lunedì 27 settembre 2010
domenica 26 settembre 2010
Il pelo e la pulce
Ci sono due modi per farsi strada nella vita: con i propri piedi o a rimorchio.
Se sei cane trotti; se pulce, ti cerchi un bel “patatone”, t’attacchi e, a camminare, ci pensa lui, facendo pure la dispensa ambulante.
Ovvio aspettarsi che, una volta trovato l’ambiente ideale, la furbetta, chiami a raccolta il resto della famiglia ad approfittare di tanta abbondanza, ogni qualvolta trovi miglior pascolo;
e te li ritrovi sul groppone, che neppure a grattarsi freneticamente, come tarantolati, te ne liberi più.
Tutta questione di pelo, di chi ce l’ha e dove.
Detto questo, per il povero cane e le sue, di pulci, la cosa si ferma qui, ognuno costretto nei limiti e alla sottomissione a leggi di natura, contro nulla possono. Loro, almeno.
Per l’Homo, no; l’Homo, si sa, è Sapiens…anzi, di più: Sapiens Sapiens!
Con lui ci pensa un altro tipo di pulce, a farlo diventare “patatone”: la donna fatale, ambiziosa e motivata.
Questa applica la legge di Archimede, quando basta una leva a sollevare il mondo;
lei lo fa con il pelo, forte da trainare un carro di buoi, come recita la saggezza popolare.
Il genere, oltre che attorno alle grazie, ne è dotata in abbondanza pure sullo stomaco: quel tanto che basta a far fesso, dopo averlo imbambolato, pure il più scafato dei naviganti, che perde la bussola e il senno, alla minaccia della bella bambolona di farsi venire il mal di testa se “patatone” non dovesse cedere ai capricci.
«Dai, amore: tu che conosci quelli che contano, fai avere qualcosina in televisione - che so - un programmino, una produzione milionaria, da affidare a mammà e papa; un piccolo localino a Montecarlo per il mio fratellino, che c’ha solo un misero Ferrarino!»
Il peletto vibra: il tubero comincia a sudare e il controllo trasloca, dalla testa alla coda.
Lei allora la - e lui - dà: tutto quel che vuole.
A quel punto l’Homo è tutto, tranne che Sapiens Sapiens;
cambio di marcia e muscolo, dove il cervello passa in folle.
Man mano che aumenta il richiamo della foresta, sempre più la ragione lascia spazio alla regione, quella pubica;
è qui, le novelle Salomè si trastullano con la testa di chi l’ha persa per loro.
Scene pietose: uomini che ti hanno rigirato partiti e casacche, facce e spallucce, Storia e storie, rivoltato come calzini le sorti di un paese, guerrieri del poltronaggio politico, diventano bambini da caramella, ridicoli, grotteschi Fantozzi in mutandoni ascellari!
L’Esaù biblico svendette la progenitura per un piatto di lenticchie, ma almeno c’ha fatto un pasto;
così come gli Argonauti di Giasone si fecero un culo grande così, per recuperare un vello, ma era abbondante e pure d’oro.
Il nostro sfigato ha svenduto pure lui, ma per pochi pilucchi e, per di più…fini fini.
C’è una cosa peggio della sconfitta, in guerra, dove pure, se con onore, si concede quello delle armi:
la derisione.
Ammazzi Golia, abbatti giganti, conquisti imperi, regni e…principati, scendi ai ferri con tenaci e coriacei avversari, getti nella polvere la carcassa di tanti nemici e poi basta un piccolo crine a farti coglionare!
Ecco allora il gonzo, menato a pastura con l’anello al naso, accorgersi d’aver fatto figura di bamba e che la pezza non è migliore del buco, quando per scusarsi ripete il trito repertorio d’ogni trombone che rimane trombato:
«Non c’ero e, se c’ero, dormivo!»
No, spezzo una lancia, a che non faccia figura da pirla ma gioco del gatto e la volpe:
«L’ho fatto per la famiglia!»
Beh, così va meglio: tutto rimane lì.
Per un pelo sono caduti santi, eroi e navigatori; figuriamoci un pollo!
Io, secondo me...26.09.2010
Se sei cane trotti; se pulce, ti cerchi un bel “patatone”, t’attacchi e, a camminare, ci pensa lui, facendo pure la dispensa ambulante.
Ovvio aspettarsi che, una volta trovato l’ambiente ideale, la furbetta, chiami a raccolta il resto della famiglia ad approfittare di tanta abbondanza, ogni qualvolta trovi miglior pascolo;
e te li ritrovi sul groppone, che neppure a grattarsi freneticamente, come tarantolati, te ne liberi più.
Tutta questione di pelo, di chi ce l’ha e dove.
Detto questo, per il povero cane e le sue, di pulci, la cosa si ferma qui, ognuno costretto nei limiti e alla sottomissione a leggi di natura, contro nulla possono. Loro, almeno.
Per l’Homo, no; l’Homo, si sa, è Sapiens…anzi, di più: Sapiens Sapiens!
Con lui ci pensa un altro tipo di pulce, a farlo diventare “patatone”: la donna fatale, ambiziosa e motivata.
Questa applica la legge di Archimede, quando basta una leva a sollevare il mondo;
lei lo fa con il pelo, forte da trainare un carro di buoi, come recita la saggezza popolare.
Il genere, oltre che attorno alle grazie, ne è dotata in abbondanza pure sullo stomaco: quel tanto che basta a far fesso, dopo averlo imbambolato, pure il più scafato dei naviganti, che perde la bussola e il senno, alla minaccia della bella bambolona di farsi venire il mal di testa se “patatone” non dovesse cedere ai capricci.
