mercoledì 4 aprile 2012

Tagli e ritagli

E rieccoci: Il capo non sapeva.

Ancora in me è vivido il ricordo dei vecchi, che ripetevano - più per convincersi che per convincere - lo stesso per Mussolini, a non dover amaramente ammettere di essere stati coglionati: ingenui ed ignoranti, quando non complici.

Il capo non sapeva… altrimenti… e quel minaccioso ”altrimenti” pareva lo spalancarsi delle porte dell’inferno, l’applicare di pene spaventose, di effervescenti purghe intestinali, di corpo e di gruppo.
Mai successo, e mai succederà, perché “Cane non mangia cane”… tra simili non ci si sbrana, attenti che se oggi hai denti per mordere, domani potrebbe non essere e prudenza vuole tacito patto di non aggressione, dove anche tra ladri ci si deve parare il culo a vicenda.

E ritorna l’eterno dubbio: se, quando presi con le mani nel sacco, sia meglio essere ritenuti cretini che furbi, babbioni invece di scafate faine.

Per il villano, il volgo del popol bue, nessuna pietà: la legge non ammette ignoranza.

Non si poteva non sapere!

Per gli “eletti”, indulgenza plenaria.

"Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine patris el Filii et Spiritus Sancti”;
al pari del vecchio saggio meneghino:
“Na lavada, na sugada, la par nanca duperada”… quando voluto per l’adoperata della gemma femminile, a bastar poca acqua e un bel colpo di spugna per rimetterla in sesto, che “la par nanca duperada”, ad Accorgersi d’esser stata mai neppure stropicciata.

Nel mondo della politica, lavare, asciugare, ricucire e ritornare vergini è un tutt’uno.
Assoluzione per mancanza di reato.
Anche di cassa, ma è solo un dettaglio.
“Tira, molla e messeda, al fin della fera càmbia negót": dagli, picchia e mena, finita la festa non cambia niente…’na beata fava!

Non per nulla - e ci si guardi addosso - sempre quelle sono i pidocchi che ci tiriamo ancora dietro, che anche dove relativamente giovani d’età, decrepiti sono per anzianità di mastice sotto le chiappe, tenace adesivo per pelle: di fondello e poltrona.

Non sapevano, gli “albanesi” della Prima Repubblica: quelli spiaggiati con il gommone, dopo aver abbandonato la nativa nave del formaggio, nelle cui stive arano nati, avevano pasteggiato ed erano ingrassati.

Non potevano non sapere… ma fecero faccia meravigliata e contrita, da gnorri e ciula.

La stessa faccia di m….bronzo con cui poi si dissero preparati e pronti a dirigere il vapore Italia;
dove, se non quando e complici di ladri, dovevano essere abbandonati sull’autostrada, per “manifesta ignoranza” e incapace gestione della “Res Pubblica”, della cosa pubblica… i nostri danee, i ghelli, le palanche, i denari!

Le conseguenze siamo a pagarle oggi quando, ancora portati dai “soliti noti” alla bancarotta, siamo a svenarci per quelli;
che si sono defilati prudentemente da sotto le piante che, durante la tempesta attirano i fulmini.

Pensano di poter tornare dopo i bombardamenti, quando gli agnelli di Pasqua e i tacchini di Natale saranno a contare i superstiti.
Con poche granaglie quelli si presenteranno, come i vecchi depravati con le caramelle, per poi aprire l’impermeabile e mostrare le vergogne.

Fanno i giunchi sotto l’uragano: si piegano per non spezzarsi, per poi ridiventare rigidi bastoni, da calare prontamente sui nostri gropponi quando a portare al pascolo e poter mungere di nuovo, in tempo di vacche grasse.
I cornuti oggi sono magri: se ne lavano le mani, dando in gestione la stalla e le bestie ai fittavoli, che devono strizzare le sgonfie mammelle e macellare chi è a secco, quando ottime anche le costine, alla brace.
I sopravvissuti, ritorneranno alla padronanza, una volta passato il pericolo che “La fattoria degli animali” possa mai praticare azioni bellicose vendicative e rivoluzionarie, verso chi ne ha troppo approfittato della pazienza degli “animali da riproduzione”.
I “fittavoli” come gli armigeri dello sceriffo di Nottingham, esattore e lama del re: il braccio armato, che si doveva “sporcare le mani”, levare le castagne dal fuoco e raffreddare le patate bollenti, per lui.

Memorabile la foto ricordo, dei riuniti “Compagni di merende”, la famosa classe “ABC”: Alfano, Bersani e “sor Bretella”, quel Casini con le traversine elastiche belle in vista;

in mezzo a tanti attributi, ritto come una pertica, il Marietto Monti, “Lo Sceriffo”.
Belli, pacioni e piacioni, sorridenti quando non c’è motivo, soddisfatti, come i tedeschi dopo i bombardamenti di Londra.

Cazzo c’era da ridere… boh!

Parevano becchini dopo una pandemia!

Siamo con il paiolo per terra, in recessione;

le agenzie di rating, arcigni notabili del patentino, ci hanno sputtanati, togliendoci punti;
la pensione ce l’hanno sfumata: dello spessore di un capello, linea d’orizzonte lontana ormai anni luce, nello spazio e nel tempo;
“esodati”, vittime della “retroazione”, come i comuni mortali con alcuni balzelli: perverso meccanismo, che permette di far partire la "grattata" dal passato remoto, invece che dal momento in cui deciso l’inganno.
Prossimi alla pensione, eccoli accordarsi con la ditta: ti verso i contributi per quel francobollo che ti manca, e tu te ne vai prima dal posto di lavoro; peccato che il francobollo si è allungato, come la muraglia cinese, facendoli rimanere in mutande, disoccupati e con il rischio di far la fame per mancanza d’introiti.
Si spera trovino una soluzione, altrimenti diverranno… “ex” odati!

Con le tasse alle stelle, reintrodotte fino le vecchie dismesse, e pure elevate all’ennesima potenza, eccoli, i “tecnici”;
cianciano di “Crescitalia” e di “Ripresa”, quando ormai si sente l’odore di decomposto.
Presentati e imposti come toccasana, illuminati e innovatori, sono stati a fare l’esatto del passato, salvo nel numero delle coltellate, che sono di più.
In un paese che vive sul trasporto su gomma, eccoli ad alzare le accise sulla benzina alle stelle, creando un effetto domino di proporzioni inimmaginabili, gioco al massacro economico che è come il lievito per la torta;

non ho più soldi, non domando o compro, se non lo stretto necessario, dice il piccoletto;
non ho domanda, non vendo: riduco e chiudo, dice “el cumenda”, prima di impiccarsi, spararsi o darsi fuoco!

Posto di lavoro come la pentola sul fuoco, con il pollo dentro l’acqua prossima all’ebollizione, mentre i volponi si leccano i baffi, in attesa della cottura.
Di un sol colpo, distrutta “la terra di mezzo”, quella media borghesia che faceva da collante e da cerniera.
Scardinata dai piedi di porco.
Addio risparmio, addio futuro;
insicurezza, paura e panico stanno per colmare l’improvvisa depressione che si è creata;
un gorgoglio di pulsioni ancestrali s’incanalano in feroce vorticare: l’occhio ancora calmo, di un uragano che sta montando tutt’attorno!

I “Crapapelada”, con il “Sor Bretella” sorridono beati: in fra mezzo, in posa eretta, la Maestà loro, il Mariettomonti.
Mi ricordano Luigino e la Maria Antonietta, quella del “S'ils n'ont plus de pain, qu'ils mangent de la brioche”, se non pane, mangino brioches, riferita a un popolo affamato.
Frase infelice, non da dire… se hai la testa sulle spalle!

“La storia del passato / ormai ce l'ha insegnato / che il popolo affamato fa la rivoluzion […] la pancia che borbotta è causa del complotto / è causa della lotta / abbasso il direttor” era l ritornello di una simpatica canzone.

“Panem et circenses”, pane e giochi, raccomandavano di non far mancare al popolo gli antichi romani, che la sapevano lunga del com’era pericoloso il tirar troppo la corda.

Ecco, i devastatori sono oggi a finire la presa per il culo, nel fare faccia stupefatta di chi fregava nella casa loro le palanche, alfine nostre.

Bersani non sapeva che il suo paraculato Penati sgraffignava fondi;
così come il “bambolone” Rutelli, del Lusi amministratore suo, che avrebbe soffiato da sotto il naso milioni e milioni di Euro, mentre lui “Non sapeva”;
lo stesso nella lega, dove i capoccioni nulla sapevano dei Boni e Belsito, che “distraevano” fondi per ingrassare ingranaggi di parte e per il “Capofamiglia”.
Gente che faceva vacanze “a gratis” o si trovava pagato mutui o ristrutturazioni di casa.

«Cazzo, chi è stato… non sapevo!»

Sangue, sudore e lacrime al vil popolaccio: nulla a rinunciare dei privilegi loro.

Quanto può reggere ancora la sopportazione?
quanto ancora chi, alla canna del gas, sceglierà d’essere boia di sè e non risolutore della causa?

La vecchia “Tricoteuse” ha messo nel cestino ferri e maglia, assieme alla brioche, in attesa che sia allestita la ghigliottina.

Il capo non sapeva…

Zac!
Tum… tum… tum…ploff…

«Canestro!»

Il “capo” che non sapeva, dell’Antonietta, ritrovò quello del Luigino;
la sua… dolce metà, nel cestone delle zucche!

“LA STORIA DEL PASSATO / ORMAI CE L'HA INSEGNATO / che il popolo affamato fa la rivoluzion…”.

Sia mai… ma non è detto!

Io, secondo me... 04.04.2012

Tax killer

martedì 3 aprile 2012

In cauda venenum

Horresco referens. Rabbrividisco a raccontare;

“Mors et fugacem persequitur virum”… la morte raggiunge anche l'uomo che fugge;

Lo diceva Orazio: non il marito della mucca Clarabella, dei tanti personaggi fantastici di Walt Disney.

