo me...22.08.2011

lunedì 15 agosto 2011

martedì 9 agosto 2011

martedì 2 agosto 2011

m'Hama, non m'Hama


m’Hama, non m’Hama



E mò, Nicolino: che famo?

Dei tuoi giochini di guerra t’avanza qualcosa?
Che so...un Rafale”, un “Mirage”, un elicotterino”;
bombe e missili no: lo so che sei alla canna del gas e, se non chiudi per tempo, quel che arriverà potrebbe - me lo auguro - essere il tuo “Settembre nero”.
Come Cesare, per te che ti credi Napoleone, spero che arrivino le fatidiche Idi: non di marzo...magari l’11...di Settembre.
No, non sono così carogna da augurarmi che ti facciano la pelle, come lo vorresti tu, per il povero Mu'ammar Abu Minyar al-Qadhdhafi...il Gheddafi, tanto per capirci.
Spero che ti ridimensionino - ancora più di quanto sei tappo - nella misura in cui sei megalomane e convinto d’essere il nuovo Napoleoncino: che ti cancellino politicamente.
Vedi, mi stai sulle palle.
Sei un vermicello odioso, un guerrafondaio imprudente e impudente, un approfittatore, un filibustiere, che cerca addirittura di far le scarpe a dei cugini d’oltralpe: un poco ciula, lo riconosco ma, in fondo, buoni. Troppo.
La primavera araba ti ha fatto male.
Il cambio di stagione ti ha visto al risveglio come uno che ha sbagliato dosi di Viagra.
Ti è venuta voglia d’in...di trombare qualcuno;
uno sguardo d’attorno - et voilà! - due piccioni con una fava: gli italioti, cui fregare le commesse di gas e petrolio, e il di loro grossista, il beduino tripolino.
Quello che, tanto per capirci, avevi abbracciato e ricevuto con tutti gli onori, con tanto di tenda e sabbia del deserto nel bel mezzo del giardino dell'hotel de Marigny, la residenza degli ospiti d'onore dell'Eliseo, il quel dicembre del 2007;
pur di fare marchette, ti stava bene il tipo: allora si provò con le buone, con le lusinghe, decisi a far approfittare le imprese francesi dei rapporti privilegiati instaurati con Tripoli.
Peggio di Giuda con Gesù, che i denari erano ben più di trenta: bastava che firmasse pacchi d’accordi economici "pour la grandeur de la France";
e c’era in ballo anche la costruzione di un impianto per produrre acqua dolce dall'acqua di mare, alimentato da un reattore nucleare, oltre che contratti in materia d’armamenti e aeronautica.
Un pacco di quattrini alto così.
Era una vita che il cammelluto comandava in casa sua e ben già si sapeva chi e cosa era, come gestiva il potere e il suo controllo.
In un contesto tribale, dove la legge del più forte era - e rimane - la regola, certo non usava i guanti.
Basta guardare quelli che oggi sono in campo, sobillati dalle manovre del Nicolino: “rivoltosi” che peggio straccioni non sono, con la sola regola del branco e del saccheggio, con l’unico obiettivo di arrivare ad affondare il muso nel trogolo del pastone.
Senza l’artiglieria del “Nicoleone”, neppure sarebbero riusciti a rubare ad un paralitico.
Nel bene come nel male però, la realtà della “sua” Libia era delle meno peggio di quanti gli stavano d’attorno: niente a paragonare la qualità di vita con quella dei vicini.
Il pane c’era, non come nella Tunisia di Ben Alì;
le palanche giravano e i lavori più schifosi lo facevano gli immigrati delle altre realtà limitrofe, più sofferenti, quando non agonizzanti.
Dai barconi che arrivavano, dei profughi dell’Africa, non vedevi un libico che fosse uno.
“Nicoleone” ha cercato il ribaltone, credendo che il castello di carte sarebbe crollato, dopo i primi bombardamenti dell’eroica armata dei galletti.
Poi i “rivoltosi”, li avrebbe sistemati, come si usa per dei mercenari: con una bella mancia.
La demonizzazione dell’avversario partì immantinente: tutti poi a fare il coretto dei cretinetti, a dagli man forte;
dall’incapace spilungone americano, assolutamente incompetente di politica estera, all’imbranato inglese, e via a seguire, fu tutto un andare dietro, di tanti tirati per la giacchetta, a levare castagne dal fuoco per il piccolo macellaio, affetto da nanismo fisico ma di ego smisurato.
Le scuse?
Delle più puerili: non perché del tutto infondate, ma perché più di mezzo mondo versa in quelle condizioni, dove spesso sono piccoli e grandi dittatori a fare il bello e cattivo tempo.
Che famo: dichiariamo guerra all’intero globo terracqueo?
Non scherziamo, siamo seri.
Non lo si è fatto per il genocidio in Rwanda, per i ragazzi dell’onda verde, in Iran o per l’occupazione cinese del Tibet...e nemmeno con Assad, in Siria, lo si farà, nonostante si stia dimostrando peggio del Gheddafi.
“Nicoleone” è bravo solo a fare il forte con i deboli, ma sta alla larga da quello: dietro c’ha un buon protettore, piccoletto pure lui ma armato di missili peggio che un istrice di aculei e quasi con la bomba atomica.
Con l’Ahmadinejad, il Mahmud, non si scherza.
Non sarebbe un tiro al piccione, come in Libia.
Gli aeroplanini del Nicolino rischierebbero il culo e tanti non tornerebbero a casa.
E poi, siamo al ridicolo: hanno vomitato sulla Libia un arsenale bestiale, assolutamente sproporzionato alla bisogna;
come prendere il cannone per una zanzara.
Ad oggi, il castello regge e le carte pure.
Il “dittatore” non era tanto odiato, se c’è chi ancora combatte per lui, nonostante il diluvio di bombarde.
Spero, per l’ipocrisia e i presupposti che hanno scatenato l’inferno, che Gheddafi tenga duro;
Mi auguro che la Francia perda la faccia e il suo condottiero botolo lo si veda senza le zeppe sotto le scarpe.
Intanto gli eroici insorti sono arrivati a cannibalizzarsi, riuscendo a levare la cotica pure a Younes, il loro capo.
Forse non erano d’accordo sulla spartizione del bottino.
Intanto piove, sul deserto.
Razzi a non finire.
La gioiosa macchina da guerra del Sarkozy vuol farci credere di usare “missili intelligenti”, che ti arrivano da dietro, ti battono sulla spalla e, se non sei bersaglio, si scusano e se ne vanno.
Non sempre: come in ogni famiglia c’è quello più tonto.
Ad una delle bombe intelligenti gli riesce di accoppare il figlio più giovane del Colonnello...e tre nipoti, di appena tre anni.
Beh...effetti collaterali: il gioco vale la candela.
Toppa del tutto invece l’altro petardo, probabilmente del tipo “n'do cojo cojo”.
Bab al Aziziyah, una delle tante cittadelle di Gheddafi: il corpo dell’uomo era avvolto in una coperta, con il braccio che penzolava sugli occhi, come a non voler guardare in faccia la morte.
Era l’uomo delle pulizie.
Avevano colpito la zanzara.

“Napoleoncino”, sei un criminale di guerra.
Dai, continua a giocare con la tua Barbie, quella...Bruni.

Magari sfoglia la margherita...”m’Hama, non m’Hama...”.

Maledetto nanerottolo assassino!

Io, secondo me...02.08.2011

Stati interessanti


Vite spezzate



Sembrerebbe, ma non è il vero dramma.

Quando la vecchia signora rincorre e passa nel gruppo, sconvolgendone e decimando il numero, è come vedere il predatore che s’insinua tra il branco e azzanna il più indifeso, il più debole o l’incauto.
Prima di riempire il vuoto e serrare la saccheggiata fila, lo smarrimento è grande, così come il dolore.
Senti il freddo nelle ossa, quando la brezza sollevata dal suo manto ti sfiora, colpendo appena un palmo dopo;
vedi cadere la persona amata, chi ti ha seguito per una vita, l’amico più caro, chi ti accompagna, donne e uomini che ti porti nel cuore, con cui hai condiviso ideali, sogni, progetti.

“Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo”.

In principio fu il Fato, ad indicare;
sulla tavola degli dei, dove sembianze dell’essere erano a muoversi, come su una scacchiera: erano quelli a decidere il tempo della caduta, secondo quanto disposto per l’uomo.
Venne poi Destino, che si voleva conoscere da subito la storia e l’invano sforzo per sfuggirne presa.

“C'è un tempo per ridere e un tempo per piangere...un tempo per nascere e un tempo per morire”.

Già: come una volpe inseguita dai cani e dai cacciatori, la cui fine era certa; al massimo, solo ritardata.
Un continuo correre, dal punto di partenza, dove insignificante pareva la direzione presa, che tanto in una buca si va ad abitare.

“Tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere”.

Perché allora non sposare la fatalità, l’ineluttabile, accettare passivamente, cercando solo il midollo della vita, gustarne quando possibile il meglio per riscattare il tempo del poi, quando la sofferenza sarà abbondante, quando meno il respiro?

“Tutto è vanità. Quale utilità ricava l'uomo da tutto l'affanno per cui fatica sotto il sole? Mangia con gioia il tuo pane, bevi il tuo vino con cuore lieto. In ogni tempo le tue vesti siano bianche e il profumo non manchi sul tuo capo”.

Pare l’inno alla consumazione, il cantico della decomposizione, quasi l’inutilità dell’azione, qualunque sia, tanto “Una generazione va, una generazione viene, ma la terra resta sempre la stessa”.
Altri dissero in modo diverso, ma con eguale sostanza:
“Quant'è bella giovinezza, che si fugge tuttavia!
Chi vuol essere lieto, sia: di doman non c'è certezza”.
Se non della fossa.
E il massimo della disperazione, il colpo di grazia arriva, a far sospettare l’inutilità della vita, se non vista come un noioso, crudele e cruento disfacimento d’ogni illusione, che già si avrebbe a dire, ai nascituri:
“Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate”.

Ciò che è stato sarà
e ciò che si è fatto si rifarà;
non c'è niente di nuovo sotto il sole.

Ebbene, no.
Come l’acqua che scorre, che non è mai la stessa: e l’uomo, sotto il sole, neppure.
Quel che sta tra l’inizio e la fine non ha meno valore degli opposti.
C’è il male ma anche il bene, il tormento ma anche la gioia, l’egoismo con l’altruismo, l’odio ma pure l’amore, il passivo e l’attivo.
Dio - o la natura, per chi non crede - ha dato per certo due punti: un inizio e una fine;
in parte, gestibili dall’uomo, tramite il libero arbitrio, che può scegliere di interrompere il primo ed allontanare il secondo, ma mai cancellarne del tutto il tempo che ci sta nell’intervallo.
Ma è lì la differenza: d’intramezzo, ci sta il FARE, le azioni, che mai hanno pari causa per uguale effetto.
Si condividono emozioni, sogni, progetti, speranze.
E quando più, nulla e nessuno potrà mai cancellare il vissuto, nella mente e nel cuore di chi provvisoriamente rimane.
Siamo a piangere chi è rimasto indietro, nella corsa; chi, azzannato al polpaccio dalla morte è caduto nella polvere, per divenirne parte.
Ma, sant’Iddio: per un attimo di dolore, quanta gioia ci ha dato!!

"La vita, la morte...il vero dramma sarebbe stato il non avere mai vissuto".

Come nella toccante poesia di Ungaretti:
“Nel cuore nessuna croce manca. È il mio cuore il paese più straziato”.
Perché dimenticare: c’è tanto di quello spazio, in quel muscolo pulsante.

Per chi non c’è più ma, con lui, il vero dramma sarebbe stato il non avere mai vissuto.

«E non finisce qui!» avrebbe esclamato, a questo punto, il compianto presentatore, Corrado Mantoni.

Io, secondo me...01.08.2011

sabato 30 luglio 2011

giovedì 28 luglio 2011

Bersalema: il sonno della ragione genera mostri


La Gioiosa



Achille scese in campo, con tutta la “gioiosa” macchina da guerra a dargli man forte, ma gli “mancò il tallone, non il coraggio”.
Non fu Paride a centrare con una freccia avvelenata l’Achille, nel calcagno destro, l’unico vulnerabile e sconfiggerlo;
fu un semplice Silvio e colpì la sinistra del garretto, ma ottenne il medesimo risultato: azzoppare la macchina, ingolfare il motore ed inceppare la “Gioiosa”.
Non il Pelide, ma l’Occhetto fu il trombato Achille che, nel tentativo di gioco di sponda, affondò e il PCI naufragò sulle sponde del PDS, rimanendo all’umido: né carne, né pesce, “imbastardito” e zavorrato dai tanti profughi, reduci dal terremoto “tangentizio”, che fece macerie di tanti partiti e partitelli dediti al “magna-magna”, che è peggio del “bunga-bunga”, perché ad essere presi per i fondelli sono i cittadini e la “res publica”, non le “Escort”, nel privato.
I nuovi innesti portarono agli indigeni non specchietti e collanine, ma “valore” aggiunto: il come smistare bustarelle.
Chi s’accompagna allo zoppo, impara a zoppicare;
poi, finisce che ci si prende gusto, una ciliegia...una bustarella tira l'altra e il disturbo diventa ossessivo compulsavo e se ne acquista dipendenza e una pera tira l’altra, ti entra in vena e non se ne può più fare a meno.
Ma il vero Comunista, come la gramigna, non muore mai, così come l’addestramento e l’imparato, alla scuola di Mosca, che in fatto di come macinare l’avversario, non ha eguali.
I “rossi” dentro, quelli veri, non si estinguono - gli estintori li usano per gli altri, in testa - neppure se cade un altro meteorite: questi dinosauri sono tosti.
Hanno il vantaggio di essere standardizzati, intercambiabili, clonabili all’infinito, confezionati su un modello normotipo, quasi universale, stile “aparatchik“.
Come per i Papi, morto uno se ne fa un altro.
Il Bersani è come l’abito della Facis o della Lebole, uguale a quelli che lo hanno preceduto: insipido, inodore, insapore ma, differentemente dall’acqua, assolutamente non indispensabile.
Se li conosci, li eviti.
Prendiamo pure un D’Alema: non cambia ‘na beata fava.
La corteccia cerebrale è la stessa: circonvoluzioni appallottolate in un gheriglio di noce.
Tutti reagiscono per riflesso condizionato, come i cani di Pavlov, quelle povere bestiole la cui salivazione - la famosa “acquolina in bocca” - era stimolata non più alla vista del cibo, ma al solo sentire il suono di una campanella.
I “cagnoni” d’oggi, non salivano: alla bocca c’hanno la bava.
Alla campanella, hanno sostituito la “vox critica”, il sonoro del dito puntato su chicchessia del branco.
I figli del “Migliore”, non possono che ritenersi tali a loro volta.
Sono presuntuosi e permalosi.
Perdono le elezioni ed eccoli, a dire che hanno la qualità e la quantità che ha decretato sconfitta è pancia, e non cervello;
quasi tutti a tenere tracce di fascismo nel corredo genetico, che andrebbero rieducati...purgati di tanto groppo intestinale.
Quando pescati con le mani nel sacco e la bocca sporca di marmellata, impossibilitati a dimostrare tanta grana in busta per la sola vendita di salamelle, sono a reagire con unghiate e morsi.
Anche i ladri, o presunti tali, da loro, sono diversi dagli altri: veri o falsi che siano, pretendono di essere considerati come Maria di Nazareth: vergini, anche se hanno figliato a...mazzette.
Per le casse di risonanza e i tromboni del regime loro, dal giornale “Repubblica” di Ezio Mauro si arriva all’inverosimile: “Dal 1993, dal giorno della discesa in campo di Silvio Berlusconi. Anche a sinistra il peso dei soldi in politica è diventato decisivo e il bisogno di finanziamenti è stata un’urgenza sempre più evidente”.
E te pareva, che le Marie Goretti non fossero state violentate dal solito bruto!
Fare di necessità virtù...il fine giustifica i mezzi...il tintinnio delle monetine del “Berluska” hanno bacato, corrotto e portato al marcio la bella frutta dell’intero cesto...bella ciao!
Din...din...din...e il compagno sbava, gli vien fame e ficca pure lui il muso nel trogolo.
Bersani, lucido in testa, ma meno sotto, si fa su le maniche e infila il sigaro, in un’imitazione non di Cristo ma a mezzo, tra Obama e Che Guevara, caricatura patetica che non s’avvicina, né in statura, né in grandezza.

«Lo dico alle macchine del fango che iniziano a girare: se sperano di intimorirci si sbagliano di grosso.»

“Piergiggi” si riferisce alle critiche mosse al suo partito dai giornali sulle vicende di Tedesco e Penati, ma può andare bene anche per precedente, presente e futuro, il fu e l’andrà a venire, perché ormai è corruttela: frego, oggi più di ieri, meno di domani!
Attingendo dal Vangelo: “La destra non sappia quel che fa la sinistra”.
Non basta un giro di casacca, un cambio di nome, una tessera a screditare la verità dell’”abito che non fa il monaco”.
La “Fattoria degli animali” continuerà a dimostrare che “Chi va al mulino s'infarina” di che colore non importa.