«Dai, amore: tu che conosci quelli che contano, fai avere qualcosina in televisione - che so - un programmino, una produzione milionaria, da affidare a mammà e papa; un piccolo localino a Montecarlo per il mio fratellino, che c’ha solo un misero Ferrarino!»
Il peletto vibra: il tubero comincia a sudare e il controllo trasloca, dalla testa alla coda.
Lei allora la - e lui - dà: tutto quel che vuole.
A quel punto l’Homo è tutto, tranne che Sapiens Sapiens;
cambio di marcia e muscolo, dove il cervello passa in folle.
Man mano che aumenta il richiamo della foresta, sempre più la ragione lascia spazio alla regione, quella pubica;
è qui, le novelle Salomè si trastullano con la testa di chi l’ha persa per loro.
Scene pietose: uomini che ti hanno rigirato partiti e casacche, facce e spallucce, Storia e storie, rivoltato come calzini le sorti di un paese, guerrieri del poltronaggio politico, diventano bambini da caramella, ridicoli, grotteschi Fantozzi in mutandoni ascellari!
L’Esaù biblico svendette la progenitura per un piatto di lenticchie, ma almeno c’ha fatto un pasto;
così come gli Argonauti di Giasone si fecero un culo grande così, per recuperare un vello, ma era abbondante e pure d’oro.
Il nostro sfigato ha svenduto pure lui, ma per pochi pilucchi e, per di più…fini fini.
C’è una cosa peggio della sconfitta, in guerra, dove pure, se con onore, si concede quello delle armi:
la derisione.
Ammazzi Golia, abbatti giganti, conquisti imperi, regni e…principati, scendi ai ferri con tenaci e coriacei avversari, getti nella polvere la carcassa di tanti nemici e poi basta un piccolo crine a farti coglionare!
Ecco allora il gonzo, menato a pastura con l’anello al naso, accorgersi d’aver fatto figura di bamba e che la pezza non è migliore del buco, quando per scusarsi ripete il trito repertorio d’ogni trombone che rimane trombato:
«Non c’ero e, se c’ero, dormivo!»
No, spezzo una lancia, a che non faccia figura da pirla ma gioco del gatto e la volpe:
«L’ho fatto per la famiglia!»
Beh, così va meglio: tutto rimane lì.
Per un pelo sono caduti santi, eroi e navigatori; figuriamoci un pollo!
Io, secondo me...26.09.2010
mercoledì 22 settembre 2010
sabato 11 settembre 2010
venerdì 3 settembre 2010
giovedì 2 settembre 2010
mercoledì 25 agosto 2010
martedì 27 luglio 2010
martedì 20 luglio 2010
sVENDOLA
Nel film western "Per un pugno di dollari", uno dei protagonisti afferma che "Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto";
un pistola con l'estintore non se la passa meglio.
Il piccolo teppistello, che cercava di linciare dei carabinieri, imprigionati in una camionetta andata a sbattere, c'ha lasciato la buccia, appunto perché era così scemo da credere che dall'altra parte si sarebbero fatti scassare la cervice dal bombolone, senza colpo ferire.
La convinzione, che l'arma dei carabinieri vanta tanti accoppati, sembra obbedire ad una legge fisica, come la caduta dei gravi o la forza di gravità, per cui a terra ci deve andare sempre il poliziotto;
il "Caramba" che non si lascia massacrare è un Bastian contrario, uno che non conosce e segue il galateo che lo vuole agnello sacrificale, eterno capro espiatorio, servo dello Stato e da scannare.
Dal povero Mario Placanica, racchiuso nella camionetta dei militi, sotto spranga, legni e manganelli, ci si attendeva l'"Ave, Carletto, morituri te salutant", l'ennesima versione del giroton...dino:
"Giro giro tondo, che ci faccio in questo mondo?
Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra;
vado giù per terra".
In quel 20 luglio 2001 durante il G8 di Genova, tra i delinquentelli, in cerca del poliziotto da disossare, c'era anche lui, il Carlo Giuliani, con il volto coperto dal classico passamontagna, a non farsi riconoscere qualora gli fosse riuscito di scassare il cranio e spegnere la fiamma sul cappello del milite.
Il Carletto era il classico ottuso, più portato al mestiere delle armi che a quelli del lavoro, dei tanti che si annoiavano perché la vita è monotona e la scarica d'adrenalina la si cerca negli spinelli o nello scassare i gemelli pubici al prossimo.
Vuoi mettere com'è più interessante lo sbattere la vecchietta sotto l'autobus piuttosto che farle attraversare la strada?!
Peccato che la vecchietta di turno c'avesse la pistola e, terrorizzata dall'essere fatta a pezzi, c'ha sparato, più che al coglione, al melone che quello aveva, sopra le spalle.
All'improvviso, tutti quelli come lui, attorno allo scannatoio su gomma, visto che dentro non c'erano più delle pecore, se la sono data a gambe, come conigli, quando scoperto che neppure fare branco garantiva un facile abbattimento del pollo.
Quando un uomo con l'estintore incontra un uomo con la pistola, quello con la bombola è un uomo morto!
Carlo Giuliani non era nessuno, se non un assassino mancato: lo sfigato tra la specie, il Fantozzi della categoria.
Se qualcuno ancora ne vorrebbe fare un eroe, in quel genere lo deve esaltare e non cercare nobiltà che non compete, a chi cercava di affinare l'arte dell'uccidere il prossimo suo.