Quinto e Flacco, noto ai “Latinorum” del suo tempo come Quintus Horatius Flaccus: per noi, acerbi studenti dei miei tempi di banco, l’Orazio.

Non un normale baio-bao, micio-micio, ma un “er mejo”, dei poeti dell'età antica: elegante nello stile e pungente per ironia;
cui sono oggi a chieder perdono, augurandogli proseguo d’eterno e, soprattutto, sereno riposo;
in pace e tranquillità, spoglio da incubi e d’agitazione sepolcrale, nell’aver avuto in me il massacratore della lingua sua, ai tempi di mio scolastico macellare di latina grammatica.
Da par mio, spero vero sia il detto “Mortui non mordent”, i morti non mordono, che altrimenti sarei spolpato dal suo volersi vendicare.
Alfine, sfortunato Maestro caro, a modo mio sono a ricordarti;
da vecchio che, non potendo far retrocedere anni ormai dissolti, vi ritorno volentieri con la memoria, nell’essere “Laudatores tempore acti”: nostalgico del tempo passato.

Magister… avevi ragione: la morte corre sempre più veloce e il vile lo prende prima, perché corre in ginocchio!
Maestro, come te il buon Virgilio raccomandò attenzione, che “Latet anguis in herba”, nell’erba sta nascosta una serpe.

L’erba mia, rimpianti avi, si chiama Eurabia, quel posto che ben rappresenta la frase dell’anonimo:
“In praetoriis leones, in castris lepores”.

Nel palazzo leoni, nell'accampamento lepri.

Dentro le mura contano e impilano monete, digrignando i denti e difendendo quelle, peggio del cane che con la ciotola del mangiare.
Fuori, vigliacchi come non mai, nel non avere tanta difesa e timorosi che quel tesoro gli sia sfilato.
Lasciano alle volpi libertà di assalire altrui pollai, pensando di essere così al riparo e continuare a far frittata, con le uova d’oro dei polli loro;
ormai il sole ha cambiato posto, e l’ombra che allungava il nano ormai non nasconde più il verme che è.

“Il Real Madrid ha scelto di eliminare la piccolissima croce, che dal 1920 appariva sul suo stemma”.

Vabbè, verrebbe da dire: anche l’occhio vuole la sua parte e una riverniciata alla facciata magari svecchia un poco e ci si allinea con i tempi e i suoi nuovi simboli.
Fosse solo questo, passi, ma il motivo è ben più gretto e meschino, coinvolgendo non solo la crosta, ma l’intero motivo di quadro e dell’opera;

“ […] ostacolo alla costruzione di un fantasmagorico impianto turistico miliardario nell'isola di Ras-al-Khaimah degli Emirati Arabi Uniti”.

Peggio di Esaù, non stiamo svendendo la primogenitura, ma il culo per intero!
“[…] alberghi e ristoranti di lusso, piscine e campi sportivi, un piccolo stadio che si affaccia direttamente sul mare, un parco a tema e un museo del Real Madrid”… valgono bene un inchino?

Indocti discant et ament meminisse periti… imparino gli ignoranti e, quelli che sanno, amino di ricordare!

Così nel piccolo così nel grande: errore madornale credere insignificante un refolo di vento, quando è da quel poco e nulla che nasce ogni uragano.
E neppure è prima volta.
Appena dietro l’angolo, dicembre del 2007;
"L’Inter offende i musulmani [...] la maglia bianca con la croce rossa sul davanti, adottata in occasione del centenario della società. […] è un attentato all'Islam […] un avvocato turco, Barsia Kaska, ha chiesto alla Uefa di multare la società […] ricorda il simbolo dei Templari”.
Fosse stata solo la sparata di un pirlotto, passi, ma…

“[…] si sono accodati diversi mezzi d’informazione turchi che hanno accompagnato la foto della maglia con le immagini dei monaci soldati […] maglia razzista […] ricorda giorni sanguinosi”.

E poi, il massimo della “presinculite”:

“[…] una forma esplicita di superiorità razzista di una religione”.

Fatto calcolo del come sono stati trattati i cristiani da loro - sgozzamenti e sparamenti compresi - vien da chiedersi quanto scemi siano per evoluzione e quanto per dote genetica.
E sarebbero sti... "mamelucchi", che si vorrebbe far entrare nella Comunità Europea, con la complicità di una banda di fessi nostrani “de noatri”, che tiene aperto la porta!

Diverrebbero “Imperium in imperio”: uno Stato nello Stato.

Tuto questo però è la frana: il sassolino che la provocò iniziò da allora, in quel fatidico 26 Giugno 2005, quando persino la Croce Rossa, per superare le “differenze religiose”, sostituì lo storico e tradizionale segno con un cristallo rosso.
Il baratto della sostanza per la forma, l’identità per il vestito!

Per non offendere, restiamo offesi, meritevoli del passare da “Homo Sapiens Sapiens” a “Calabraghensis Minus Habens”… calabraghe minorato.

Dalla testa, eccoci arrivati ai titoli di coda;

Ecco il “Memento mori”, il rammentar che qui si appresta a morire Il mio scrivere e, nell’attesa di “Ire ad patres”, di andare dagli antenati, arrivato sono alla fine.


In cauda venenum… nella coda, il veleno.


Io, secondo me... 02.04.2012

cresci TAGLIA

Sfascitalia

Embrionicidio

venerdì 30 marzo 2012

Turchislam

Non c’è due senza tre, dice la memoria storica popolare: pare che la regola della terzina sia anche oggi a confermare ragione.

7 ottobre 1571: una botta di fortuna a Lepanto e, con la vittoria, l'allontanamento del turco in fregola di conquista;
Giusto per sfoggiare un poco di “Latinorum”, che fa sempre scena, vero fu che
"Non virtus, non arma, non duces, sed Maria Rosarii victores nos fecit"… non il valore, non le armi, non i condottieri, ma la Madonna del Rosario ci ha fatto vincitori".
E quel poco di culatello, che non guasta mai.

E rieccoli.

Vienna 1683:
“Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, casca Vienna, tutti giù per terra!!”.
Come per la serratura di casa, se entra il piede di porco, i briganti sono in e di casa: via la città, poi l’impero e, come per le ciliegie, una cosa avrebbe tirato l’altra e il domino fatto cadere la religione cattolica, e la Civiltà cristiana di tutta l'Europa occidentale.
Al din-don-dan delle campane e senza il campanile, saremmo a rispondere alla chiamata gracchiata dal muezzin, dal minareto!

Anche qui - si voglia la cara madonnina, la solita botta di fondello, Leopoldo I, con l’aiuto di Jan Sobieski, re di Polonia - l'11 settembre se lo cuccarono i... Mamelucchi, bastonati e costretti a smammare.
Il gran visir Kara Mustafa abbassò coda e orecchie, fece i bagagli e se ne andò, insalutato e sgradito ospite.
Ma il lupo ha per natura di perdere il pelo, ma non il vizio.
Cambia solo la strategia, dove alla forza si sostituisce la semina dell’erba gramigna, da mischiare con quella del vicino, da sempre vista come la più verde.
La tecnica del cuculo, che infila il suo uovo infra mezzo a quelli dell’altrui nido e prole;
una volta schiuso quello del “cuculide”, questi ha nel patrimonio genetico già arte di scalzare gli altri vicini e farne frittata, per poi restare solo consumatore di pappa e ciccia.
Così, il “Cuculus canorus” fischia e canta, mentre ingenui e giuggioloni nuovi genitori apparecchiano per lui.
L’Eurislam li ha oggi, tanti Cuculi, unghie incarnite nel suo ditone d’appoggio.

Neppure possiamo più gridare… «Ahia…Kemal» visto che il suo insegnamento è fallito;
Mustafa Kemal Ataturk - nel 1924 – provò a fondare una Turchia laica, scevra da fanatismi, catene e zavorre religiose, tenendo ben distinto quel che era carne di Cesare dallo spirito di un dio inteso nel senso più lato e confinato nel suo;
avrà poi - nell’aldilà - l’ultima parola, ma nel pieno rispetto di una creatura libera di farsi bene o male, grazie al libero arbitrio: moneta da spendere per poi - dopo Cesare - reclamare crediti o piangere debiti, da saldare in Paradiso o all’inferno.

Garante di questa libertà, a fare differenza tra marionette o creature di Allah: l’esercito;
che fece del suo meglio per cacciare quelli che di spirito ne avevano bevuto più distillato dalla damigiana che dal cuore del creatore.
Nel 1960 contro il governo autoritario di Menderes, poi appeso per il collo;
nel 1980 contro Ecevit e Demirel, che stavano trascinando il paese nel baratro di una guerra civile; nel 1997 contro Erbakan, leader del partito islamico, accusato di “deriva islamista”.
In cui allora militava - non c’è due senza tre - Recep Tayyip Erdogan.

«Alegher, alegher, bagai e i tusan: l'è rivaa el padrun de la melunera!»

Nel dialetto meneghino, è il "bauscia", il bullo e prepotente che crede di essere “Er mejo”: il proprietario della baracca dei cocomeri!


All’inizio del mandato, coperto con lana caprina che, una volta nel pollaio, mostrò del suo vero: pelo di lupo.

Facendo tesoro dei finali alla Menderes, Ecevit e Demirel fino al compagno di merende suo, Erbakan, tagliò le unghie ai soli che lo potevano impensierire: i militari;
Con un raid improvviso, pochi anni fa, mise ai ferri quaranta esponenti militari, tra cui quattordici di altissimo rango: in gattabuia, con l’accusa di avere tramato per realizzare un colpo di Stato e scalzare il governo.

Meglio prevenire che curare… giocando d’anticipo, si garantì la “Melunera”, finalmente tutta sua!

Un colpo al cerchio e uno alla botte.
Secchio, straccio e scopa e cominciano le pulizie di fino: quelle per spazzare i cristiani dal paese, già ridotti al lumicino.
Dallo sparamento di don Santoro allo sgozzamento di Monsignor Luigi Padovese e i giubilanti assassini urlanti:

«Ho ammazzato il grande satana!» e «Allah Akbar!»