«Le critiche le accettiamo ma le aggressioni no, le calunnie no, il fango no. Da oggi iniziano a partire le querele [...] la possibilità di fare una class action da parte di tutti gli iscritti al Pd, perché il partito è una proprietà indivisa [...] c'è un insulto a ciascuno dei suoi componenti.»

Fango...insulti...calunnie: dovunque ci sono i resti del loro pasteggiare, con questi intingoli;
in sovrappiù, “compiacenti” compagni di merende, nel caso dei demonizzati avversari, hanno fatto filtrare in maniera indegna e vergognosa, monumentali trascrizioni d’intercettazioni, piene di nulla, penalmente irrilevanti, ma bastanti a stroncare immagine, credibilità e macchiare innocenza e candore di tanti, colpevoli solo di aver fatto da contorno al porcellino, cui si voleva mettere mela in bocca e spiedo nel c...popò, per cuocerlo a fuoco lento.
Qui, sicuramente, a dimostrare quante toghe sono nere, non solo nell’abito ma nell’animo, nulla andrà perduto e i sigilli terranno.

“la Gioiosa” dei bei tempi, si è trasformata: oggi è “la Fangosa” macchina da guerra.

Solo la scoperta della tolla e del bronzo ha permesso al Piero di metterci la faccia...

«Lo dico alle macchine del fango che iniziano a girare...iniziano a partire le querele [...] la possibilità di fare una class action» e, tanto che ci siamo, anche le purghe...tiè!!

“Sparagli Piero/sparagli ora/e se si rialza/sparagli ancora” dai, “Piergiggi”, canta con me...facciamo di tutta l’erba un fango!


Io, secondo me...28.07.2011

i Migliori


martedì 26 luglio 2011

Cristialebano



Patate e meloni non rendono più come una volta, neppure se gli metti sopra tonnellate di fertilizzante;
forse il difetto era nel manico, dove non ci s’improvvisa fattore da un giorno all’altro e neppure basta una pistola o un fucile, ad allontanare i corvi che beccano le sementi.
Sarà perché la terra è bassa e bisogna piegare la schiena, sarà che fare il contadino non permette di cambiare il mondo ne rende ricchi, sarà che stare troppo sotto il sole prende la testa e che nella quotidianità non si vince sempre, come nei giochi di guerra;
sarà...ma forse no: Anders era storto di suo.
I meloni marcivano e le patate buttavano...e dove cavolo le metti sei tonnellate di concentrato di nitrato d'ammonio?
E il fucile...la pisola?
Il bel biondino dagli occhi azzurri c’ha un’idea grandiosa: con il primo ci fabbrica una bomba e gli altri due poi, per dare il tocco finale e battere ogni record, al miglior gioco di guerra che gli sia mai venuto, in barba alla monotonia di quelli virtuali, sulla noiosa "Playstation" con cui gli riusciva d'ammazzare solo il tempo.
Andar per quaglie era troppo scontato, che quelle ormai, come ogni cosa di riserva, sono talmente rimbambite che gli viene un colpo solo a fare «Bum!» con la bocca!
Come gli eroi di carta, di celluloide e della “Game Boy”, c’è sempre un cattivo da sparare, “atti atroci ma necessari” per salvare il mondo, nell’essere motivati, che “Una persona con un credo è forte come centomila, mosse solo dall’interesse”.
«Ciao mamma, ciao papà: sono contento di essere arrivato uno; ci vuole un fisico bestiale e io modestamente lo ebbi!», avrà detto il nostro “Terminator”, caduto sulla terra per fare l’Angelo Sterminatore.
Una bella bombetta ad Oslo, giusto per aprire le danze e cominciare con i fuochi pirotecnici, per dare l’avvio alla goduria, e poi via, ad entrare nel...vivo della festa!
La Norvegia è un bel paese: civile, educato, disciplinato, quasi da favola, dove i diritti sono tutelati all’inverosimile.
Vive come da noi ai bei tempi andati, quando i vecchi, con nostalgia, narravano di porte mai chiuse a chiave, che mai ci fu chi approfittò di tanta fiducia.
Dai pollai, i ladri di galline presto si accorsero che era da stupidi fregare uova e pennuti, quando da spennare c’era di meglio.
Dopo qualche casa svaligiata, presto ci si accorse che santa persona era il fabbro del villaggio, che sapeva mettere assieme grate e inferriate robuste.
Peccato che oggi, in casa, c’è entrato un assassino.
Sull’isola di Utoya, un qualunque Anders Behring Breivik, frangetta biondiccia e limpidi occhi azzurro mare, che assomiglia più al Principe Azzurro delle fiabe che ad un macellaio, invece che al piccione o al piattello, comincia a mirare alla nutrita schiera di ragazzi, che là si erano radunati in una sorta di “campus” estivo di rappresentanza laburista.
Ce n’erano a frotte: belle tortorelle da impallinare.
Anders, Il cavaliere solitario, che al posto dell’armatura indossava una divisa da poliziotto, inizia la mattanza: colpo in canna, carica, mira e spara... colpo in canna, carica, mira e spara... colpo in canna, carica, mira e spara.
Avanti così, per decine e decine di volte, in una defatigante tirata ai birilli che dura - indisturbata - un’oretta buona.
Ah, la Norvegia...cosa mai potrebbe succedere, in una società così perfetta, appagata, coccolata, in un mondo così paradisiaco...
Vorremo mica mettere un antiestetico presidio armato a guardia dell’ovile, nell’incantato e fiabesco mondo?
Sessanta minuti in cui il lupo ha fatto quel cazzo che voleva, semplicemente perché si pensava bastasse uno spaventapasseri o una sagoma di cartone a fare da deterrente.
La stupidità e l’imperizia hanno avuto più responsabilità nella conta dei morti, di chi li ha effettivamente freddati.
Non importa cosa o chi è Anders Behring Breivik: svitati e sbiellati come lui - purtroppo - sono universali, apolidi e spalmati in ogni dove: non sono niente, ma indossano uniforme del posto dove hanno scavato la tana.
La loro follia è ad orologeria, l’innesco, al fulmicotone.
Il cervello, una poltiglia, dove c’è di tutto e il suo contrario: Anders sogna un ritorno al cristianesimo rigido e ingessato delle origini, ma non disdegna la Massoneria, che a quello sta come il diavolo per l’acquasanta;
odia l’aggressività del suo opposto, quella del radicalismo islamico, ma ne scimmiotta le mosse e i modi, dove ritiene che la nazione non abbia palle per farlo e quindi costretto a compiere “atti atroci ma necessari” a causa di quell’impotenza;
ammira quelli che sono stati acerrimi nemici del nazismo, da Winston Churchill all’eroe combattente norvegese Max Manus.
Ma è tale e quale spiaccicato, anche nei tratti, all’aitante ed atletico - oltrechè spietato - Reinhard Tristan Eugen Heydrich, stupendo esemplare ariano della seconda guerra mondiale, governatore del Protettorato di Boemia e Moravia...il “Boia”.
Un apprendista, forse: un garzone di bottega magari, ma se n’avesse avuto il tempo...sicuramente a non sfigurare, a guadagnarsi pure lui la qualifica del “Magister” teutonico.
Forse le seghe mentali se l'è fatte da solo, forse s’è fumato il cervello in compagnia, ma è solo un povero pirla che non ha capito perché tante mosche gli volano attorno e che non sono loro a puzzare;
è solo questione di proporzioni, di misure e di grandezze: come Himmler, agronomo fallito o “mezzemaniche” mancato, che purtroppo trovò appoggio e una leva per sollevare il mondo e diventare sterminatore.
Anders Behring Breivik ha avuto la sfiga che patate e meloni della sua fattoria non hanno dato frutti per sentirsi appagato del suo fare.
Solo la mediocrità lo ha fatto agire in quel modo: per non sentirsi ed essere quel fallito che invece è.
Avrebbe voluto comparire in aula indivisa e trasformare il banco d’imputato in cattedra da predicatore.
Solo le mosche potranno apprezzarne sostanza, che quelle nella merda ci sguazzano.
Per il rimanente, è solo un povero esaltato “Cristialebano”.

Io, secondo me...26.07.2011

Piazza Estintore Giuliani, assassino mancato


lunedì 18 luglio 2011

Presto che è tardi !


Povera stella



Povera stella, lei non voleva;
povera stella, che l’hanno raffigurata così
povera stella, l’hanno usata, ricattata, minacciata;
povera stella, che vorrebbe ricucire.

Stanca del vecchio mestiere, ricco d’entrate ma usurante, d’essere “Ifigonia” di goliardico ricordo, eccola sartina, con ago e filo, a voler rimediare verginità e rapporti;
a rinnegare e rimangiarsi verità di ieri per riadattarne variante oggi.

«Non sono cattiva, è che mi hanno disegnata così» piagnucola la novella Jessika Rabbit.