Quelle immagini di macellai pronti a cavare sangue dei militi, assediati nella camionetta, sono ormai passate dalle mani della cronaca a quelle della storia: non ci sono ambiguità, nel riconoscere il diritto di difesa di chi era in procinto d'essere massacrato;
né ci sono dubbi di chi l'assalitore e di chi l'assalito.
Carlo Giuliani, a dire bene, era un cretino; a pensar male, un mancato omicida.
Vogliamo intitolargli una via? Una statua?
Ebbene, allora sia via dell'Estintore, e la statua: lanciato in avanti, non con la stampella che l'eroico fante Enrico Toti scagliò contro il nemico, ma con la bombola di schiumogeno sporca di sangue, con attaccato capelli e pezzi di cranio dell'uomo in divisa, che agonizza ai suoi piedi e il viso bene coperto, da un cappuccio prepuziale, a coprire la testa di quel che era il tipo.
Ora, non c'è nulla di più osceno quanto il cercare di farne un eroe, quando chiaro fosse uno dei tanti che vanno in cerca di teste da spaccare, come allo stadio o dovunque ci sia modo, mezzo ed occasione di fare il prepotente, il bullo, il bauscia e credersi grande e potente quando si decide della pelle d'altri, quando l'onnipotenza di avere tra le mani la vita e la morte...o un estintore.
Giuliani era tutto questo, non più evoluto del troglodita con la clava, maestro solo nel maneggio dell'attrezzo cui la selezione della specie lo aveva dotato, quanto un dente o un artiglio per chi deve solo operare da predatore e quindi con un programma alquanto semplificato e una struttura modellata solo all'offesa.
Gli è andata male, punto e basta, come per lo sciacallo infilato dal corno della gazzella.
Avrebbero mai cercato di intitolare, qualora a parti inverse, qualcosa alla memoria di un Mario Placanica?
Di questi giorni è il rimestare nel cassonetto dell'ennesimo politicante in cerca di rimasugli e avanzi, per vedere di impastare qualcosa simile ad una polpetta;
addirittura presenta il macinato di Giuliani come paragonabile al miglior filetto, a dar valore pari al Carletto come ai giudici Falcone e Borsellino, assassinati dalla mafia.
Peccato che loro il prossimo lo volevano salvare, non prendere a mazzate.
Il Nichi Vendola, che quando parla pare Paperino e modula vocina allo sputacchio, tromboneggia:
- «Fono qui a fcompaginare la finftra, a fparigliare i giochi. Botte a deftra, via Berlufconi! Vincere per le donne e gli eroi dei noftri giorni, come Falcone, Borfellino...e Carlo Giuliani, l'eroe ragaffino, ucciso da un carabiniere a Genova, quando una generafione perfe l'innocenfa e fece i suoi conti con la morte!»
Caro Nichi, ti rimbecco con l'affettuoso dire, in uso nella mia bella metropoli meneghina, quando si richiama chi ha appena detto una minchiata:
- «Ma và da via i ciapp!»
Senza offesa, a te e al tuo "eroe ragaffino"!
Io, secondo me...20.07.2010
un pistola con l'estintore non se la passa meglio.
Il piccolo teppistello, che cercava di linciare dei carabinieri, imprigionati in una camionetta andata a sbattere, c'ha lasciato la buccia, appunto perché era così scemo da credere che dall'altra parte si sarebbero fatti scassare la cervice dal bombolone, senza colpo ferire.
La convinzione, che l'arma dei carabinieri vanta tanti accoppati, sembra obbedire ad una legge fisica, come la caduta dei gravi o la forza di gravità, per cui a terra ci deve andare sempre il poliziotto;
il "Caramba" che non si lascia massacrare è un Bastian contrario, uno che non conosce e segue il galateo che lo vuole agnello sacrificale, eterno capro espiatorio, servo dello Stato e da scannare.
Dal povero Mario Placanica, racchiuso nella camionetta dei militi, sotto spranga, legni e manganelli, ci si attendeva l'"Ave, Carletto, morituri te salutant", l'ennesima versione del giroton...dino:
"Giro giro tondo, che ci faccio in questo mondo?
Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra;
vado giù per terra".
In quel 20 luglio 2001 durante il G8 di Genova, tra i delinquentelli, in cerca del poliziotto da disossare, c'era anche lui, il Carlo Giuliani, con il volto coperto dal classico passamontagna, a non farsi riconoscere qualora gli fosse riuscito di scassare il cranio e spegnere la fiamma sul cappello del milite.
Il Carletto era il classico ottuso, più portato al mestiere delle armi che a quelli del lavoro, dei tanti che si annoiavano perché la vita è monotona e la scarica d'adrenalina la si cerca negli spinelli o nello scassare i gemelli pubici al prossimo.
Vuoi mettere com'è più interessante lo sbattere la vecchietta sotto l'autobus piuttosto che farle attraversare la strada?!
Peccato che la vecchietta di turno c'avesse la pistola e, terrorizzata dall'essere fatta a pezzi, c'ha sparato, più che al coglione, al melone che quello aveva, sopra le spalle.
All'improvviso, tutti quelli come lui, attorno allo scannatoio su gomma, visto che dentro non c'erano più delle pecore, se la sono data a gambe, come conigli, quando scoperto che neppure fare branco garantiva un facile abbattimento del pollo.
Quando un uomo con l'estintore incontra un uomo con la pistola, quello con la bombola è un uomo morto!
Carlo Giuliani non era nessuno, se non un assassino mancato: lo sfigato tra la specie, il Fantozzi della categoria.
Se qualcuno ancora ne vorrebbe fare un eroe, in quel genere lo deve esaltare e non cercare nobiltà che non compete, a chi cercava di affinare l'arte dell'uccidere il prossimo suo.