Ma un po’ ovunque si umilia, si bastona e si ammazza, nell’indifferenza, se non con la tacita approvazione di autorità e stato “Erdogano”.
II mezzi d’informazione non si stancano di mostrare “come il cristianesimo e l’ebraismo cercano di distruggere la religione islamica”, mentre manifesti pubblicitari mostrano i cristiani come serpenti, che indossano croci;
sui libri di scuola si legge che il Vangelo cristiano è stato “falsificato”;
le chiese: o si chiudono d’ufficio o se ne soffoca la voce, “naturalmente”, dagli altoparlanti dei muezzin;
i sacerdoti rischiano del loro, a uscire per strada con l’abito talare o con i segni esteriori della loro fede: nessuno chiude un occhio e più che una pietra, una croce, ci mettono sopra!
A Malatya, nel 2007, tre impiegati di una casa editrice cristiana furono torturati e assassinati.
I cristiani sono in via di estinzione.
Nel 1880 rappresentavano il trenta per cento della popolazione… quattro milioni d’individui.
La mentalità visceralmente anticristiana che ha guidato il genocidio dei cristiani armeni e assiro-caldei all’inizio del XX si ripresenta oggi, concimando il terreno all’idea del diavolo, per poi procedere all’esorcismo;
Per questo i cristiani turchi, ancora presenti sono chiamati “I centomila nemici della nazione”.

Questa è la Turchia che si vorrebbe oggi aver compagna, nell’Unione Europea.
Pazzi e sconsiderati siamo.

Per noi, Amen, e così sia;
per Erdogan e la SUA Turchia… Armen!

Io, secondo me... 30.03.2012

REcessiONE

Roma Kaputt Monti

Scurbàtt

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti…

Diventar vecchi, con i tempi che corrono, pare già una conquista, giacché oggi puoi trovare con più facilità il fuori di testa che, soltanto perché non hai una sigaretta da offrire, ti spranga.

Al «L'è brutt diventà vegg», che brutto diventare vecchi, che mi ricordano i milanesi più in là di me negli anni, ribatto un bel «Mei vecc che mort» dove l’alternativa cimiteriale;
“Ei fu. Siccome immobile, Dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore. Orba di tanto spiro” sarebbe la manzoniana e sepolcrale iscrizione tombale, sul portone della nostra nuova casa.

Detto questo e dopo una scaramantica toccata sui gemelli, sono ormai ad accettare il prezzo da pagare per mantenere il “vital sospiro”: un poco di rimbambimento, qualche vuoto, di memoria oltre che d’aria, cigolii e scricchiolii di giunture, e i capelli rimasti simili al poetare del “Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie”;
eppoi, col cavolo che “repetita iuvant”, che le cose ripetute aiutano, ma sindrome da “rincoglionil”.
A seguire poi, in genere, è il pensare ad alta voce, quando, parlando da solo, tieni comizio con te stesso;
e salvi la faccia se tieni l’auricolare all’orecchio: i più credono che sia collegato al cellulare, mentre questo magari l’hai pure dimenticato a casa!

A parte dunque queste vampate di “Senilscemenza precox”, scopro ritorni di fiamma, inaspettati ma piacioni: brillano nella memoria scintille di passato, che credevo ormai sepolte sotto cenere.
Tra queste, le poesie che si mandava a memoria, ai tempi del banco di scuola, allora appoggio di pennini e con calamaio incorporato.
Preistoria, appunto.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti…quelli incontrati dalla bella spigolatrice di Sapri, nelle rime di Luigi Mercantini, poesia che narra la sfortunata spedizione di Carlo Pisacane nel Regno delle Due Sicilie.
Sbarcati da un legno, “una barca che andava a vapore e alzava una bandiera tricolore”, quei pochi disperati, armati più di sogni che di schioppi, ardevano d’amor patrio.
«Siam venuti a morir pel nostro lido… O mia sorella, vado a morir per la mia patria bella » disse il Carlo.
Almeno questa la imbroccò giusta: tutto andò puntualmente storto.
Forse il chiamarsi “Pisacane” non aiutò, dove anche oggi si pensa all’animale che t’innaffia la ruota della macchina.
Scambiati per briganti, ebbero addosso sia quelli del luogo che gli armati, che misero fine a ogni velleità patriottica.

“…e tra 'l fumo e gli spari e le scintille, piombaro loro addosso più di mille”.

E tenero fu il rimpianto della donna, a rimembrar quando “io non vedeva più fra mezzo a loro quegli occhi azzurri e quei capelli d'oro”.

Son quattrocento, son giovani e forti, e sono … Monti.

Mànega de scurbàtt… massa di corvacci, sotto l’ala protettrice!

Monti, lo spigolatore, che taglia e toglie gambo e grano.

Qualche centinaio, di prima nomina e pelo, accompagnati alle decine che bissano, sono a tenerlo in piedi: incuranti della profezia Maya, che vorrebbe la fine del mondo al 21 dicembre 2012, loro mirano al fatidico 2013;
non la fine, ma l’inizio della pensioncina: lo scatto e la maturazione di quel ben di Dio, garantito dal giusto tempo di scaldata del cadreghino, che permetterà la schiusa dell’ovetto d’oro così covato.
Frega un cazzo del Marietto Monti: deve solo stare quel tanto in piedi da puntellare la seduta fino a quel momento.
Il riferimento, l’eroe cui somigliare, per la schiera rimane il Walter Veltroni;
quattro legislature, un ventennio - et voilà! - novemila eurini puliti al mese: lucrosa rendita di un cinquantatreenne (al tempo della maturazione d’obolo)!!
Le trombe del paradiso per lui e i gemellati… le trombate del giudizio per i comuni mortali, che si sono visti allungare i già tanti quarant’anni canonici.

I soldi per questi, uniti all’orgasmo del potere per i vecchi dinosauri, maestri di sopravvivenza, anche alla caduta del meteorite, è buon mastice per l’incollata del Monti.
Io aiuto te, tu aiuti me: una mano lava l’altra e tutte e due lavano il viso… Il bidet dell’onorevole.

Sarà la mia una forma senile, una “defecatio mentis” dovuta all’indurimento della cotica e allo spuntare del pelo sullo stomaco, dove le cicatrici ricordano che sospettare è peccato, ma quasi sempre - come ricordava il veterano Giulio Andreotti - ci s’indovina!

Incontrassi Monti & C. non avrei mai, in risposta al loro apparire, che “Siamo venuti a morir pel nostro lido… O mio fratello, andiamo a morir per la mia patria bella”.

Col c….avolo!!
Scurbàtt, corvacci sono, a volteggiare per cercare altra carcassa da spolpare.

Come e con i Penati, i Boni o i Lusi, cercano tutti la cassa, sì, ma dei piccioli, non quella da morto!


Io, secondo me... 29.03.2012

martedì 27 marzo 2012

scottature

Ganassa

«Fa no el ganassa» dicono all’ombra della madonnina, a Milano: non fare lo sbruffone!

Si muovono come i bulli del quartierino; talvolta il bauscia è uno, altrimenti, in branco.
Sgomitano, spingono, urtano, si fanno largo con prepotenza, con la sicumera del James Bond con licenza di uccidere.

A qualcuno ci scappa pure la goccia, come al coccodrillo, quando mangiato e gli stimola la lacrimazione.
Perlopiù, picchiano i pugni: «O mangi sta minestra o salti la finestra» ripetono.

Per ora, c’hanno il culo parato: una cambiale da esigere, firmata in bianco, su cui mettere il prezzo del mercanteggio.
Solo, devono stare attenti alla presentazione: a saldare il conto devono essere i soliti noti che, presi uno per volta, sono piccole cifre ma corpose, quando i soldini sono messi uno sopra l’altro.
I “Compagni di merende” sono stati accorti nel non invadere il portafoglio di chi, una volta dismessa opera di sciacallaggio, li potrà ricollocare, riconoscendo opera emerita quella di tanto zelanti riscossori di gabella. Altrui.

A tanti devoti servitori, il “ben servito”;
a noi, il “benservito”, dove la differenza è nel godimento: gli uni per la prestazione, gli altri per l’averci preso da dietro, quando con la faccia al muro.

Come in tempo di guerra, ci siamo trovati ad avere le pulci, a doverci grattare, nel non esserci accorti d’aver dormito tra due guanciali, sì, ma pieni di voraci piattole.
Una volta c’era il “Flit”, quell’aggeggio che pareva una pompa da bicicletta, con un piccolo serbatoio davanti, da dove usciva la nuvola di disinfestante.
Passavi nella nebbia e - oplà! - i pidocchi erano stecchiti!
E certo: i “tecnici” del flit oggi, invece, devono essere della protezione animali: hanno “parcheggiato” le zecche per poterci tosare, nell’attesa che si formi nuovo pelo e quelle possano tornare, a colonizzare.
Proprio bello: un collaudato sistema a staffetta dove gli uni provvedono alle necessità degli altri, in un reciproco passarsi la pelle da conciare.

La pelle dei pirla;

quello che la mattina esce alle prime luci, per rientrare sul far della sera, con la “schiscetta”, il barattolone di metallo dove si è portato il pranzo al lavoro, per “far presto”, per non perdere tempo che, si sa, è denaro.

«Bambole» c’hanno detto «non c’è più una lira!», ora euro.

«Minchia!» c’è scappato di dire «mica lo avevo io il portafoglio!»

Come se il timoniere c’avesse dato del coglione perché siamo andati a sbattere, a “Schettinare” sugli scogli.
Ecco, l’esempio è calzante: come Schettino, comandante della Costa Concordia, il barcone che era una piccola città galleggiante, andato a sbattere perché quello voleva fare il “Ganassa”, appunto.
Il primo a mettersi in salvo, per poi guardare il guscio capottato mentre su quello ancora c’era chi non si raccapezzava di cosa era successo e una parte ci lasciava le penne.

“Crapa pelada e i sò fradei”, con quello che si fa fotografare sbracato, con le bretelline rosse, fa il “bava”, il “bauscia”, quasi a far credere di essere la soluzione e non causa del naufragio.