“Patty” D’Addario, in arte, anche Alessia, Ivana o Alessandra, oggi stagionata “over 40”, si accorge che, per l’ennesima volta, ma gratuitamente, l’hanno presa per i fondelli.
“Giuda” D’Addario scoccò il velenoso bacio, che marchiò la vittima di turno con stampino di puttaniere.
Gola profonda, armata dell’inseparabile registratore, sfiamma le penne dei tanti polli;
quanti, cascati nella rete delle sue calze, dopo effimera assunzione in Paradiso, si sono ritrovati precipitati all’inferno, dovendo cancellare tracce d’augello, a che non sappia la moglie cornuta il perché del soffrire di tanta fastidiosa emicrania.

«Non mi sono mai separata da quel prezioso apparecchio: era il mio angelo custode. Ho sempre registrato tutto. Non ho mai smesso. La mia casa è invasa da documenti.»

Dice di non averli mai usati contro nessuno.
Un’innocente forma compulsiva, una candida, disarmante e inoffensiva forma di raccolta, come quella dei francobolli o delle monete.
Ci credo, come a Gesù Bambino e a Babbo Natale.
Ma alla Befana sì: lei ha portato doni ai giornalisti e magistrati, che di quei regali avevano bisogno per i propri giochi.

«Berlusconi ha ragione, quando afferma che certi magistrati lo perseguono ingiustamente e lo colpiscono nella vita privata, per cancellarlo da quella politica.»

Ma va là? Guarda te, che non ce n’eravamo accorti!

Povera stella: le hanno ciucciato il midollo, per poi sputarne l’ossobuco.
Povera stella, costretta con la forza.

«È peccato. Dio non vuole: andrete all’inferno!»

Povera stella;

ha sudato una vita facendosi un c…paiolo grande così, perché sua figlia potesse, con orgoglio, vantare d’essere figlia di tale operosa madre, ed ecco:
«Ora si vergogna di me. Non la vedo da un anno.»
Brutta cosa essere una figlia di Patty.

Povera stella.

«Sono stata presa in giro: mi dicevano che sarei diventata famosa, che avrei guadagnato denaro da libri e interviste, Invece non ho preso un soldo. Sono stata distrutta e rovinata da chi è pronto a usare persone fragili e sfortunate come me. Adesso che non servo più mi hanno abbandonata.»

Povera stella, che ha finito i trenta denari.

Ora che la patatina scotta, nessuno più si sente di metterci mano sopra.
Quelle del mestiere più vecchio del mondo la isolano, come appestata.
La patatina tira, ma teme la luce del sole: una regola non scritta, ma ben impressa nei cromosomi delle mammellute, vuole che la merce sia data via al buio, nell’ombra, nell’anonimato;
sacramento vitale per la continuazione della specie, da proteggere, come il segreto della confessione per i sacerdoti, d’ufficio per investigatori, notai, avvocati e…no…i giudici no: quelli ormai hanno bottega sulla strada, banchetti e grida da mercato.

Povera stella…

Merce che scotta, da non toccare, come i fili dell’alta tensione.
Non gli è riuscito il gran salto: quello del tradimento che paga, la spinta bastante per farla arrivare e rimanere in orbita e non ricadere al suolo.

Oh, guarda: una stella cadente.

“Gradisca, Presidente”, forza: esprima un desiderio!

Io, secondo me...18.07.2011

domenica 17 luglio 2011

Benvenuto, Raffaele Saverio


No, non sono escort...


La sagra del salame



«Maledetti, vi odio!»

Siete le zecche, siete le pulci, siete sanguisughe, siete piaghe bibliche, siete devastatori, siete esseri inutili, siete parassiti, siete le piattole d’Italia, pappataci, blatte…fate schifo!

Non esiste termine adeguato a descrivere la vostra razza;
nessuna sagoma può calzare sul vostro profilo, nessuna epidemia, nemmeno la peste di manzoniana memoria è in grado di provocare rovine pari alle vostre, nessuno come voi ha, in natura, migliore apparato succhiatore e, ove sì, almeno ci torna consolazione nel riuscire a schiacciarne tanti, dei malefici insetti.
Con voi no: siete indistruttibili, rinascete da ogni cenere, risorgete da ogni tomba in cui si tenti di sigillarvi, uscendone sempre, più famelici di prima.

«Siamo sul Titanic…si affonda…dobbiamo fare sacrifici, tirare la cinghia; popolo, di cielo, di terra e di mare…eroi, santi e navigatori: abbiamo dichiarato guerra agli sprechi, al grasso che cola dei bei tempi di vacche grasse!»

Peggio di quelli che girano a castrare i torelli, provetti “maestri di cesoia” sono a far servizio sui nostri, di “gioielli”, prendendoci per i fondelli e lasciandoci mazziati sul fronte delle corna.
Per noi, sangue, sudore e lacrime, nel momento in cui si chiede “oro per la patria”.
Siamo tanti e quindi nessuno deve tanto curarsi di dove mette i piedi: morta una formica ne arriva un'altra, mentre i grilli cantano, dando il ritmo, come quello che batteva il tamburo per dar mossa ai rematori, sulle galere;
qualora la nave affondasse, solo noi, con i piedi incatenati, saremo a seguirla nelle profondità, mentre quelli “di sopra” lasceranno lo sfortunato legno, come i topi, per cercare subito altro da infestare.
Questo sono: ratti, pantegane, figli delle fogne e maestri di rapina.
Mentre noi, miserie e miserabili, ai loro occhi, siamo a dividere pane, cipolla e tasse, quelli sono riusciti, nottetempo, a infilare e approvare, con manovra fulminea, un perfido disegno, che permetterà di legare la propria già lardosa paga a un sistema di leve, che ne assicurerà comunque continuo alzo. Solo per noi saranno i buchi nella cinghia, ammesso che poi, attorno, ci rimanga qualcosa.
Hanno brillantemente e genialmente aggirato ogni tentativo di “regolare” le creste del loro pantagruelico pasto, almeno nel volerne adattare boccone a stessa bocca di colleghi con pari compiti e gradi, che rappresentano elettori di altri paesi.
E non che ve ne sia qualcuno che muoia di fame.
Ma i nostri non demordono, che se “l’erba voglio non cresce neppure nel giardino del re”, da noi esiste, ma nei pascoli ruminano solo pigre e sterili vacche.

Una volta esistevano grandi uomini, condottieri e guerrieri, che crearono imponenti opere, arrivate a noi magari in rovinosi resti, bastanti però a farci immaginare quale fosse l’originale bellezza e grandiosità.
Oggi invece, abbiamo piccoli e insignificanti esseri: ambiziosi, vanitosi, presuntuosi, opportunisti, egoisti, esosi e voraci consumatori delle provviste dell’intera comunità, che ha disgrazia di ospitarli.
Dovunque si spinga lo sguardo, sull’intera e sfortunata penisola, esistono rovine;
ma non sono causa di terremoti, alluvioni o calamità naturali.
“Omuncoli”, si chiamano quelli che li hanno messi in piedi.
La loro nascita ebbe sempre festosi natali, suono di grancassa, di trombe e di campane.
Subito dopo, abbandonati.
Scuole, piscine, ospedali, palazzi, palestre, asili e quanto ogni ben di Dio si sarebbe potuto godere, se solo non fossero stati concepiti già per restare gusci vuoti, ma permettendo a un’elaborata filiera di ladri e approfittatori di sbocconcellarne, strada facendo, pezzo per pezzo, di tanto ricco ripieno di quattrini pubblici.
Piccoli ladroni crescono e arrivano in alto, avendo ben scritto nei cromosomi le regole della propria dannata stirpe.
Come nel vedere i maiali in corsa al trogolo, nel quando si spingono, si sgambettano e litigano, mai però sull’abbondanza delle razioni, che li vede ingrassare già puntandone occhio.
Spero venga giorno di festa anche per noi, a poter banchettare alla tavola di Crapulone e poter dire a quelli che, sì, ci sono costati cari nel crescerli ma, alla fine, c’han dato soddisfazione, nel vedere tanti bei insaccati.

«Maledetti, vi odio!»

Fino alla sagra del salame.

Io, secondo me...17.07.2011

sabato 16 luglio 2011

Diabolicum


Errare humanum est, perseverare autem diabolicum…

Diabolicum non sarà il gemello scemo di Diabolik, il famoso criminale dei fumetti, ma poco ci manca.

Commettere errori è umano, ma perseverare è diabolico: chi mai, sano di mente, oserebbe mettere in dubbio un simile assunto?
Uno c’è, un vero maestro di cappelle: non di chiesa, ma di giudizio.
Recidivo, per tante che ne ha fatte di sue, che non ci si meraviglia mostri indulgenza a chi gli provoca gaudio di mal comune.
Pietro Forno, togato procuratore aggiunto in quel di Milano.