Quelle immagini di macellai pronti a cavare sangue dei militi, assediati nella camionetta, sono ormai passate dalle mani della cronaca a quelle della storia: non ci sono ambiguità, nel riconoscere il diritto di difesa di chi era in procinto d'essere massacrato;
né ci sono dubbi di chi l'assalitore e di chi l'assalito.
Carlo Giuliani, a dire bene, era un cretino; a pensar male, un mancato omicida.
Vogliamo intitolargli una via? Una statua?
Ebbene, allora sia via dell'Estintore, e la statua: lanciato in avanti, non con la stampella che l'eroico fante Enrico Toti scagliò contro il nemico, ma con la bombola di schiumogeno sporca di sangue, con attaccato capelli e pezzi di cranio dell'uomo in divisa, che agonizza ai suoi piedi e il viso bene coperto, da un cappuccio prepuziale, a coprire la testa di quel che era il tipo.
Ora, non c'è nulla di più osceno quanto il cercare di farne un eroe, quando chiaro fosse uno dei tanti che vanno in cerca di teste da spaccare, come allo stadio o dovunque ci sia modo, mezzo ed occasione di fare il prepotente, il bullo, il bauscia e credersi grande e potente quando si decide della pelle d'altri, quando l'onnipotenza di avere tra le mani la vita e la morte...o un estintore.
Giuliani era tutto questo, non più evoluto del troglodita con la clava, maestro solo nel maneggio dell'attrezzo cui la selezione della specie lo aveva dotato, quanto un dente o un artiglio per chi deve solo operare da predatore e quindi con un programma alquanto semplificato e una struttura modellata solo all'offesa.
Gli è andata male, punto e basta, come per lo sciacallo infilato dal corno della gazzella.
Avrebbero mai cercato di intitolare, qualora a parti inverse, qualcosa alla memoria di un Mario Placanica?
Di questi giorni è il rimestare nel cassonetto dell'ennesimo politicante in cerca di rimasugli e avanzi, per vedere di impastare qualcosa simile ad una polpetta;
addirittura presenta il macinato di Giuliani come paragonabile al miglior filetto, a dar valore pari al Carletto come ai giudici Falcone e Borsellino, assassinati dalla mafia.
Peccato che loro il prossimo lo volevano salvare, non prendere a mazzate.
Il Nichi Vendola, che quando parla pare Paperino e modula vocina allo sputacchio, tromboneggia:
- «Fono qui a fcompaginare la finftra, a fparigliare i giochi. Botte a deftra, via Berlufconi! Vincere per le donne e gli eroi dei noftri giorni, come Falcone, Borfellino...e Carlo Giuliani, l'eroe ragaffino, ucciso da un carabiniere a Genova, quando una generafione perfe l'innocenfa e fece i suoi conti con la morte!»
Caro Nichi, ti rimbecco con l'affettuoso dire, in uso nella mia bella metropoli meneghina, quando si richiama chi ha appena detto una minchiata:
- «Ma và da via i ciapp!»
Senza offesa, a te e al tuo "eroe ragaffino"!
Io, secondo me...20.07.2010
mercoledì 14 luglio 2010
domenica 11 luglio 2010
Cazzata siciliana
Cazzata siciliana
"Chi muore giace, chi resta si da pace";
questo si usa dire quando, con rassegnazione, i sopravvissuti debbono soffrire con dignità, senza fare chiassate, dare in escandescenze, lamentarsi o arrivare ai piagnistei: se propri si deve, sia almeno in silenzio, composti, sussurrando, controllati nelle geremiadi e nel gocciolatoio dell'occhio.
Insomma: con stile e, soprattutto, defilati, lontani da finestre mediatiche, da dove tutti possono sbirciare e vedere quanti panni sporchi ci stanno dietro.
Quel che giace è la salma del maresciallo dei carabinieri Antonio Lombardo, che si sparò nel '95.
- «Ecco, si sparò; e allora, che ce ne fotte! Scelta sua, roba vecchia e lo spettacolo va avanti!» risponderebbe Leo.
E già perché lui fotte e se ne fotte, anche se la pallottola prese avvio non da una combinazione di polvere da sparo, ma dalla merda; e il Leo, di quella, ne ha riempito secchi, per lubrificare la camera di scoppio della rivoltella del povero Antonio.
Approfittando del predellino, della zeppa da sotto i piedi, che l'occasione gli aveva dato, il Leo Cascio subito se ne avvantaggiò, cercando di sembrare più grande di quel che fosse, come a proiettare l'ombra del nano sul telo, dove anche le movenze di un verme parrebbero contorsioni di drago.
Samarcanda, si chiamava la lampada magica, che amplificava la trombetta, a farla diventare trombone: direttore di tanta orchestra era allora il Santoro, presentatore e conduttore televisivo, detto anche Michele.
L'uno e l'altro ci guadagnarono in ascolti e notorietà, dove la verità vera è quella gridata, dove "Chi vusa pusè la vaca l'è sua", ovvero "chi urla di più ottiene la proprietà della mucca".
Leo, era Leoluca Orlando Cascio, avvocato e figlio di tale, che fu consigliere e poi sindaco di Palermo e, su su, da predellino a predellino, da zeppe in zeppa, da gradino a gradino, fino a divenire parlamentare e poi, da esportazione, come europarlamentare, oggi gemellato nell'Italia Dei Veleni - ops! Dei valori - del sciur paròn, Tony Di Pietro, protettore dei fabbricanti di manette.
Terra terra, la "sparata" del Leo fu:
- «Antonio è pappa e ciccia con la mafia!»
No, non l'Antonio amico suo di oggi, ma il Lombardo.