La “Classe Schettino” che ci prende per il culo;
noi, quelli ai legni, eravamo sottocoperta, a remare come dannati al ritmo del tamburo, che quelli stavano battendo.

E dietro di questi, i “consigliori”, le eminenze grigie, che aiutavano gli asini a modulare il raglio.
Ora, dopo aver dato il piattino di lenticchie ai vecchi padroni, per tenerli buoni, sono a “ganassare”.

«Siamo indispensabili: senza di noi non valete una beata fava! Non capite un cazzo: pensare non è compito vostro: Noi Tarzan, voi Cita!»

Solo che la banana non ce l’hanno data da mangiare.
Sono provvisori, e lo sanno.
Gli hanno dato però il bastone, e se la godono un mondo, a usarlo sul groppone nostro.
E la carota la usano ma, come per la banana, ce la infilano, dove non batte il sole!

Con le vacche non è necessario infilare i guanti.
Usciti dall’ombra, sanno di doverci poi tornare, ma vogliono godere al massimo della luce dei riflettori, prima che si sposti altrove.

Quando i soldi non mancano, il passo successivo, l’orgasmo prossimo è la ricerca del potere.
La compagnia del “chiagne e fotte”, come a Napoli chiamano quelli che, privilegiati, si lamentano.

Monti, “La” Fornero & C, non hanno inventato nulla di nuovo e copiato quello di chi sono stati a succedere: lo stesso che avrebbe fatto scoppiare il finimondo, se presentato dal “Silvioberlusca”, ora lo si ingoia o incassa per intero.

Le “forze armate” dei Centri Sociali sono silenziate, quando altrimenti - sguinzagliati - avrebbero messo a ferro e fuoco il paese!

“Monsieur le Président” firma senza guardare, lo stesso che allora stracciava, assieme alle vesti.
Ai “Poteri forti”, neppure una scalfittura, a dimostrare giusta sottomissione all’assunto di essere “Forti con i deboli e deboli con i forti”.

I conti tornano.
I tonti, restano.

Con i lembi della nostra pelle sono a rappezzare e tappare i buchi del loro passato di amministratori incapaci, dove ora a noi portare grasso per i fori della barca.

Mazziati e cornuti, dicono di noi che abbiamo vissuto “al di sopra delle nostre possibilità”.
E ci fanno vedere il fondo di quel portafoglio, che gli avevamo dato in custodia.
Vuoto.

«Se il paese non è pronto me ne vado, non tiro a campare!» minaccia il ganassa.

“Ghe pensi mi”, ci penso io… dov’è la spina?!


Io, secondo me... 27.03.2012

The winner

mercoledì 21 marzo 2012

mercoledì 7 marzo 2012

Ladrones

pisaP38

Senescemenza

L’Umberto, specialista di “sparacazzate”, ci ritorna del suo: «Monti rischia la vita, perché il nord lo farà fuori!»

A sua discolpa, bisogna dirlo, ha delle attenuanti: il baricentro basso;
la coda deve essere sempre alzata, che in mezzo alle gambe non bilancia e permette equilibrio.
Esemplare da “celodurismo”, non può permettersi d’essere ridotto a straccio, un “moscio” lavapavimenti.
«Chi l’ha duro la vince» è il suo interpretare filosofia di vita.
Fin che dura…
Entrato nella parte, ora gli va stretta, che il tacchinesco gonfiare non tira più.

Tanta acqua è passata sotto i ponti e quella che resta neppure più basta a far galleggiare la motonave padana, che trasporta l’Umby e l’ampolla d’acqua sorgiva dal Monviso lungo il Po.
Il passare del tempo è impietoso, nell’erodere anche le mura più granitiche, dove ora ritorna di lui il portatore di boccetta per le analisi.
Costretto e ingessato nel ruolo che si è ritagliato, è come il quadretto regalato dalla suocera e relegato in soffitta: da rispolverare e appendere solo quando quella è in visita.

Il poveretto non è più una novità, dove tanti hanno superato il maestro, nell’applicare il “chi vusa püsee la vaca l'è sua”, chi grida di più si aggiudica bestia.
Dovunque ci si gira, è un continuo decadimento della dialettica in verbale prevaricazione, spesso anche solo nel sonoro, a coprire voce di altrui opinare.
Lo “Sgarbismo” elevato ad arte.
Come per i botti di capodanno, è una rincorsa a chi la spara più grossa.

La bestialità su Monti è solo il grido disperato di uno che sta per affogare, dove anche dei suoi sono a litigare se lanciargli salvagente o no.
In mezzo alle cacofonie, è ad agitarsi: «Ehi, c’è nessuno: sono qui… pirleggio, ego sum!»

Lontani ormai gli anni delle vecchie lire, quando rammentava che “una pallottola costa solo 300 lire” e vantava armata Brancaleone di bergamaschi d’assalto;
Giocava ai soldatini, allora, nel ’96 quando, alle Camicie verdi, voleva far seguire la Guardia nazionale Padana: cinquanta compagnie e dedita all’esercizio del tiro a segno.
Fortunatamente il nostro è come lo schioppo di legno con cui giocavano i bambini dei miei tempi: per sparare, dovevi fare “Bum!” con la bocca e quando si tornava a casa si smetteva la divisa fantastica per il pigiamino.

Come dal vecchio reduce, si ascolta per l’ennesima volta stesse e trite storie;

«Io conosco un solo Paese, che è la Padania. Dell'Italia non me ne frega niente. La Lombardia è una nazione, l'Italia è solo uno stato» diceva.

Sognava un suo orticello, da ritagliare dal resto e farci - padre-padrone - la sua “Repubblica delle banane”.
Da lasciare, per diritto divino, al frutto dei suoi lombi.
«Accompagnerò i miei figli alla prima scuola padana.»
Renzo “Trota”, il delfino mancato, neppure in quella normale riusciva, a faticare pure nel tentare per una licenza di pesca.
Non è né figliol prodigo né prodigio, ma una sistemazione glie l’hanno trovata, per stalla e biada.
Di lui il meneghino dialetto riporterà quel che dote ha “cum abundantia”:
El gh'ha el dun de Dio de capì nagott… il dono di non capire ‘na beata fava!

L’Umberto nostro, “Bossoli” invece che Bossi, è come il generale a riposo nel ricovero dei vecchietti: veterano e superstite di tante guerre è a ricordare e lustrare i vecchi arnesi.

«Faremo la rivoluzione, la lotta di liberazione! Il popolo padano è pronto alla secessione dura, senza mezze misure, senza alcuna mediazione con lo Stato italiano; è pronto ad attaccare. Ci mancano un po' di armi ma le troviamo. Abbiamo trecentomila martiri pronti a battersi. Verrebbero giù anche dalle montagne con i fucili, che son sempre caldi.»

Me lo immagino: “Berghem de 'hora e Berghem de 'hota” assieme, nell' armata della polenta.

Il “vecio” gira come un disco dove la puntina si è incantata.

«Si tratterà di una battaglia durissima. Ma noi siamo pronti a qualunque scontro, a batterci all'arma bianca, a d uscire all'assalto in ogni momento attorno alle nostre bandiere!»

E già, la bandiera… della nostra ebbe chiaramente a dire pensiero, rivolgendosi a una signora che ebbe l’ardire di esporla alla finestra.

«Lo metta nel cesso. Quando vedo il tricolore m’incazzo: lo uso per pulirmi il culo!»

Offensivo ma coraggioso: ci mise la faccia, anche se meglio avrebbe fatto a soffiarsi il naso con i fazzolettini di carta. Igienica.

Orgoglio vuole che ancora oggi mantenga schiena barra e asta di bandiera dritta.

«La Lega è sempre armata, ma di manico!»

Bene: almeno altro avrà da menare, invece che il can per l’aia.

Monti… il nord lo farà fuori… parole di un vecchio motore che batte in testa.

Senescemenza.


Io, secondo me... 06.03.2012

bossOLi

mercoledì 29 febbraio 2012

TAVroristi

Gharqad il giusto

«Ciao, sono Moroni.»

Ce l’avevo quasi fatta, anche se solo nel sogno: me la stava dando!

Lei, una vera dea: i migliori pezzi della catena di montaggio del Creatore;
un lato “B” superbo, una formazione a mandolino tra la chiappa di Jennifer Lopez e la mitica “Pippa”, la Philippa Charlotte Middleton, sorella di Catherine, duchessa di Cambridge, moglie del principe William;
le labbra, due polpe rosso fuoco, tra Angelina Jolie e Ilary Blasi e così andare, dal tettume capezzoluto ai trampoli, che a starci sopra vengono le vertigini: divino!
La aspettavo, la rimiravo mentre si avvicinava a me, lasciando cadere velo dopo velo e mostrando tutto quel ben di Dio.
Io ero al culmine della fregola: occhi a palla, che schizzavano dalle orbite, lingua che frustava l’aria e bava alla bocca, con il corpo a polpetta e i mutandoni ascellari a pallini rossi, che faticavano a contenere la contentezza.

Poi, il cono d’ombra e una faccia da scemo che più non si può.

«Ciao, sono Moroni.»

Gli occhi si sgonfiano, la lingua rientra nella guaina e la saliva nel serbatoio, così come si affloscia l’orgoglio della bandiera.

«E tu, che cazzo ci fai nel mio sogno!» lo apostrofo con rabbia.

Per niente turbato d’avermi privato dell’onirico amplesso, risponde beato.

«La parola di Dio è stata travisata e il cristianesimo dei due millenni è stato corrotto, riveduto e corretto secondo edizione di convenienza! Nella fioriera del tuo balcone troverai sepolte delle tavole, dove scritta la storia dell’esodo di una tribù d’Israele a Cologno Monzese, 600 anni circa prima della venuta di Cristo. Loro hanno portato e custodito le tavole, dove scritta la vera legge. Tu sei stato nominato Profeta, per portare l’Evangelio in mondovisione!»

Ancora in pieno travaglio orgasmo-ormonale, rispondo sgarbatamente: «Frega niente!!»
«Le tavole sono d’oro» risponde.
«Ciumbia! Caro Moroni, hai trovato la persona giusta: fidati… ghe pensi mì!»