«Sbagliarono…ma vanno assolti: tutti gli errori possibili sono stati commessi, ma non c’è rilievo penale.»

Della serie: abbiamo scherzato!

Si era in quel di Basiglio, quando la maestra scoprì, sotto il banco della piccola, un disegno: raffigurava due bambini in atteggiamenti sessuali, dando corpo al sospetto che avesse rapporti con il fratello.
Nonostante pochi giorni dopo una compagna di classe confessasse di esserne la vera autrice, la “gioiosa macchina da guerra” della giustizia aveva già avviato la macina del frantoio.
Due genitori si sono visti strappare i figli - all’epoca di 9 e 13 anni - per sessantanove eterni giorni, grazie alla “banda dei cinque”;
un branco d’incapaci, superficiali, di una professionalità vicina allo zero assoluto, nulla sensibilità, doti analitiche pari a niente, seppur indispensabili per ognuno che si voglia cimentare nell’arte investigativa.
Tanto di numero è bastato, una teppa d’incompetenti, per rovinare una famiglia.
Ma chi di questo s’intende, per esservi passato, di suo e per primo, li assolve.
E non lo dico io, ma i fatti del poi: la preside della scuola e un’insegnante accusati di falsa testimonianza; un’altra maestra di bugiarde dichiarazioni e, per uno psicologo e un’assistente sociale, reato di lesioni colpose perché, invece di facilitare il passaggio nella comunità protetta, traumatizzarono il bimbo, dicendogli che gli avrebbero cambiato i genitori.
Eppure tanto male, fatto e provato non basta, neppure per dare a quelli un buffetto ammonitore, a insegnare un poco di creanza, a risvegliare un briciolo di dignità, che li porti a pagare di tanta faciloneria nel maneggio di pelle altrui;
quando ognuno di noi, nel quotidiano, è chiamato a render conto d’ogni errore: l’aver dimenticato di saldare una semplice multa, quando anche la rata dell’elettrico lumino da morto, dove ti arriva una minacciosa lettera dall’avvocato degli sceriffi, con sottofondo musicale di tintinnar di manette e minacce di pignoramenti, in un crescendo del tutto sproporzionato a veniali colpe, mentre nulla a chi ha demolito le giunture di un cardine famigliare.
“Tutti gli errori possibili sono stati commessi”…ricorda molto la tacciata di dilettantismo e superficialità, che una collega del Pietro nostro rivolse al lavoro dei suoi, cappellata dopo cappellata, dove in galera ci finì l’ennesimo innocente.
Tiziana Siciliano, si chiamava, che ridicolizzò tanto del lavoro svolto dal Forno e dai suoi “procacciatori” di carne da grata galeotta, dove, a una più rigorosa e attenta opera di ricerca, si scoprì con quanta incapace metodica i “compagni di merende” gli portassero capri espiatori e anime incolpevoli, sbattuti in fetide celle e offerti alla gogna mediatica, con il marchio infamante di “mostro”.
Ovvio che poi, sparando a pallettoni, qualcosa di giusto colpiva: anche Erode ordinò di falciare il grano, certo di ghigliottinare anche l’erbaccia.
Ciliegina sulla torta: assolte anche la preside e le due maestre;
cade l’accusa di falsa testimonianza e dichiarazioni, falso ideologico per omissione, per non avere detto che un’altra bimba aveva ammesso di essere l’autrice del disegno, lasciando scientemente nelle pesti la povera famigliola.
Logica “Dipietrina”: nessuno glielo chiese!

Pare che la piccola, abbracciando i genitori, abbia esclamato:

«Facciamo finta che ho fatto un brutto sogno.»

Ecco, sì:
«Sbagliarono, ma vanno assolti: tutti gli errori possibili sono stati commessi...fate finta che sia stato un brutto sogno; il fatto non sussiste.»

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum…

Io, secondo me...16.07.2011

martedì 12 luglio 2011

Olio di ricino



Con la merda e ai soldi: mira, colpisci ed espropria.

Da vent’anni, una macchina da guerra, affatto gioiosa, ha messo in opera tutto il peggio che dei devastatori possono sul campo, che pure le piaghe bibliche, a confronto, sono a impallidire.
Come le cavallette, sono programmati per radere al suolo, nel demolire, nell’ingurgitare e digerire ogni qual cosa si frapponga al compimento del loro compito, come geneticamente scritto, dal cromosoma di tanta razza maledetta.
Quasi cento anni ci sono voluti, dalla schiusa delle uova alla disinfestazione storica, perché simili blatte fossero quantomeno ridimensionate e il corpo riprendesse il controllo dopo aver sintetizzato i giusti anticorpi;
se non estirpati, almeno controllati: fastidiosi parassiti da grattare via dal pelo.
La conta dei morti che questa ideologia bacata ha fatto, è impressionate, che neppure contabilizzando l’intera guerra del genere umano fino a loro, riesce neppure ad avvicinarsi, nel computo della macellazione dell’allegra e “gioiosa macchina da guerra” del Comunismo.
I nonni maledetti di questa stirpe avevano sradicato e portato a migrare intere popolazioni, assoggettato e schiavizzato milioni di poveri cristi, da asservire alla produzione di una grandezza industriale, tale che portasse a poter competere con le potenze democratiche.
Ecco, “Siori e siore”,le “masse”: buoi menati al pascolo;
insetti, tanti e intercambiabili, da schiacciare senza pericolo di restarne senza.
Siberia e Gulag epurazioni e purghe, processi sommari per cercare di cancellare i fantasmi dalla mente di un capo completamente rincoglionito, che vedeva nemici dappertutto, a complottare contro l’adesiva ventosa che, sotto il culo, lo attaccava saldamente al potere.
Un proletariato ridotto alla schiavitù, alla miseria e all’imbarbarimento, cui era stato detto e profetizzato che a loro spettava il potere, quando ne avevano nemmeno per avere permesso di andare al cesso.
Tiranni e parassiti, con cui spartiscono capacità nel decomporre, non avendo attitudini simbiotiche, propensione alla reciprocità e allo scambio, tantomeno d’integrazione talentuosa, ove hanno avuto disgrazia di attecchire, ecco l’agonia e la morte di chi li ospitava.
Il loro dio si chiama Odio.
La madre, Presunzione.
Siamo i migliori; il resto: bovini ottusi, portatori di giogo e aratro.
Oggi, la progenie ha cambiato il carapace ma, all’interno di questo, ancora alberga l’animale a sangue freddo, predatore per natura, preistorico per età e riflessi condizionati.
Come per i dinosauri, la caduta della casa genitoriale non li ha del tutto cancellati e sperano di sopperire con il numero delle nascite e a una fortunata lotteria naturale che, ne scampasse solo uno su milioni, permetta di fregare la selezione naturale che gli rema contro.
In fin dei conti, sono i “migliori” e quindi, staffetta ideale per passare testimone.
E poi, sono incistati ovunque, dopo tanta capace e infestante colonizzazione: nelle scuole, nei tribunali, negli uffici pubblici, nei posti dove meglio autocelebrare se stessi.
Tolto la massa tumorale, restano le metastasi, speranza di crescita nel futuro.
Sono tutti uguali, omologati: un Veltroni uguale a un Franeschini, che è lo stesso di Bersani o un D’Alema
Pomposi, tronfi, “tacchineschi”, boriosi e incapaci, sia con la manetta di manovratore che con il “Niet” d’opposizione, marchiato fuoco sulla chiappa.
Estranei comunque a ogni struttura sociale dove stanno, non hanno necessità di portare valore aggiunto, se non al pari di una zecca sul groppone del bue.
Hanno passato vent’anni a cercare la vena giusta per salassare un singolo uomo, il Silvio Berlusconi, superando nell’ostinazione temporale pure i fallimentari” piani quinquennali” dei loro nonni, nel prendersi tanto per agire e confluire in forze su un punto, pensando di poter fare il forellino nella diga, cercandone il crollo.

Con la merda e ai soldi: mira, colpisci ed espropria.

Compiacenti alleati e complici in toga li hanno appoggiati nel passar loro la merda mediatica cui avevano bisogno i “servi” di parte e partito, “cartastraccia rossa” e cassa di risonanza;
all’occorrenza, alla bisogna, per “servizi minori” e di manovalanza (tutto fa brodo), sempre in tema, le fosse biologiche dei centri sociali;
a far da tappo intestinale alla nostra politica, il “Niet”, il “NO”, prestampato, preconfezionato, assoluto, per…partito preso.
No all’alta velocità, alle centrali nucleari, ai gassifica tori, ai termovalorizzatori…no, no, no.
L’importante che la negatività porti al crollo del sistema, perché sperano di spolparne qualcosa, anche le ossa, come fanno gli sciacalli.
Talvolta bastano pochi pirla a mettere nel didietro il tappo al malcapitato e provocarne il collasso.
Non hanno programmi, nessun progetto, nessun coniglio da estrarre dal cilindro, se non da arrostirlo a fuoco lento, dopo aver dato fuoco alla baracca con le Molotov.
Vivono alla giornata, con l'imperativo di abbattere Berlusconi;
del contesto non hanno coscienza e conoscenza.
Un parassita ciuccia e basta, perché gli è stato dato la cannetta per quello e basta, che il cervello sarebbe stato inutile zavorra.