Praticamente sputtanò, in mondovisione, quel poveretto, usando la tromba più assordante esistente: la televisione;
e che non fu di bocca, la si vede solo oggi, ormai tardi per ridare onore e dignità a chi diede le dimissioni a modo suo, svergognato da uno che cercava di far rumore per emergere dal "se non fai casino non ti caga nessuno", detto nel volgare dell'uomo di strada.
Beh, Cascio c'aveva già provato ad attirare l'attenzione: prima entrando in polemica con Leonardo Sciascia, che di antimafia c'aveva gli attributi migliori del Leo e pure con il giudice Falcone, quello che alla mafia rompeva proprio gli zebedei, tanto che, per toglierselo dalle palle, lo fecero esplodere con tutta la scorta.
Il Cascio diceva che teneva le indagini nel cassetto, pure lui con macchie sulla camicia immacolata.
- «Eeeeeeh...errori di gioventù: ora sono pulito, anzi, "onorevole"!» direbbe il Leo.
Vero e, come quello che ti invita al Bar. a prendere un caffè, lui non paga mai!
Chi muore giace, chi resta si da pace;
Ovetto fresco di giornata, è la notizia che un altro tritato è riuscito ad uscire dalle pale del ventilatore, quello manovrato dagli "épandeur de merde", dove le macchie del loro prodotto rimangono a lungo, così come l'odore.
L'uomo che Paolo Borsellino - anche lui "esploso" dalla mafia - chiamava fratello, il carabiniere Carmelo Canale, è stato assolto in via definitiva dall'accusa di essersi venduto alla mafia;
Antonio Lombardo era suo cognato.
Se mai qualcuno dovrebbe fregiarsi del titolo di "Onorevole", questi sono proprio loro: onesti servitori dello Stato, a cui lo sputo dei serpenti ha, a uno tolto la vita, all'altro, l'ha avvelenata.
Quando la mafia non riusciva a togliersi dai coglioni quelli che la impensierivano, alle bombe preferiva il "pentito" di turno, quello che si faceva acchiappare apposta per poi avvelenare o intossicare dal di dentro chi lo ospitava.
Ecco che si toglieva d'attorno un pericoloso avversario senza colpo ferire, dove magari la fortuna favoriva pure i delinquenti, che della parola vergogna non ne conoscono declinazione, mentre per altri armava la rivoltella che si puntavano alla tempia.
Se poi c'era qualche Cascio nei paraggi, pure quello era valore aggiunto, che non era importante la trincea da dove sparava, basta che fosse uno dei suoi a cadere, vittima di quel che in guerra si chiama fuoco amico.
Anche un re si umiliò, a Canossa, cospargendosi il capo di cenere e chiedendo perdono per i propri errori;
ma i re, si sa, sono nobili: a noi rimangono ormai solo delle scartine, pochi e miserabili "onorevoli", da contrapporre.
"Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoci 'o passato..."
Io, secondo me...11.07.2010
"Chi muore giace, chi resta si da pace";
questo si usa dire quando, con rassegnazione, i sopravvissuti debbono soffrire con dignità, senza fare chiassate, dare in escandescenze, lamentarsi o arrivare ai piagnistei: se propri si deve, sia almeno in silenzio, composti, sussurrando, controllati nelle geremiadi e nel gocciolatoio dell'occhio.
Insomma: con stile e, soprattutto, defilati, lontani da finestre mediatiche, da dove tutti possono sbirciare e vedere quanti panni sporchi ci stanno dietro.
Quel che giace è la salma del maresciallo dei carabinieri Antonio Lombardo, che si sparò nel '95.
- «Ecco, si sparò; e allora, che ce ne fotte! Scelta sua, roba vecchia e lo spettacolo va avanti!» risponderebbe Leo.
E già perché lui fotte e se ne fotte, anche se la pallottola prese avvio non da una combinazione di polvere da sparo, ma dalla merda; e il Leo, di quella, ne ha riempito secchi, per lubrificare la camera di scoppio della rivoltella del povero Antonio.
Approfittando del predellino, della zeppa da sotto i piedi, che l'occasione gli aveva dato, il Leo Cascio subito se ne avvantaggiò, cercando di sembrare più grande di quel che fosse, come a proiettare l'ombra del nano sul telo, dove anche le movenze di un verme parrebbero contorsioni di drago.
Samarcanda, si chiamava la lampada magica, che amplificava la trombetta, a farla diventare trombone: direttore di tanta orchestra era allora il Santoro, presentatore e conduttore televisivo, detto anche Michele.
L'uno e l'altro ci guadagnarono in ascolti e notorietà, dove la verità vera è quella gridata, dove "Chi vusa pusè la vaca l'è sua", ovvero "chi urla di più ottiene la proprietà della mucca".
Leo, era Leoluca Orlando Cascio, avvocato e figlio di tale, che fu consigliere e poi sindaco di Palermo e, su su, da predellino a predellino, da zeppe in zeppa, da gradino a gradino, fino a divenire parlamentare e poi, da esportazione, come europarlamentare, oggi gemellato nell'Italia Dei Veleni - ops! Dei valori - del sciur paròn, Tony Di Pietro, protettore dei fabbricanti di manette.
Terra terra, la "sparata" del Leo fu:
- «Antonio è pappa e ciccia con la mafia!»
No, non l'Antonio amico suo di oggi, ma il Lombardo.
Praticamente sputtanò, in mondovisione, quel poveretto, usando la tromba più assordante esistente: la televisione;
e che non fu di bocca, la si vede solo oggi, ormai tardi per ridare onore e dignità a chi diede le dimissioni a modo suo, svergognato da uno che cercava di far rumore per emergere dal "se non fai casino non ti caga nessuno", detto nel volgare dell'uomo di strada.