Sogno tranquillo, ora tra soffici cuscini e lenzuola di seta, mentre discinte odalische mi fanno aria con ventagli di morbide piume di struzzo.
Brillo e sfavillo come un cristallo Svarosky; merito della doratura: catenona con crocefisso, anello che pare un fanale, braccialetto a maglia gigante, orecchino catarifrangente, montatura di occhiali e dentiera giallo paglierino, orologione a cipollona extra large, diadema a forma di serto imperiale, con foglie d’oro grandi come quelle di fico… come mi sento io.
Riecco che ritorna, la bonona.
Durante l’assenza ha messo su carne, che solo a scalare il monte di Venere e arrivare in… tetta, mi sento agitato e strizzato, come nella centrifuga della lavatrice.

«Ciao, sono Gabriele… la mano sinistra di Dio.»

Questo è più tosto, mette soggezione.
«Piacere, io sono Beppe» rispondo un poco intimorito, nascondendo la vergogna e le vergogne sotto il lenzuolo, che improvvisamente monta a neve come la meringa e tremola come budino.
Accidenti: mi ero dimenticato della bonazza.
Prima Moroni, poi Gabriele… uno proprio non è libero di sognare gnocche in santa pace!
Sotto le coperte c’è un terremoto e fatico a dissimulare imbarazzo verso il Gabriele: non so come fargli capire che non sarebbe il momento… tornasse più tardi, grazie.
Niente da fare: continua ostinato.

«Tu sei stato nominato… »

E ti pareva: deve essere parente di quello di prima.

«…Profeta, per portare l’Evangelio in mondovisione» concludo per lui.
«Beh…sì... lo sapevi già? Vabbè… leggi e impara a memoria quel che scritto sui rotoli di pergamena, che ti mostrerò; poi ingoiali, per cancellarne traccia!»

Pian piano Gabriele scorre i vari foglietti scritti in bella calligrafia: la “vox Dei”;
un lungo elenco di divieti, che si faceva prima a vergare quanto e poco restava da poter fare.
A seguire, le maledizioni e gli anatemi, le pestilenze, le esecrazioni e le condanne verso un libero arbitrio per nulla tollerato.

“Getterò il terrore nei cuori dei miscredenti: spezzategli l’osso del coppino e le falangette delle dita!”

Roba da far accapponare la pelle, e non era certo per i brividi di quella che - sempre in sogno - mi stava sotto la coperta.
Da sogno a incubo, neppure a lei riusciva il resuscitare natura morta.

«Dio li distrugga! Essi sono fuorviati. I miscredenti avranno il castigo del fuoco!» tuona un alterato Gabriele, agitando lo spadone, che continua a fare scintille, come l’acciarino usato per accendere i fornelli.

Ci deve aver preso gusto nel menare le mani, durante la “rivolta ai cornuti”, quelli che si ribellarono a Dio.

«O credenti, non sceglietevi per alleati quegli sfigati: Dio non li ama!»

La pergamena comincia a prendere una brutta piega.

“L’Ultimo Giorno non verrà finché gli eletti non li combatteranno e non li uccideranno; si nasconderanno dietro una pietra o un albero e la pietra o l’albero faranno la spia: occhio, c’è n’è uno nascosto dietro di me… accoppalo! Solo uno gli darà asilo e riparo: l’albero di Gharqad“.

Non so perché, ma Gharqad mi è simpatico.

Gabriele c’ha preso gusto e, tutto congestionato che pare un pomidoro al mercato, trafelato e sbuffante per la tiritera, conclude, ammonisce e raccomanda.

«Letto e divulgato: impara a memoria, ripeti e vai a predicare la lieta novella!»

«Caro Gabriele, quei cornetti che ti spuntano dal parrucchino mi sembrano sospetti; il codino rosso a punta di lancia, che sbuca da sotto il vestitino e gli zoccoletti caprini mi danno a credere che tu mi stia a coglionare!»

Con il pugnetto chiuso e l’indice teso verso… il basso, saluto e invito il travestito a tornarsene nella fossa.

«Uno, cento, mille Gharqad siano a mettere radici e difendere le pecorelle dai lupi. E il vero Dio è quello che non dimentica e ricerca anche l’ultima, quella smarrita. E che aspetta il ritorno del figlio prodigo, non che ne vuole la morte. Tutto il resto è macinato e farina del diavolo!»

Viva Gharqad, il giusto!!

Io, secondo me... 27.02.2012

TwitTvb

sabato 25 febbraio 2012

Vita di condominio

«Che cavolo ci faccio qui?»

Prima del “chi sono, da dove vengo e dove vado”, a botta calda, questo mi vien di sbocco.

«Ehi, lassù… c’è nessuno?»

Con ficcanasare da portinaia, il mio sonoro sale la tromba delle scale celesti, rimbomba e amplifica sino alla cima, a voler attirare l’attenzione di chi sopra ci abita.

«Pazienza» mi risponde l’inquilino del pensatoio, il filosofo;
«Con l’ascensore o arrancando su per le scale, prima o poi ci arriverai, a soddisfare la tua curiosità!»

Incrocio le dita e faccio gli scongiuri, sentendo un brivido freddo salire fin su il coppino;
lo stesso effetto che ho, quando incontro la vecchietta dei piani alti: deve essere una coltivatrice diretta, perché gira sempre con appresso una falce;
e pure vedova, che veste in gramaglie.
Educata e perbene.

«Buongiorno figliolo. Alla fine la verrò a trovare!» e mi spara addosso quel sorriso tirato, su un ovale tutto pelle e ossa.

«Faccia con comodo» mi vien da rispondere «non ho fretta: c’è più tempo che vita.»

«Parole sante… parole sante» risponde, mentre cambia l’etichetta e il nome di un altro inquilino, sul citofono.
Improvvisamente pare assalita da un dubbio.

«Scusi… lei come si chiama?»

Per rispetto all’età, rispondo con garbo a tanta confidenza, che ci si conosce solo di vista.

«Beppe… Giuseppe Fontana.»

Ecco che tira fuori da sotto il liso e un poco sbrindellato tabarro un librone alto tanto, pieno di polvere e ragnatele… comincia a insalivare la falangetta dell’indice e scorre le pagine, correndo con l’ossicino sui tanti nomi.

«Beppe… Beppe… ah, ecco! No, è presto, c’è ancora tempo… ripasserò, figlio!»

Accidenti, ora capisco: deve essere l’amministratore.
Forse mi può aiutare.

«Scusi, signora: lei che è così disponibile verso il prossimo… conosce il padrone di tutto questo, che ne ho sentito tanto parlare ma non l’ho mai visto?»
«Ragazzo mio, non le posso dire nulla: lui ci tiene alla propria riservatezza. Però non si scoraggi: lei è nell'agenda degli appuntamenti e al momento giusto glielo farò incontrare… a meno che…»
Mi assale un poco d’inquietudine: quel “a meno che” mi pare minaccioso.

«Guardi signora che io sono in regola con i pagamenti dell’affitto» rispondo un poco risentito.

«Certo, certo… dicono tutti così e poi… beh, al momento giusto saprà; faccia il bravo, altrimenti si troverà ad avere a che fare con il figlio, quello con cui ha litigato a suo tempo… un peperoncino di uno. S’infiamma subito!»

«Ah, forse so chi è: me l’hanno indicato come il fuochista delle caldaie. Un caratteraccio… mandava tutti al diavolo… cornutaccio di uno!»
Volevo consultarlo, per il controllo annuale dei fumi… poi, visto il tipo, ho rinunciato.

«Lei non immagina la fortuna che ha avuto» di rimando risponde «altrimenti, più che salire lassù, sarebbe sceso nella caverna!»

Che ignorante: neppure sa che la parte sotto si chiama taverna e non caverna!
Che strani tipi circolano nello stabile.

Incrocio ancora l’inquilino del pensatoio, il filosofo.
Mi guarda che mi sento come uno che ha il cappero al naso e non lo sa:

«Da dove viene… chi è… dove va?»

Trovarne uno, che si faccia i cazzi suoi…

Zzzzziiinnnn… Zzzzziiinnnn… ZZZzzzazzzazzzz…zinnn

Batto con rabbia sul muro che mi separa dalle camere della vecchia.

«Allora, la smetta di affilare la sua falce, che qui c’è gente che vorrebbe dormire!»

Sento un ridacchiare sommesso e una vocina che ribatte:

«Ha ragione, scusi. Domattina presto esco per la mietitura; ma lei vedrà, che presto si addormenterà e non sentirà più nulla!»

Che gabbia di matti.

«Ma io, che cavolo ci faccio qui?»


Io, secondo me... 23.02.2012

Benedictus Twitter I

Up and down

“Amami. Non sono quello che ti aspettavi, ma amami, per favore”.

Solo una mamma può comprendere un simile linguaggio degli occhi, dalla sua creatura, quella che si è portata in grembo per mesi e mesi.
Con questo piccolo chicco è vissuta in simbiosi, ci ha parlato, ha cantato per lei la ninna-nanna e magari ha raccontato fiabe, certa che, comunque divisi da un sottile diaframma, quel seme in germoglio ne provasse piacere.
Poi sboccia.
Con gli occhi a mandorla, tipici dei bambini con la sindrome di Down… “mongoloide”, all’occhio volgo.
Leggo il dire di una mamma, che ha ricevuto tra le braccia questo fagottino:

«Avevo capito […] anche se nessuno me lo aveva detto. Ma la guardai. Non dimenticherò mai […] mentre apriva gli occhi per la prima volta, e incrociava i miei, e mi entrava dritta nell'anima.»

Se mai avessi avuto dubbi sul significato della parola “amore”, ora non più.
E allora rammento… mi passano davanti agli occhi i fotogrammi del mio camminare e quello che, catturato con la coda dell’occhio, distrattamente ho archiviato nello schedario della memoria;
quanti ne ho sfiorati, di quanti ho incrociato sguardo mite, innocente e sereno, per poi sfuggire altrove, nella fretta e nella frenesia di andare… dove?… boh!