Con la merda e ai soldi: mira, colpisci ed espropria.

In appoggio alla prima, non bastando ad abbattere l’odiato nemico, qualcuno ha pensato di fare come per Al Capone, il famoso gangster italoamericano degli anni trenta: nell’impossibilità di incastrarlo altrimenti, si colpisca nel portafoglio!

Un giudice, uno solo: non un collegio e l’appoggio di un gruppo di esperti, visto l’entità della posta in gioco.
Sentenza di primo grado: un Raimondo Mesiano qualunque, condanna il gruppo di Berlusconi a dare al De Benedetti settecentociquanta milioni di euro!
Sette-cento-cinquanta-milioni.
L'arte “spannometrica” del Raimondino nostro, in quell’ottobre del 2009, era assolutamente fuori da ogni logica economica, ma le toghe già primeggiavano con Dio, nell’applicare vita e morte.
Si rispolverò l’affare Mondadori, di vent’anni fa, che vide alle mani il “Berluska” contro l’”amico della Repubblica”: il Carlo De Benedetti.
Al Silvio gli riuscì di soffiare l’affare al Carletto, che comunque accettò, allora, una spartizione, dove si prese le sue belle soddisfazioni.
Ora però, c’ha l’appoggio del vento divino, dei semidei, dove il nero della veste gemella con il rosso del cuore e il grigio di una vita che può colorarsi, solo ben servendo cause di giustizia, dove i pesi sulla bilancia li può mettere chiunque vesta loro uniforme.
Tanti ne sono usciti, da ombrosi corridoi, per assurgere a quelli grandi e luminosi della politica che, oltre a pagare meglio, stimola orgasmo di ogni Narciso, illuminato da luci e riflettori, portando dalle stalle alle stelle.
Non importa: le galline litigano nel pollaio che va a fuoco, mentre attorno le volpi fanno la posta.
Oggi al Silvio hanno scontato un paio di centinaia di milioni ma, patendo dalla luna, ancora siamo a girare nell’orbita di quella e la cifra rimane folle, incidendo pesantemente nell’assetto di una società che da lavoro a tanta gente.
In Italia.
Fa nulla: l’odio impone che si massacri, oltre ogni ragionevole motivo, il “nano malefico”, che osò rompere il giocattolino gioioso di gente che pensava e con tanta “bauscia”, di avere già in mano il borsino e se lo trovò sfilato di sotto dal veloce piccoletto, che vinse, in libera e democratica tenzone elettorale.
Da allora: con la merda e ai soldi: mira, colpisci ed espropria.

Il loro tanto produrre materiale, ha portato il paese a perdere faccia davanti a chi, non migliore di noi, si è avvantaggiato di tanto litigare, dove tra due, si sa, è sempre un terzo che gode.
Frega ‘na mazza: oggi la lotteria Italia premia il Carletto De Benedetti, lo “svizzero”
Colà ha cittadinanza: da noi arriva solo per le scorribande, come i pirati di un tempo.
Ebbe l’Olivetti, un piccolo gioiellino: la potò al fallimento, assieme ai suoi operai, ma gli riuscì di fare grana;
I disoccupati d’allora lo ricordano bene…l’ingegner De Maledetti!
Gli passò tra le mani l’Omnitel: venduta ai tedeschi della Mannesmann.
A rate.
I crucchi la rivendettero per una cifra immensamente superiore. Senza rate: pronta cassa.
Ma il De Maledetti, comunque, la sua parte d’indigestione se la fece.
Attraverso una delle sue imprese, arrivò a ”sanare” la Domopack: il tempo di mandare a spasso 190 operai e poi, dopo la “disinfestazione”, una bella mancia e via!
E così andare, con scalate, Opa, alchimie e diavolerie d’ogni tipo, dove la priorità era il riempirsi le tasche.
Poi, via, nella sua bella Svizzera!

Non importa: il nemico del mio nemico è il mio miglior amico.

Mi correggo: non è vero che i parassiti non conoscono simbiosi... tra loro, sì.

Avanti, che c’è ancora merda!


Io, secondo me...12.07.2011

Nel giorno del ricordo: per la grande mamma di un grande amico


domenica 10 luglio 2011

Profili e profilattici



«Datemelo e vi solleverò il mondo!»

C’è chi spacca il capello in due, chi cerca il pelo nell’uovo, chi ce la fa per un pelo o, sempre per quello, ne esce perdente.
I mitici Argonauti di Giasone, per del pelo, un vello di capron d’oro, rischiarono il tutto per tutto;
ma, il migliore, è sempre quello che - si dice - “tira” più di un carro di buoi.
Un filato che ha disfatto trama e destini di re e imperi, fatto scontrare eserciti, provocato liti e guerre ed ha inguaiato persino gli dei.
Cleopatra…Messalina...Madame de Pompadour (!)…quanto del loro inguinale bulbo pilifero ha menato, non solo per il naso, il maschio dominante, il capobranco, condottiero e“arbitro” del destino di moltitudini;
passato alla storia per meriti sul campo, al meschinello riuscì a ottenere vittoria, ma di regale palco e cor(o)na.
No, Archimede non aveva ragione: non è la leva, per principio, ad avere più forza del sottile filo.

«Datemi un pelo e vi solleverò il mondo!»

Nessuna meccanica, anche se celeste, ha mai avuto eguale forza di attrazione dell’esile spaghetto, cui difficilmente sfugge satellite.
Come le sirene per Ulisse o il Bengodi di Pinocchio, l’incanto del crine incanta, carico di promesse da fiaba, dove si vede tutto rosa, dove s’incontra Alice, nel paese delle meraviglie, quello di Alice…Alice Rosa.
Per entrare nel mondo della nostra Alice, non si deve attraversare nessuna porta magica: basta la macchina, una moto, il treno, un mezzo di locomozione a piacere;
San Miniato, nel pisano non è più irraggiungibile della periferia di dove abitiamo, con i mezzi d’oggi.
Anzi, no, che dico…non c’è nemmeno bisogno di spostarsi…se io non vado da Alice…

«Così mi fai venire subito!»

Ecco, basta una cassetta…un videoregistratore…et voilà!

“È venuto a saperlo mia madre”.

‘azzarola…e mò…’so c….avoli amari!
Ah…no…meno male: è solo il titolo della pellicola.
«Mi hanno scoperta!»
E te credo: come avrebbe fatto altrimenti, lo stallone, il pornoattore Alex Magni, a farci “quattro salti in padella”, con la pollastra, se non si spogliava?
Bella spennata, con quell’intrigante mascherina nera, che non è bastata a nasconderla per renderla irriconoscibile: ecco l’Alice, segretaria del locale circolino del Pd, il partito del Bersani, quello dei Savonarola, del talebanismo invocato contro quelli di facili costumi.
L’Alice, povera stella, no, non rientra in questa categoria: il costume non lo aveva, quando nitriva e sbuffava, eccitata, sotto le spinte e le controspinte del duro e delle molle del talamo casereccio, mentre confezionava il porno filmino amatoriale.
Prenderà l’Oscar…poi Mario, Giovanni, Marco, Giulio…sì, di sicuro...l'Oscar.
Questi sono a far la fila, con il numerino, come dal panettiere, per il turno.

Alice è un’attrice…Ruby una escort…Giovannona Coscialunga, una puttana.

I profili saranno pure diversi, ma nel profilattico sempre quello c'è.

Cambia solo la tariffa.

Io, secondo me...11.07.2011

giovedì 7 luglio 2011

Junk box



Una volta c’era il juke box, che ci donava il bello di melodia e suoni;
al solo pensarci, mi prende nostalgia di quei tempi lontani, una struggente malinconia, al ricordo di quel pozzo dei desideri: ci mettevi una monetina, schiacciavi il tasto accanto al brano che volevi, il braccio meccanico artigliava il disco, lo posava ed iniziava l’incanto.

Come per le prime televisioni, anche quel piacere doveva essere condiviso con gli altri e questo favoriva i rapporti sociali, lo stare assieme, il commentare, trame e relazioni, il gruppo, l’anima gregaria della specie.
Altro che iPod, dove in una saccoccia ora ci sta il compendio di un certo numero di quelle melodiose ma ingombranti casse armoniche.