Beh, Cascio c'aveva già provato ad attirare l'attenzione: prima entrando in polemica con Leonardo Sciascia, che di antimafia c'aveva gli attributi migliori del Leo e pure con il giudice Falcone, quello che alla mafia rompeva proprio gli zebedei, tanto che, per toglierselo dalle palle, lo fecero esplodere con tutta la scorta.
Il Cascio diceva che teneva le indagini nel cassetto, pure lui con macchie sulla camicia immacolata.
- «Eeeeeeh...errori di gioventù: ora sono pulito, anzi, "onorevole"!» direbbe il Leo.
Vero e, come quello che ti invita al Bar. a prendere un caffè, lui non paga mai!
Chi muore giace, chi resta si da pace;
Ovetto fresco di giornata, è la notizia che un altro tritato è riuscito ad uscire dalle pale del ventilatore, quello manovrato dagli "épandeur de merde", dove le macchie del loro prodotto rimangono a lungo, così come l'odore.
L'uomo che Paolo Borsellino - anche lui "esploso" dalla mafia - chiamava fratello, il carabiniere Carmelo Canale, è stato assolto in via definitiva dall'accusa di essersi venduto alla mafia;
Antonio Lombardo era suo cognato.
Se mai qualcuno dovrebbe fregiarsi del titolo di "Onorevole", questi sono proprio loro: onesti servitori dello Stato, a cui lo sputo dei serpenti ha, a uno tolto la vita, all'altro, l'ha avvelenata.
Quando la mafia non riusciva a togliersi dai coglioni quelli che la impensierivano, alle bombe preferiva il "pentito" di turno, quello che si faceva acchiappare apposta per poi avvelenare o intossicare dal di dentro chi lo ospitava.
Ecco che si toglieva d'attorno un pericoloso avversario senza colpo ferire, dove magari la fortuna favoriva pure i delinquenti, che della parola vergogna non ne conoscono declinazione, mentre per altri armava la rivoltella che si puntavano alla tempia.
Se poi c'era qualche Cascio nei paraggi, pure quello era valore aggiunto, che non era importante la trincea da dove sparava, basta che fosse uno dei suoi a cadere, vittima di quel che in guerra si chiama fuoco amico.
Anche un re si umiliò, a Canossa, cospargendosi il capo di cenere e chiedendo perdono per i propri errori;
ma i re, si sa, sono nobili: a noi rimangono ormai solo delle scartine, pochi e miserabili "onorevoli", da contrapporre.
"Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoci 'o passato..."
Io, secondo me...11.07.2010
lunedì 5 luglio 2010
domenica 4 luglio 2010
Cazzazione
- «Non fa male...non fa male!»
La tipa saltellava come un grillo, attorno al più possente e tarchiato marito.
A vederli, pareva la serie di Rocky Balboa, il famoso pugile interpretato dall'attore Silvester Stallone, dove usava la propria faccia per intercettare i colpi dell'avversario, più che il pugno;
il povero Rocky ne usciva sempre vincitore, più per sfinimento di chi lo affrontava che per doti agonistiche proprie.
Con la faccia come una bistecca passata al tritacarne, scoraggiava quel che lo pestava con la famosa frase, appunto:
«Non fa male...Non fa male!»
A quello, prima o poi, cascavano le braccia e - beng! - gli arrivava la mazzata finale di quel che, fino ad allora, le aveva buscate incessantemente.
- «Fatto niente, fatto niente: ciccabù, ciccabù!»
La femmina continuava l'incontro, nonostante il naso ridotto a gnocco, gli occhi tumefatti, gli zigomi violacei, gli incisivi spezzati, il contorno occhi dell'orsetto Panda, le labbra gonfie come canotti, le capsule dentali saltate, la mandibola sghemba e cascante, le dita fratturate e i capelli arruffati.
- «Non mi fai paura, marameo!!»
Il gancio le arrivò dal lato scoperto, mentre un montante devastante le schiacciò i denti, gli uni sugli altri, mandandoli in frantumi;
Il colpo allo stomaco la piegò in due, come un libro rinchiuso di botto, mentre i polmoni si sgonfiarono d'un fiato, come una gomma forata dal chiodo.
Il colpo basso le fece vibrare tutto l'apparato riproduttivo, dove ormai quel che stava sopra ora era sotto e viceversa.
- «Tutto qui, non sai fare di meglio?»
a dire il vero, questa frase è stata interpretata più dalla mimica che dalla lettura del labiale, che ormai la bocca era attaccata al naso, a formare un tutt'uno.
L'uomo la finì con lo sgabello, il martello del gong e il secchio, dove stava in ammollo la spugna.
Alla vista dei carabinieri, avvertiti dai vicini di casa della coppia, allarmati dalle urla bestiali, di rabbia e dolore, si presentò uno spettacolo tremendo, quando i portantini della lettiga deposero i pezzi della donna sulla tela, avendo l'accortezza di numerarli, per dar modo poi di ricomporre i tanti ossicini spezzati, i lembi di carne striata e i tendini che assomigliavano a stringhe slacciate o spaghetti scotti;
la donna, con la migliore delle dita maciullate riuscì ancora a tracciare, con il suo sangue, una riga sul pavimento
- «Non fa male...non fa male!»
Ad uno dei militi scappò detto, con ammirazione e dopo aver ammanettato il manesco marito:
- «'azzarola; quella è proprio una donna con le palle!»