Come dice un vecchio proverbio degli uomini del deserto, verso il nostro vivere “Voi avete l’orologio… noi, il tempo”.

Ecco che, leggendo di quella mamma, capisco quanto vero sia questo.

Mi fermo a riflettere: tiro fuori dalla memoria quelle immagini, che frettolosamente ho messo da parte, nel basso della lista delle priorità;
e ho scoperto che le occasioni sono state tante, riconoscendo finalmente quanto ho perso, nel non avere cuore di mamma…

“[…] apriva gli occhi e incrociava i miei […] «Amami. Non sono quello che ti aspettavi, ma amami, per favore» sembrava dirmi”.

“Addomesticati” come i cani di Pavlov, a reagire solo a certi stimoli, siamo catturati dal bello, dal luccicare, dalle simmetrie e dal perfetto armonico, dimenticando di come questo sia fuggevole batter di ciglia, per essere subito pasto per il tempo e il suo passare carta abrasiva.
Come le Effimere, bruciamo subito i giorni, cantando come cicale per poi soccombere all’inverno.
Un giorno da leoni contro cent’anni da pecora.
Il diavolo ce n’è grato, del baratto per quell’unico giorno, quando l’anima ci pare “solo” inutile zavorra da abbandonare.
E quegli “Imperfetti”, ci guardano, mansueti.

“Amami. Non sono quello che ti aspettavi, ma amami, per favore”.

Non c’è tempo… la vita scorre lesta… zavorra… chi cade resta indietro, la pietà l’è morta!

Al grido di “Meglio prevenire che curare”, ecco l’”annunciazione”:
“La Danimarca ha proclamato che entro il 2030 raggiungerà l'obiettivo di diventare uno Stato “Down Syndrome free”;
Niels Uldbjerg, professore di ginecologia ha progettato l'eliminazione di feti “difettosi”: se lo vedi, lo eviti!
Una bella diagnosi prenatale e via alla disinfestazione del parassita.

“Amami. Non sono quello che ti aspettavi, ma amami, per favore”.
Non c’è spazio per gli aborti, dove selezionare una razza nuova, senza scorie, “che si presenti bene”.

E il meglio è in catalogo, offerto dalle varie Manhattan Cryobank, Cryos International, The Fertility Institutes: sirene che incantano e offrono la perfezione, su raffinata carta patinata.

Come lo vuoi il putto?
Maschio o femmina, bianco, nero, grigio fumé o fumo di Londra… di serie, due orecchie, una bocca, un naso e gli occhi… azzurri, verdi, neri, castani; i capelli: rossi, gialli, viola… sfumati?

Il donatore del seme, come: dottore, sportivo, intellettuale, scienziato?

Chissà se sarà come per le automobili: garanzia di legge due anni; estensibile con un piccolo contributo a tre, quattro, cinque o illimitata.
Diritto di recesso entro sette giorni?
E l’imballo?
Lo devo tenere, che se la merce e difettosa, la ritorno e me la cambiano, nuova di zecca?
Ah, lo sperma… lavato o no?
Lavato dalle prostaglandine, che sono acidi, evita crampi dolorosi a chi affitta l’utero… perché la “merce” meglio averla già “chiavi in mano”.
Meglio ancora, se il “brodino” è sterilizzato: conserva al meglio le sue proprietà!

Notizie dell’ultima ora: i saldi!!

A causa della scarsa domanda, si svende il seme di “campioni nordici”, di donatori fulvi, dai capelli biondi o rossi;
e già: il cambio di stagione vuole si vuotino i magazzini del fuori moda.

“Amami. Non sono quello che ti aspettavi, ma amami, per favore”…

Qualcuno vuole il catalogo primavera/estate 2012?

Io, secondo me... 23.02.2012

Camussiade Forneraria

martedì 21 febbraio 2012

Porporedde rationem

Redde rationem…

La resa dei conti sembra imminente: non sarà la battaglia finale, ma una bella rissa certamente.
Non l’Apocalisse, ma da esorcismo sì.

“Adiuro te, Satan, hostis humanae salutis…”.

Il demonio sarà pure un gran cornuto, ma certo si avvantaggia dall’averlo troppo descritto come “mostrignaccolo” zoccoluto, con codino a punta di lancia, alette da pipistrello, naso a rampino, barbetta caprina, tempie bitorzolute e cotenna rosso fiammante.
Il voler credere trasformato il vecchio satanasso, da arcangelo “il più bello degli angeli, Spirito perfetto inferiore a Dio soltanto”, a bruttura simile ai bernoccoluti Klingon, della serie televisiva di Star Trek è stato errore madornale.
Pensarlo così riconoscibile, solo a veder sbucare il classico codino, è azzardo.
Men che meno le corna che, con i tempi che corrono, il portarle non vuol dire essere arbitri di calcio o in trasferta dall’Inferno.
Le alucce sotto la giacca poi potrebbero dare impressione di avere di fronte il classico gobbetto, cui toccarne gibbosità porterebbe addirittura fortuna.

No, è stato proprio la più grande minchionata pensarlo con la logica che muoveva il Marco Ezechia Lombroso, poi divenuto Cesare, che credeva possibile leggere animaccia nera solo nei tratti - guarda caso, sempre grossolani - del bipede di turno che gli stava sotto la lente.

Troppo semplice.
Piacerebbe vincere facile, ma il prossimo che viene a fotterci è spesso, all’opposto: accattivante, rassicurante, radioso, luminoso e bello.
Insomma: si presenta bene.

Quel che ai tempi bui figurava spaventoso, come l’inferno che lo accompagnava, oggi sembra una macchietta da avanspettacolo, ridicola caricatura e infantile spauracchio di antenati un poco trogloditi.
Un Belzebù così buffo e muffo, la sicumera di essere evoluti rispetto a cavernicoli avi, porta a sottovalutare la minaccia, a credere sempre che l’Uomo Nero non esista e quanto si era ingenui, da piccoli.

E il mefistofelico, luciferino, malefico e maligno ci va a nozze: se il nemico non esiste, perché portare lo scudo?

Alfine, anche tanti porporati pare siano a ingrossare le fila di quelli che no, siamo adulti, non scriviamo più la letterina a Gesù Bambino, né a Babbo Natale, la calza per metterci regali o carbone per la Befana e simili amenità.
I primi a non dover abbassare la guardia sono proprio a irridere di tanto timore reverenziale per “Sua Malignità”, quasi questi fosse stato solo un ragazzaccio discolo, invidioso dei fratellini e di tanta attenzione verso quelli, così imperfetti e brutti.
Insomma, un … povero diavolo, abbrutito dalla gelosia verso quella fragile creaturina venuta male, dall’impasto di fango e argilla.
Un Satana da compatire, magari neppure vero che, se la Bibbia fosse a fumetti, parrebbe come la prorompente e prosperosa Jessica Rabbit, personaggio dei cartoni animati, che giustificava la sua forte carica erotica con un "Io non sono cattiva, è che mi disegnano così".

Un mucchio di gente sorride pensando che no, la vita è sì un susseguirsi di disgrazie e alfine pure si muore, ma sono eventi casuali o “naturali”, nell’ordine delle cose e della legge del caos.

Tanti san Tommaso, a credere solo il tatto fonte di verità: toccare per credere!

Poi, gli “sboroni” del nuovo millennio sono a sbirciare la pagina dell’oroscopo, alla “non ci credo ma…”.
Non sapremo mai quanti scaramantici sono a governare intere comunità e a deciderne destini;
non con piedi per terra, ma con la testa tra nuvole e le costellazioni, a interpretare e indovinare destino da tanti allineamenti di luminarie celesti.
Guardando stelle che magari non sono più o un universo indietro di milioni d’anni, tanto è il tempo che la luce impiega ad arrivare a noi.
Stelle morte in spazi lontani, forse vuoti, come le orbite di un teschio: con queste pagine bianche e vuote siamo a voler santificare gli indovini, ma a negare il diavolo tra e contro di noi.

Padre Gabriele Amorth, uno tra i più vecchi e battaglieri “cacciatore di demoni”, esorcista da sempre e ancora in prima linea, è ad ammonire e predicare, ma ormai voce che grida nel deserto.

Non ci sono zone franche: il demonio abita anche in uomini di chiesa. L’odore di zolfo e di sterco si sente anche in Vaticano.
Non bisogna andare lontano, per crederlo: il gioco dei soldi, lo “sterco del diavolo”, lo si riconobbe ai tempi di Paul Casimir Marcinkus,

«You can't run the Church on Hail Marys» non si può governare la Chiesa con le Ave Maria, diceva.

Presidente dell'Istituto per le Opere di Religione (IOR), la banca del Vaticano, dal 1971 al 1989, fu coerente con il suo motto.
L’”abito che non fa il monaco” dimostrò quanto nella chiesa di Pietro ci fosse di sulfureo, impastando per bene quel “letame diavolino” per poi restarne - e con lui l’immagine di Pietro - insozzato, quando scoperti gli altarini.
Senza contare la quantità di casi di pedofilia, del come sotto le toghe ancora il serpente opera nel corrompere mondo materiale.
E non entriamo nel caso della povera Emanuela Orlandi, pecorella innocente entrata negli ingranaggi di una lotta al calor bianco, tra l’incenso e lo zolfo: rapita per ricatto, per deviare attenzione sulla responsabilità del regime comunista nel fallito ammazzamento del Papa.
Figlia di un funzionario del Vaticano, fu carne da cannone, in una guerra sotterranea dove anche “toghe sporche” erano a servire l’altra sponda.

Di questi giorni è subbuglio e intenso movimento ventresco tra le porpore, a voler sgambettare il Papa:
momento in cui la Curia è attraversata da conflitti tra cordate, combattuti a suon di documenti segreti passati ai mezzi d’informazione, a farne cuneo per scardinare e scassinare nella casa di Dio.

Cose da uomini: il diavolo non centra, saranno tanti a rispondere.
E quello ringrazia per tanta dabbenaggine: se non lo conosci non lo eviti.