Oggi vai per strada e vedi tanti isolotti galleggianti, alla deriva e menati dai ritmi di quelle cuffiette, che trasmettono e isolano dal resto del mondo.
Passano accanto, gli uni agli altri, si sfiorano e paiono tanti tarantolati: appartati, ognuno con accompagnato dalla propria solitudine, sacchetti di cellule con movimento ameboide, con pareti refrattarie all’osmosi, senza vasi comunicanti.

O forse, colpa mia: non mi sono accorto del mutare dei tempi, che non ho le giuste terminazioni nervose, da agganciare alla nuova presa di corrente. Oddio...vuoi vedere che mi sono trasformato in “matusa”?

‘azzarola!

No...però...un momento...c’è ancora, il juke box...dove ho messo gli occhiali...c’è scritto sul giornale.
Sbagliato.

Junk...ecco: junk, no juke.
Spazzatura...una pattumiera.

“Moody's: si declassa il “rating” del debito sovrano del Portogallo e diventa “junk”!
In parole povere: da schifo, ‘na chiavica a cielo aperto.
Come a mettere i campanellini al piede di un lebbroso.

«Attenzione. Scansate, altrimenti v’infettate!»

Beh, non è il juke box, ma ai poveretti gliel’hanno cantata e pure suonata...e se lo dice Moody's.
E già ma, a ben vedere, “chicazz’è” sto Moody's, che pare la marca di un organo.
Vado a vedere, nella soffitta cranica, dove ancora parcheggia e stagiona un cervellino, sempre più raggrinzito, incartapecorito, somigliante più ad una pallina di carta straccia, accartocciata e pronta per il cestino.
Nell’angolino recondito, ritrovo la pallina grigiastra e la interrogo, come l’indovino con boccia di cristallo.
Una passata con il gomito, una lustratina, un soffio per scacciare la patina di polvere ed ecco...vedo....vedo...le cappellate!

Non sola, ma assieme alle sorelle, Fitch e Standard&Poor’s, tornano i ricordi, di quanto male hanno fatto in passato e le cazzate di famiglia.
Queste Pizie dei tempi moderni, come per quelle di Delfi, consacrate al dio pagano Apollo, vaticinano, interrogano il fegato della gente, interpretano il volo degli uccelli...e fanno spesso la fine del pollo, di cui si conosce l’utilità per carne e uova, ma non il brillare d’intelligenza.
Il mondo si rivolge a loro, per i responsi, come facevano i condottieri con i sacerdoti, per sapere se le guerre che stavano iniziando avevano o no l’appoggio degli dei, e che la vittoria avesse per loro un occhio di riguardo.
Insomma: era come la raccomandazione d’oggidì.

«Il Portogallo...nooo! L’Italia? Uhm...così così...occhio a questo...attento a quello; alla larga dall’altro!»

Standard&Poor’s concesse la tripla “A” a Bernard Madoff...quello della truffa miliardaria a Wall Street.
Bernard sta in galera, ora: deve scontare “appena” centocinquan’anni...dicasi cen-to-cin-quan-ta.
Standard&Poor’s: nessuno.

Nel 2006, la quasi totalità dei titoli erano dati per buoni, con l’avallo della forca tridentina: "AAA".
Come a dire: vai tranquillo, che qui fai un sacco di palanche.
Poco tempo dopo...«Contrordine! Sono spazzatura...junk! junk! junk!»
E che cazzo: sempre voi, maledette sorelle del menga, me le avevate garantite!
«Ci siamo sbagliati, scusate: è stato un errore dio sbaglio.»
Vabbè, ho capito: a qualcuno dei loro tirapiedi, impiegatucci mezzemaniche e mezzecalzette, Fantozzi della finanza, deve essersi incastrato il ditino sul tasto della “A”.

Click...click...click...cancellato...bocciato...nella lista dei cattivi...'un c'ha ‘na lira!

MI ricordano i medici dei campi di concentramento, quelli che, all’entrata, dividevano i nuovi arrivi;
questo a destra...quello a sinistra.
Signori e padroni della vita e della morte, da una parte la camera a gas, dall’altra, la schiavitù, quella dell’"Arbeit macht frei", del lavoro che rende liberi, perché sudi, ti viene il mal di gola e muori.

Le tre sgualdrinelle, Moody’s, Fitch e Standard&Poor’s, ce la danno, l’annunciazione.
Giurano sulla pagina finanziaria, santificano i bilanci e la statistica, la famosa “arte di mentire con i numeri;

la banca Lehman Brothers? 'Nu babbà!
La Parmalat...’nu schianto!
«Ite, figlioli: Ite, missa est...Andate, l'offerta è stata mandata...rien ne va plus, les jeux sont faits!»

Trombati.
I risparmi della nonna in fumo; un’intera vita di lavoro persa sul tavolo, che sarà sempre meno verde delle nostre tasche, dopo aver incautamente dato retta a questi smanettoni, che dei loro “diagrammi a torta” non ci sono rimaste neppure le briciole!
Hanno il potere d’affossare qualunque economia, ogni paese, ogni bilancia commerciale, ogni borsa, d’azzerare chiunque ed ogni cosa.
Quando sbagliano, ballano la tarantella...

«Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto... chi ha dato, ha dato, ha dato... scurdámmoce 'o ppassato, simmo tre sorete, paisà!»

‘ffanculo a soreta!

Suonacelo ancora, zio Sam...il junk box.


Io, secondo me...07.07.2011

san Paganelli


martedì 5 luglio 2011

Scaccarabocchi



«Beppe XVI, molla la pecunia!»

Stefano, di cognome farà pure Disegni ma, a dirla in parole gentili, i suoi, più che scarabocchi, sono “scaccarabocchi”;
neppure schizzetti...schifezzetti, ecco.
Meglio di lui, persino i vecchi trogloditi, i “writers” dell’età della pietra, sui “murales” cavernicoli.

Il nostro coevo, invece: vignette da sgorbio, schiacciate da fumettoni densi di parlato, espressione con cui, estroflette il sacchetto biliare e ne rovescia acido.

Niente a che fare, tanto per fare altri nomi, con Vauro che, seppure mi stia sugli zebedei, ha almeno un bel tratto.
Caustico, e sarcastico, talvolta c’azzecca;
gli riesce la satira: di parte, rigorosamente a senso unico, ma di una certa qualità.
Il Vauro Senesi lo invidio e mi piace, vignettisticamente parlando.

Disegni no...da schifo; i disegni con la “d” minuscola, i suoi, intendo.

Lui no: potrebbe anche attirare materna dolcezza, tanto assomiglia, se gli si mette una bombetta in testa, a Stanlio, il comico stecco, compagno del più rotondetto Ollio.
Solo che lo Stefano nostro non fa ridere...anzi.
Il suo “grafoverbo” è intriso d’astio, di cattiveria, di rancore, di...di...odio, ecco: odio al distillato puro.

Forse è solo “Sgarbismo”: quel metodo introdotto dallo Sgarbi Vittorio, di chi utilizza “effetti speciali”, aggressivi e violenti, per annientare l’avversario, calpestandolo con insulti e chiassate tali da rimpicciolirne immagine a vantaggi della propria.
La classica formula, dove si parlerà di te se getti la vecchietta sotto la macchina, non se l’aiuti ad attraversare la strada.
Can che dorme nessun lo nota: quel che morde, sì.

Eppoi, bisogna campare: quello fa e, se qualche altro, meglio dotato, gli fiata sul collo e le sue strisce non trovano pagina di giornale, che magna...‘ndo va...’a fà che?

L’infantile semplicità e il vuoto pneumatico aiutano, nel magro pasticcio di matita.
Illustrazioni certo care al popolo sinistroide, per essere elementari, alla portata di comprendonio dell’ex gioventù rossa, che faceva passerella con l’”Unità” bella in vista...mai letta, ma dava aria d’impegnato, piegata nel modo giusto, come la cravatta, nella tasca posteriore dei pantaloni da proletario, adeguatamente logori e sfilacciati, che facevano tanto bohémienne;
salvo poi tornare a cuccia ed indossare pelle vera, l’abito buono, della festa.