Dopo aver raccolto i coriandoli corporali più minuti con lo scopino e l'aspirapolvere, i volontari della croce rossa sgommarono quanto più in fretta possibile, a sirene spiegate e con la massima celerità.
- «[...] una con le palle, per nulla intimorita dal consorte, manesco e offensivo; pertanto, questo tribunale assolve l'imputato perché ritiene che ingiurie e botte non possano essere considerate sopraffazione esercitata dall'accusato, visto che la moglie è una tigre, per nulla spaventata dalla brutale virilità del suo King Kong!»
Bam! Bam! Bam!
Il martelletto batté inesorabile, sottolineando l'atto di giustizia, mentre i signori togati se ne andarono alla spicciolata, tronfi e ringalluzziti, dopo aver telefonato a casa: «Maria, butta la pasta, che sto arrivando!»
Le tante Marie, mogli di questi della Cassazione, Suprema Corte di illuminati, sicuramente avranno fatto tesoro del neanche tanto velato messaggio: credere, obbedire e tacere, altrimenti, se mostrate gli attributi - io sono omo! - c'è licenza di raddrizzarvi a legnate!
Prese per i capelli e trascinate nella caverna, c'hanno tagliato le unghie, alle ribelli, quei maschioni della...Cazzazione.
King Kong, scimmione di Livigno, condannato dalla corte di Sondrio e pure, in appello, in quella di Milano, altri parrucconi l'hanno fatto uscire dalla gabbia: tribunale che vai, legge che trovi, che non è vero sia uguale per tutti.
Io, secondo me...04.07.2010
La tipa saltellava come un grillo, attorno al più possente e tarchiato marito.
A vederli, pareva la serie di Rocky Balboa, il famoso pugile interpretato dall'attore Silvester Stallone, dove usava la propria faccia per intercettare i colpi dell'avversario, più che il pugno;
il povero Rocky ne usciva sempre vincitore, più per sfinimento di chi lo affrontava che per doti agonistiche proprie.
Con la faccia come una bistecca passata al tritacarne, scoraggiava quel che lo pestava con la famosa frase, appunto:
«Non fa male...Non fa male!»
A quello, prima o poi, cascavano le braccia e - beng! - gli arrivava la mazzata finale di quel che, fino ad allora, le aveva buscate incessantemente.
- «Fatto niente, fatto niente: ciccabù, ciccabù!»
La femmina continuava l'incontro, nonostante il naso ridotto a gnocco, gli occhi tumefatti, gli zigomi violacei, gli incisivi spezzati, il contorno occhi dell'orsetto Panda, le labbra gonfie come canotti, le capsule dentali saltate, la mandibola sghemba e cascante, le dita fratturate e i capelli arruffati.
- «Non mi fai paura, marameo!!»
Il gancio le arrivò dal lato scoperto, mentre un montante devastante le schiacciò i denti, gli uni sugli altri, mandandoli in frantumi;
Il colpo allo stomaco la piegò in due, come un libro rinchiuso di botto, mentre i polmoni si sgonfiarono d'un fiato, come una gomma forata dal chiodo.
Il colpo basso le fece vibrare tutto l'apparato riproduttivo, dove ormai quel che stava sopra ora era sotto e viceversa.
- «Tutto qui, non sai fare di meglio?»
a dire il vero, questa frase è stata interpretata più dalla mimica che dalla lettura del labiale, che ormai la bocca era attaccata al naso, a formare un tutt'uno.
L'uomo la finì con lo sgabello, il martello del gong e il secchio, dove stava in ammollo la spugna.
Alla vista dei carabinieri, avvertiti dai vicini di casa della coppia, allarmati dalle urla bestiali, di rabbia e dolore, si presentò uno spettacolo tremendo, quando i portantini della lettiga deposero i pezzi della donna sulla tela, avendo l'accortezza di numerarli, per dar modo poi di ricomporre i tanti ossicini spezzati, i lembi di carne striata e i tendini che assomigliavano a stringhe slacciate o spaghetti scotti;
la donna, con la migliore delle dita maciullate riuscì ancora a tracciare, con il suo sangue, una riga sul pavimento
- «Non fa male...non fa male!»
Ad uno dei militi scappò detto, con ammirazione e dopo aver ammanettato il manesco marito:
- «'azzarola; quella è proprio una donna con le palle!»
Dopo aver raccolto i coriandoli corporali più minuti con lo scopino e l'aspirapolvere, i volontari della croce rossa sgommarono quanto più in fretta possibile, a sirene spiegate e con la massima celerità.
- «[...] una con le palle, per nulla intimorita dal consorte, manesco e offensivo; pertanto, questo tribunale assolve l'imputato perché ritiene che ingiurie e botte non possano essere considerate sopraffazione esercitata dall'accusato, visto che la moglie è una tigre, per nulla spaventata dalla brutale virilità del suo King Kong!»
Bam! Bam! Bam!
Il martelletto batté inesorabile, sottolineando l'atto di giustizia, mentre i signori togati se ne andarono alla spicciolata, tronfi e ringalluzziti, dopo aver telefonato a casa: «Maria, butta la pasta, che sto arrivando!»
Le tante Marie, mogli di questi della Cassazione, Suprema Corte di illuminati, sicuramente avranno fatto tesoro del neanche tanto velato messaggio: credere, obbedire e tacere, altrimenti, se mostrate gli attributi - io sono omo! - c'è licenza di raddrizzarvi a legnate!
Prese per i capelli e trascinate nella caverna, c'hanno tagliato le unghie, alle ribelli, quei maschioni della...Cazzazione.