Porporedde rationem…

«Adiuro te, Satan, hostis humanae salutis…“ io ti esorcizzo, Satana, nemico dell’umana salvezza.

«Io non sono cattivo: mi disegnano così!» risponde il cornutaccio.

Ah, già: non esiste…
parliamo di cose serie: vediamo cosa dice l’oroscopo di oggi.

Io, secondo me... 20.02.2012

Veltronicidio

Tagliaescuci

sabato 18 febbraio 2012

giovedì 16 febbraio 2012

Penisolati

Tempo di Stasi

Mala tempora currunt… tempi grami, momenti di ca…voli amari.

Come per il condannato a morte, attendiamo: siamo alla Stasi.

Nemmeno più si salva il vecchio adagio, del “Panem et circenses”, pane e giochi del circo;
talmente si sentono forti questi nuovi poteri e potenti attributi del Marietto, da togliere senza timori michetta e goduria al popolo ammonendo che ora… Ora et labora, prega e “fa andà i manitt”, ossia, tira su le maniche e olio di gomito!

Mariolo ha la freddezza di un surgelato della Findus: la testa non pensa di perderla.

“Supermario” s’identifica certamente con Clark Kent, l’imbranato e goffo personaggio che nasconde la vera identità di Superman, eroe dei fumetti;
Mario al mattino si alza con le mutande ascellari, per poi entrare nell’armadio e uscirne con la tutina da “Super”.
Oddio: al momento il Marietto invulnerabile è.
Non tanto per la durezza della cotica, ma per l’impunità di cui gode, giacché nessuno vorrebbe il suo posto nel mentre c’è da cavare patate bollenti e castagne dal fuoco.
Se proprio, si scotti lui le mani, per poi arrivare i pompieri a raccogliere a fiamma morta.

Si vorrà mica poi che chi l’ha imposto con l’esorcismo, per scacciare Satana, possa ora dire che si è scherzato e che questo ne è esatta copia nell’applicare programmi, soluzioni e cure;
che erano dannate e dannose se proposte dal Silvio, ma unguento lenitivo per le parti intime se imposto dalle mani del santo.
Una gioiosa macchina da guerra ha sacrificato servizio a chi gli ha fornito poltrona per propri culetti, al rancore verso chi è riuscito - granello di sabbia - a bloccarne ingranaggi.

Da tanto d’odio ecco distillato balsamo: il nostro supereroe incassa;
e gli italiani pure: l’uno il grano, dalla battitura dei portafogli; agli altri, la paglia.

Quanto si è perso e quanta caduta libera, solo perché nel pollaio in fiamme si litigava, per chi doveva fare il gallo e chi la gallina.
Per poi affidare custodia a un vecchio volpone.
Una cosa è sicura: i polli l’hanno fatto gli italiani.
Speriamo di mangiare il cappone… castrato di gallo, appunto.

“Al fin della fera”, finita la festa, san Mario ha fatto solo giochi a metà tra il “taglia e incolla” e di prestigio;
Abracadabra… e il sangue degli onesti si è liquefatto, meglio che quello di san Gennaro.
Il sudore si è trasformato in lacrime… Mariello è proprio un mago!

Aumenta di qua, aumenta di la, tassa questo, tassa quello e l’Italia, più che flebo s’è vista applicare salasso di sanguisughe, panacea per tutti i mali, secondo studi e medicina montignaccola.
Con alacre lavoro da becchino, ha riempito le casse, riducendo i problemi all’osso.
Vuole cambiare gli italiani, dice.
Neppure a sfiorargli l’idea, che a cambiare dovrebbero essere proprio quelli come lui e chi l’ha collocato: vecchiume giurassico, che sono proprio loro ad averci portato la canna del gas e non per riscaldarci, ma per cucinarci a fuoco e cottura lenta.
Più che bolliti, dovremmo essere noi a sentirci… stufati.

Ma non è questo il problema; o almeno, non il più drammatico.

Il pericolo deriva da tanta sicumera di questi “Super” di poter fare e disfare a piacimento, non dovendo dar conto a chi mai li ha votati e avendo ricevuto cambiale in bianco da chi invece ha ceduto la primogenitura per un piatto di lenticchie: la politica e i suoi grassi, pingui e inetti delegati.
Il senso d’onnipotenza è pernicioso: chi lo assume non accetta repliche, non ammette correzioni di rotta né errori propri;
il “Superbauscia” ragiona a senso unico: «Io Robinson, tu Venerdì!»

Se affrontato, si sente perseguitato, minacciato, incompreso, unto dal Signore, ” il Migliore ma, soprattutto, “über alles”, sopra dei comuni mortali, rozzi e villani da “rieducare”.

Italiani da cambiare.
Olio di ricino per il loro bene, s’intende: purgarne intestino per salvarne corpo.

La regola s’inverte: tuti colpevoli, sino a dimostrazione contraria;
tutti ladri, imbroglioni, evasori, faccendieri, intrallazzatori, corrotti… fino a prova contraria.

Prima si emette la condanna dai tubi catodici e poi, se avanza tempo, nelle aule di tribunale.
Nel frattempo, ci si lustra l’immagine.
La solita sceneggiata delle retate nei posti esclusivi, dove si vedono il macchinone e la barchetta del riccone di turno sotto la lente dei finanzieri; quattro gatti in divisa in alcuni negozi di lusso, a far vedere che basta lo spaventapasseri a scacciare chi frega le sementi.
Si spaccia la particella per il tutto, a voler insinuare che, sparando a pallini, si fa centro.
Il tutto a creare, nel bestiame da lana, latte e uova, il senso di colpa: guardate, quanti disonesti.

Nulla di nuovo, se mai d’antico, nell’aria.
Ma la pasturazione incomincia, per arrivare alla Stasi… la casereccia copia della famosa organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania Est, rimasta famosa per avere arruolato numerosi tedeschi per il controllo delle attività dei propri concittadini.

Tu spii lui, che spia l’altro, che spia me, che spio…
Delazione… l’invito a denunciare, con promessa d’impunità e anonimato.
La più perversa forma di controllo che mai sia esistita, dove il vivere la quotidianità era un’agonia, spietata selezione naturale, dove solo il “Mors tua vita mea”, la tua morte è la mia vita, garantiva il poter vedere alba del giorno dopo.

Segnalami il tuo vicino di casa disonesto, che ti do una medaglia, sibilano.
Come mescolare la tazzina di cicuta insaporita con estratto d’invidia.

Ma questo è solo un aspetto del surrogato di purga staliniana.
Da tante premesse, dove si vorrebbe far credere di vivere in un mondo di peccatori da “rieducare”, il siluro arriva dal basso, e si chiama “Redditometro”.
Vero capolavoro di controllo totale di corpi e menti.

Il nome è accomodante, quasi a dare sensazione di misura aurea, di democratica livella.
Peccato la premessa: tutti siamo evasori da sbiottare, per vedere se tra le pieghe delle nudità non ci fosse occultato qualche zecchino.
Capaci di farcela fare nel vasino, per vedere se salta fuori qualche moneta, stornata dalla ramazza del fisco.

«Signori, su le mani e giù i pantaloni!»

Ai vecchietti con il deambulatore o le stampelle viene chiesto prova di muoversi da sé, senza l’appoggio dell’accompagnatrice, a vedere se quella sia solo amica o badante in nero;
la carrozzina, come il Suv: indicatore di agiatezza, peggio ancora se con le ruote in lega;
nelle palestre, sarà raccolto il sudore, da cui il DNA per trovarne fonte e paternità;
se vai in Hotel, facile che buttino giù la porta e ti fotografano in mutande, per vedere dove nascondevi i soldi della camera;
se sei contadino e hai un cavallo, occhio: che sia vecchio, bolso e in carne o all’opposto, secco e con un piede nella fossa, altrimenti il carretto con il letame diventa lussuoso calessino da passeggio;
e i figli, meglio disconoscerli, altrimenti vanno a vedere quanto ci spendi dietro e capaci di pensare che avanzi baiocchi, su cui lucrare;
mandarli all’asilo e a farli studiare, meglio pensarci bene: lo stornare forza bruta al lavoro muscolare per farne popolo istruito invece che bue, non va assecondato; una sana gabella spegne pericolose derive.
e al gioco… neppure a pensarci: se hai tempo e mezzi per il sollazzo, vuol dire che non ti hanno spremuto abbastanza, e c’è ancora succo, dove inzuppare biscotto.
Dell'abitazione, al con che cosa ci si muove, dall’assicurazione alle contribuzioni più disparate si farà setaccio;
senza parlare degli arredi, degli elettrodomestici e delle varie apparecchiature e diavolerie elettroniche: meglio rispolverare la clava e accendere il fuoco con le scintille prodotte dallo sfregamento tra sassi o legnetti.
Abbonamenti a riviste, a televisioni a pagamento saranno indicatori di abbondanza e crapula;
senza parlare di possedere azioni e obbligazioni, piuttosto che fondi d’investimento o buoni postali: il consiglio di diversificare, per non tenere tutte le uova in un paniere, sembrerà sospetta manovra, tentativo di occultare frutti proibiti.
Alla sede della Stasi andranno pure bollette di luce telefono e gas, per vederne consumi e intercettare uso e abuso di tanta manna.

Nelle pieghe del risparmio bancario si sono introdotti pesantemente: con la scusa dell’esistenza delle faine, si sono accampati tra le ovaiole.

Il braccio armato sarà Equitalia che, si sa per prova provata, prima spara, poi chiede chi c’è dietro al cespuglio.
Chi entra in questo trituratore, difficilmente esce con le ossa intere, anche se innocente: una volta macinato, si ha voglia di avere consolazione e patente di onestà.
Dopo asfaltati, difficilmente si ritornerà ad avere spessore.

Sarà terrorismo fiscale, dove il risalire corrente, dopo il puccio in questo “Mare mostrum”: come per il salmone quando, allo sforzo di risalire, dovrà prestare attenzione anche alle fauci spalancate degli orsi, in placida attesa che si sbagli salto e direzione.