Ah...che malinconia;
ricordo con tenerezza i miei lontanissimi tempi di scuola... e il Fabrizio che, per quanto descritto pocanzi, calzava panno a misura.
Compagno di classe, ma lui, anche estratto di brodo d’altra classe: tessera e partito del Comunista.
Noi arrivavamo con il tramvai: lui, con la mitica “127” rossa, la Fiat che, in mano ad uno studente d’allora - ai nostri occhi, che si andava in bicicletta o con il “cinquantino” - era come la Ferrari d’oggi.
"Okkupava", distribuiva volantini, partecipava attivamente ai cortei contro la guerra in Vietnam, malediva i capitalisti...poi...a sera, finito le “lezioni”, tutti a casa.
Chi dal padre ferroviere, chi dal genitore “Ragiunatt” alla Pirelli, chi, come me, da un meraviglioso papà muratore...il Fabrizio...dal papi imprenditore, con un maglificio a Carpi, provincia di Modena, nella regione che più rossa non poteva: l’Emilia-Romagna.
Un “capitalista” nel cuore del “Poppolo” proletario.
Di “Fabrizio” ne giravano, più di quanto si pensi: belli e bulli che facevano filosofia spicciola, con il culo coperto dalle “mancine” di papà, altrimenti demonio plutocratico e vil borghese.

Il mitico ’68 aveva setacciato, negli anni appena a seguire, a maglie differenti;
da una parte, quelli a cui era riuscito il colpo gobbo, di essere “promossi” alle classi superiori, ovvero, di scavalcare la staccionata e far soldi e carriera nei noduli dell’odiato capitalismo;
altri, rimasti ancora alla cannetta d’oppio e con l’armatura alla Don Chisciotte, a combattere contro i mulini a vento.
Il peggio, a parassitare, confluendo nei centri cosiddetti “sociali”: un crogiolo di ferramenta, di rottami fusi nel cervello, ritornato dall’ammasso, vuoto a rendere: cimitero, discarica e reflusso intestinale del defunto pachiderma comunista.
Altri, nei bassifondi, ad aprire botteghe oscure, dove ancora trovare cimeli di un tempo di sbornie e “venali” pere, dove l’oppio dei popoli non si rivelò essere la religione, che invece ne uscì ringalluzzita e vittoriosa.
Troppo vecchi per tornare sui propri passi, dall’avere imboccato una strada chiusa, eccoli a scavare la roccia, ostinandosi a voler proseguire ancora in quel vicolo cieco, politico ed evolutivo.
Come quei robottini di una volta che, trovatosi davanti il muro, continuavano ad arretrare e poi a capocciare, fino all’esaurimento delle pile.
All’occorrenza, rivestono il muffo e tarlato abito dei bei tempi, come un cavernicolo la pelliccia d’orso;
dal cassetto, i vecchi slogan, preconfezionati, lisi, impolverati, buoni per tutte le stagioni, incartapecoriti come le mummie: frasi trite e ritrite, concetti della complessità di un interruttore della luce...click, acceso...clack...spento.

«Beppe XVI, molla la pecunia!»

Stefano Disegni ricalca lo schema.

«Devolvete tutto, donate ai poveri tutti i vostri beni, vendete tutti gli immobili! Con quello che ricaverete sconfiggete la povertà nel mondo», dice, rivolto ad un Papa da caricatura, attraverso uno dei suoi fum(ett)osi personaggi.

Neppure l’Adriano, il Celentano re dei cretini, è arrivato a sparare simili minchionate.
Anche se Benedetto XVI lo facesse, buttata la goccia nell’oceano, questi neppure l’avvertirebbe.

La semplicità della soluzione, invece, sta proprio nella missione della Chiesa:

“Dai un pesce ad un uomo e lo sfamerai per un giorno; insegnagli a pescare e lo sfamerai per tutta la vita”.

Del resto, neppure la beneamata “multinazionale Comunista” ha fatto questo passo: il distribuire le sue ricchezze ai proletari.
Sotto gli occhi di tutti è rimasto ricordo di quanto si è visto, oltre quel muro di Berlino, dopo che è caduto.
Morte e desolazione, fame e fallimenti, patimenti, torture, deportazioni, anche d’intere popolazioni, pestilenze, epidemie, carestie, catene e botte, dove pure l’Apocalisse di Giovanni impallidisce, al confronto.

Il “grano” nelle saccocce dei capoccioni, la carne nel congelatore...in Siberia.

No, il meteorite famoso non ha estinto tutti i dinosauri.
Qualcuno è giunto sino a noi.
Lo provano i...Disegni, sui muri delle Botteghe Oscure.

Scaccarabocchi.


Io, secondo me...05.07.2011

lunedì 4 luglio 2011

Canne comuniste


Grilletto di pistola



Rivoluzionari...eroi...campane a festa...

Grilletto salta all’impazzata; pistola, spara a raffica.

Lo Stato di Polizia vacilla, la barricata si sbriciola, lo sbarramento cede, la dittatura trema, dopo aver fomentato disordini e messo gli italiani gli uni contro gli altri, usando le masse come carne da cannone.

Grilletto...pistola...grilletto...pistola...piombo verbale - per ora - contro tiranni e despoti che, alla canna del gas, sono a consumare l’ultimo atto “[...] per salvare le penne di fronte al cataclisma economico prossimo venturo, o la nascita della democrazia in Italia”.

«I black bloc in Parlamento!», urla la nanerottola caricatura del Che Guevara, il Brontolo dei sette.

Quelli che scorrazzavano con bastoni e catene, pietre focaie e combustibile, in Val di Susa, invece: rivoluzionari...eroi...per loro campane a festa, nel nuovo giorno della liberazione partigiana, con duecento “sbirri” all’ospedale.

Prove tecniche di rivoluzione: una “macchina da guerra” che di “gioioso” ormai ha solo il ricordo.

Il Grillo canta, nel vedere le odiate formiche allo sbando.

«Le violenze le ha commesse chi ha sparato i lacrimogeni ad altezza d'uomo!», urlano i devastatori di professione.
Ecchècazzo!
Si difendono pure, quelli schifosi servi dello Stato.
Alla “macchina da guerra” non gli è riuscito di arrivare a tiro utile, per il lancio delle Molotov, che gli veniva da piangere!

Ma i rivoluzionari non si piegano...loro sono gli eroi...din-don-dan...campane a festa infiammano gli stoppini e la benza.
Troppa carne al fuoco;
il cuore del potere non è in quella valletta e i battaglioni armati, nascosti nei “Centri Sociali”, le truppe paramilitari, non devono scoprire le carte e venire allo scoperto troppo presto.

«Contrordine compagni: i tempi non sono maturi. Siamo solo alla P4 e, prima che arrivi il turno nostro, dobbiamo aspettare il 37 e poi - zac! - la P38 l’abbiamo noi!»

Non avevano tutti i torti, povere gioie, a menare le mani: i battaglioni d’assalto erano pronti sin dal 13 aprile, dopo la lettura del Manifesto, grondante”Intellighenzia” del compagno-apparatchick Alberto Asor Rosa:


«Ciò cui io penso è invece una PROVA DI FORZA che [...] instaura quello che io definirei un NORMALE "stato d'emergenza", SI AVVALE, più che di manifestanti generosi, dei CARABINIERI E DELLA POLIZIA DI STATO congela le Camere, sospende tutte le immunità parlamentari, restituisce alla magistratura le sue possibilità e capacità d’azione, STABILISCE D'AUTORITÀ NUOVE REGOLE ELETTORALI [...] insomma: LA DEMOCRAZIA si SALVA anche FORZANDONE LE REGOLE.»

Sintesi: W il colpo di Stato!
Il popolo è bue, incapace d’intendere e di volere, pertanto le votazioni sono state farlocche; dei dementi hanno fatto numero e non qualità, perché i migliori siamo sempre noi, la ciccia sull’osso.

Forti di tanto ottimismo e rosea visione, scambiando la Val Susa con la Val D’Ossola, eccoli desiderosi di fondare la “Repubblica partigiana della susina”.
Più che campane, sono stati i campanacci a transumare questi rivoluzionari ed eroi, forti della convinzione che Carabinieri e Polizia erano dalla loro, come auspicato da “nonno Alberto”.

A metà tra formiche legionarie e cavallette di biblica piaga, hanno fatto quel che impronta genetica gli ha cucito addosso: il “parassitismo devastatorio”, l’arte di fabbricare macerie.
Oltre che mazziati, pure cornuti, che non solo quel reperto archeologico dell’Asor Rosa non c’azzecca, ma pure i tanti fiancheggiatori si sono spaventati di tanto casino.
Dal mondo politico, ce li hanno tutti contro: Napolitano gli ha dato del "violenti eversivi";
il Pd li ha rinnegati e rigettati e pure Sel e Idv hanno detto di non riconoscerli.
Si sono trovati, calcisticamente parlando, del tutto fuori gioco, che fuori tempo lo sono da un pezzo.

E il povero grilletto, poi...il deserto, attorno.

Click...click...click...grilletto scatta, pistola non spara più cazzate.

«Valsusini eroi: black bloc da arrestare!»
Click...click...click...grilletto scatta, pistola non spara...ci lecca.

Da “Và dove ti porta il cuore” a “Và dove ti porta il vento”.
Da Tamaro a Tamarro.

Grilletto di pistola!

Io, secondo me...04.07.2011