Si ha voglia di dire che “Male non fare, paura non avere”, ma gli ingranaggi della nostra burocrazia macinano alla svelta, che l’innocente ha le ossa più friabili ed è sempre più comodo essere forti con i deboli e prudenti con i forti.

Più facile e redditizio e massacrare i tanti indifesi, che un grosso pesantemente armato.

Ammazzare una pecora appaga la fame senza rischi di rompersi le corna contro qualcuno di più agguerrito.
Alla fine, i furbi si attrezzeranno e ritroveranno livrea mimetica, mentre i poveri cristi avranno ben tracciato sul culo i cerchi del bersaglio.

Arriverà al poveretto accertamento e contestazione, con ingiunzioni a pagare e pesanti intimidazioni sul destino che si appresta se non scuci subito;
per contestare anche la cazzata più lapalissiana, si verrà dirottati su sentieri irti di difficoltà, dove comunque non si saprà mai quale generazione godrà dei rimborsi.
Nei testamenti si lascerà pure questo biglietto della lotteria, che forse qualcuno alfine potrà mettere all’incasso.
Forse, perché quando c’è da prendere, l’olio agli ingranaggi il fisco lo mette, altrimenti lascia arrugginire le giunture della manina.

Prima e comunque paga, Pantalone: poi, se rimarrà tempo e denari, si vedrà.

Il Redditometro come la lama di coltello: l’uso ne farà la differenza.
Ma i precedenti di chi ora ha il coltello per il manico, non fanno ben sperare.

Questa gente mi fa paura: non perché abbia da nascondere. Anzi.
Mi fa paura perché, con la scusa che girano ladri, vorrebbero avere copia delle chiavi di casa nostra.

Passi il periodo di congiuntura, ma la… Stasi, proprio no.
Meglio la paralisi!

Io, secondo me...15.02.2012

Fuorigioco

martedì 14 febbraio 2012

Polvere di stalle

Dicono di noi, il nostro essere polvere di stelle.

Hamza Kashgari, scrittore e giornalista un tempo sarà stato d’accordo su questa verità scientifica, anche se oggi qualche dubbio gli sarà venuto.

L’universo si creò come pare dal compattarsi di particelle, come quelle matassine negli angoli delle nostre case, quando il riscaldamento agita corpuscoli nell’aria, aggregandoli in morbide palline ovattate.
Quel che siamo oggi è prodotto di riciclo, come da raccolta differenziata: componendo, scomponendo e rimontando i mattoncini, sempre a riformare architetture diverse.

No, rispondono gli indignati: non si può banalizzare così il prodotto della creazione divina, il partire dalla luce per arrivare al pari di una lampadina fulminata.
Polvere di stelle è, non quella da nascondere sotto il tappeto.
Forse che no, ma non sempre il botto e il rimbombare di quella bombarda di miliardi d’anni fa è riuscita a compiere miracolo;
l’energia è riuscita a condensare e sublimare bellezza nell’opera sua; pure a creare la scala dei grigi, dove al bianco si oppone il nero, al brillare, le tenebre.
Al pari abbiamo oggi polvere d’oro come di merda di gallina.

Polvere di stelle sarà pure partenza, ma all’arrivo qualcosa ha mutato.
In polvere di stalla.

Da quel lontano “Big-Bang”, dallo sfogo liberatorio di tanta massa concentrata e poi rilasciata in un rutto c(a)osmico, non solo fiato è stato espulso, ma anche il prodotto di fagioli cotti in pentola, peto più che petardo dell’inizio di quel che portò poi al fenomeno “vita” e poi al bipede che si fregia oggi della medaglia di “Homo”.
Giusto poi che non vi è contraddittorio, a cospargersi d’incenso e dire di sé d’esser pure “Sapiens Sapiens”.
Visto nell’insieme, in parte vero, parte no: come ogni ammasso cellulare, non sempre c’è bisogno di cervello, quanto sempre di un estrusore, perché di materia grigia si può anche fare a meno, ma di un intestino no, e quando questo è pigro, è tragico come quando la diga cede.

L’ameba umana esiste, nonostante il bel castello che la racchiude spesso abbia apparenza e classificazione di “Umano” e il termine “Primate” fa a pugni con la derivazione latina primus, "il migliore", di cui andiamo fieri, spartendo e spandendo bauscia - anche se con aristocratico distacco e disprezzo - con i “parenti poveri”: gorilla scimmie e altri con pelo, dalla schiena allo stomaco.

Diciamocelo, che non è vero esser tutti uguali: sotto la carrozzeria spesso il motore è diverso.
E se nella meccanica, per quel che si muove su ruote, la potenza si misura in cavalli, per altri, ancora in … cammelli, passando dallo spunto allo sputo, in termini di risposta evolutiva.

Sprangare l’entrata della caverna può essere difesa o prigione.
Come le creature che vivono nelle cavità, alla fine perdono quel che in quei luoghi non serve e si diventa ciechi.
Se si esce, subito si ricrea il muro e si scherma la luce, credendo che solo nell’oscurità unica scelta e opportunità di vita;
non credendo a chi invece ci porta testimonianza che al di là, fuori, c’è un mondo alternativo.
Né meglio né peggio: solo diverso, come “diversità” è parola magica, che difende e dispone la vita alle aggressioni di un continuo in perenne divenire, in movimento e mutazione, cui presentarsi con adeguate rettifiche ed aggiustamenti.

Giusto che il coccodrillo o lo squalo siano a magnificare proprie credenziali e crediti: l’esserci ancora a prova e misura che il proprio è eccellente garanzia di carta vincente, visto la durata e il lungo affitto di nicchia, ma non pretendere e presentare presunzione che sia unica soluzione al mondo.

Dio forse non giocherà a dadi, ma neppure ebbe a costruire con catena di montaggio;
non a omologare ma, sin da subito, a sparpagliare e sparigliare le cose, in un mosaico che poi ricomponga il disegno, ma non che presuntuosa particella possa essere - da sola - misura di tutte le cose.
Saremo concerto, ma solo in orchestra e non in assolo.
La musica del creato è corale e, come la luce, può risplendere solo dal giusto taglio, nelle sfaccettature del diamante.
Un trombone o la grancassa, che fa voce grossa, copre ma non è armonia: solo prepotente suono che soffoca e nasconde la giusta sinfonia.
Il libero arbitrio sarà pure fonte di stonatura e stecca, ma unico modo per imparare dagli errori e migliorare.
Insistere nel dire che la terra è piatta non la cambierà da palla in frittata.
E il calpestare chi lo dovesse dire non permetterà quadratura di nessun cerchio.

Detto quanto, la perfezione non sarà mai di questo mondo, come neppure di chi ci abita.
Certo non i tanti Abdullah o Abdel Aziz alSheikh, re o mufti che siano, nel volere la testa di Hamza Kashgari.

La verità non è mai sul filo di una lama ma estenuante ricerca, su quello della parola.

Giusto chiedere rispetto del proprio, ma anche a darne.
E il tagliar corto non si applica come in ricetta da cucina, nel voler prendere per la gola il prossimo.
Ammazzare chi non è d’accordo non permetterà mai all’asino di volare o alle mosche di fare il latte.

La testimonianza si porta e supporta con l’esempio;
la conversione, con il convincere, non con la costrizione o applicando la legge del più forte.

Hamza Kashgari ha semplicemente espresso giusto libero arbitrio e pensiero: accusato di apostasia da Riad, ora rischia di essere decapitato.

Di Maometto disse per l'anniversario della sua nascita, il 4 febbraio:
"Per il tuo compleanno, non m’inchino davanti a te (...) Mi piacciono alcune cose di te, ma altre le odio, e non ne capisco molte altre ancora. Per il tuo compleanno non bacerò la tua mano, la stringerò come a un essere umano; ti sorriderò come tu sorridi a me e ti parlerò come a un amico, nulla di più".

Di che si ha paura: che basti il dubbio o il verbo a cambiare l’ordine delle cose?

Preso nel senso più ampio, se Dio è, resta;
se i suoi profeti sono, tali rimangono.
Le opinioni non bastano a cambiare nulla, sempre che sia il nulla a essere per primo!

Giusto che una comunità che si riconosca in un credo chieda rispetto, ma non che debba manifestare solo prepotenza e presunzione solo per il numero o le armi.
Impari a usare la ragione, per confutare, se pensa d’essere nel vero e altri a torto.
Altrimenti si seppellisca sotto la sabbia del deserto, come si fa con un cadavere.

Non ci si fa amare da una donna solo nel violentarla e neppure ritorna adorazione con la frusta.
Se si hanno doti e meriti, si usino, altrimenti non si cerchi di arrivare alla luna volando su ali di carta.

E, per quanto si cerchi di alzare i piedistalli, la misura di un uomo non potrà mai essere da gigante;
solo il suo agire e l’amore lo potranno far grande, altrimenti sarà solo alto da zeppa sotto il calcagno, illuminato dai roghi, osannato dai lamenti dei torturati e profeta di cimiteri.

E si smetta di offendere Dio e la sua intelligenza.
Avesse voluto delle marionette, da subito le avrebbe create tali e ne avrebbe di suo potere, nel cancellare di venuto male;
senza per questo dover delegare “sbianchetti” a fare quel che gli verrebbe facile da solo.

Se dal cielo nessuna saetta è arrivata a incenerire Hamza Kashgari, una ragione ci sarà.
O forse Allah e Maometto non ce la fanno senza Abdullah o Abdel Aziz alSheikh?

Della serie: Dio è Padre, non padrone e per questo non accoppa i propri figli.

Gli Abdullah bin Abdul Aziz, re dell'Arabia Saudita e Abdel Aziz alSheikh, sì.

Ma questa è solo polvere di stalle.

Da par mio, anch’io, nella mia fragilità, sono al cospetto del mio Signore:

«Mi piacciono alcune cose di te, ma altre - del come hanno scritto di te - le odio, e non ne capisco molte altre ancora […] non bacerò la tua mano, la stringerò come a un essere umano; ti sorriderò come tu sorridi a me e ti parlerò come a un amico.»

Però, Padre: io ti amo.

Io, secondo me...14.02.2012