King Kong, scimmione di Livigno, condannato dalla corte di Sondrio e pure, in appello, in quella di Milano, altri parrucconi l'hanno fatto uscire dalla gabbia: tribunale che vai, legge che trovi, che non è vero sia uguale per tutti.
Io, secondo me...04.07.2010
lunedì 28 giugno 2010
mercoledì 23 giugno 2010
giovedì 17 giugno 2010
Akbarbari
C'è chi la perde per una donna, chi per la paura, per una provocazione o uno sgarbo;
così si dice di chi la ragione smarrisce: quello, ha perso la testa!
Ma in senso figurato: invero, quella c'è sempre, ben piantata sul collo ma, semplicemente, quel manca è la capacità del discernimento.
Ci si uccide per amore, si salta nel vuoto da un grattacielo in fiamme, si picchia se offesi o si accoppa per uno sgarro e la zucca, anche se vuota, si accompagna sempre allo sfortunato, che ci ha tolto il sale per metterci l'aria.
Altra cosa per chi veramente se la trova tagliata, solo perché ha trovato sulla sua strada un coglione che, dopo averla spiccata dal corpo, la mostra come trofeo, gridando:
- «Ho ucciso il grande satana: Allah Akbar!»
Pirla.
Figlio di un dio minore, povero d'intelligenza quanto di verbo, tanto da preferire, al filo del discorso, quello della lama;
di lui si potrebbe dire, come per un animale: gli manca la parola!
Monsignor Luigi Padovese, come per il precedente, il caro don Santoro, è finito così: sgozzato.
Allah Akbar...ma va da via i ciapp, paciaratt: offri il tuo didietro, mangiatopi!
In quel di Turchia - ma la cosa si ripete nel mondo degli "akbarbari" - così è fatto tacere chi oppone Cristo, maestro di pace, ad un profeta che diffonde spade e catene.
Senza questi "ferri" del mestiere, pochi accetterebbero di servire da inferiori, quando possibile essere trattati da pari.
La ragione della forza è il bastone del pecoraio, dove a lui spetta latte e carne e al gregge fornire quello e questa;
semplice bottega di macellaio.
Solo a Roma, ad un tiro di schioppo, abitano la Chiesa di San Pietro, una bella Sinagoga e una paffuta Moschea, tanto che, se ognuno si affacciasse, potrebbero darsi voce, come nel cortile di case di ringhiera.
Nel cuore della cristianità, un segno di fratellanza, a pari livello: in quello dell'Islam, solo segni di un padrone.
Cazzeggiamo pure sui distinguo, ma la sostanza, il succo del discorso, quello è!
Entra nel mucchio e sei come le vacche del cow-boy: marchiato a fuoco!
Da quel momento non esisti più, come individuo, ma come numero: prova saltare lo steccato e ti trovi...stecchito!
Non esiste divorzio, nessuna possibilità di riscattare l'ipoteca; sei una proprietà indivisibile...tranne che nel breve spazio tra il mento e le spalle!
Da ultimi arrivati, nella gestione delle cose del buon Dio, vorrebbero esserne sigillo, quasi che le la Storia iniziasse dal fondo e i piedi, d'improvviso, volessero che fossero le mani a camminare, di modo che il sotto diventasse il sopra e il fondello la testa.
Nulla da eccepire se solo, con lo scolapasta in testa e la mano sul petto, infilata nella camicia, il novello Napoleone imperasse tra le mura del manicomio.
Allah Akbar...beh, anche il mio, come quello d'ogni creatura, pienamente in diritto di cercarlo, chiamarlo, pregarlo, adorarlo come meglio crede.
I grilli hanno lasciato lavorare le formiche, per poi sedersi al banchetto e voler dare misura e porzione, usando il coltello per tagliare pane, companatico e gole.
Il tappo di sughero vuole e pretende di valere più e quanto l'intera damigiana e del vino!
Libero di crederci, ma non d'imporre, cazzo!!
E se la spada è la sostanza di un dio e del suo profeta, poveri questi, che non sono molto differenti da una faccia di tolla, sia pure su un piedistallo d'oro; chi ne è servo non può certo amarli, ma solo temerli, e nulla è più vile del terrore, che spinge e non trascina, che uccide quello che un vero Dio ha creato per la vita.
Cani, scimmie e maiali saranno pure animali impuri, ma ben contento sono d'accompagnarmi a questi, piuttosto che a delle bestie di Akbarbari, tanto ignoranti e anche cannibali, quando uccidono pure fratelli di stessa fede, quando Abele osa contraddire Caino!
Io, secondo me...16.06.2010
così si dice di chi la ragione smarrisce: quello, ha perso la testa!
Ma in senso figurato: invero, quella c'è sempre, ben piantata sul collo ma, semplicemente, quel manca è la capacità del discernimento.
Ci si uccide per amore, si salta nel vuoto da un grattacielo in fiamme, si picchia se offesi o si accoppa per uno sgarro e la zucca, anche se vuota, si accompagna sempre allo sfortunato, che ci ha tolto il sale per metterci l'aria.
Altra cosa per chi veramente se la trova tagliata, solo perché ha trovato sulla sua strada un coglione che, dopo averla spiccata dal corpo, la mostra come trofeo, gridando:
- «Ho ucciso il grande satana: Allah Akbar!»
Pirla.
Figlio di un dio minore, povero d'intelligenza quanto di verbo, tanto da preferire, al filo del discorso, quello della lama;
di lui si potrebbe dire, come per un animale: gli manca la parola!
Monsignor Luigi Padovese, come per il precedente, il caro don Santoro, è finito così: sgozzato.
Allah Akbar...ma va da via i ciapp, paciaratt: offri il tuo didietro, mangiatopi!
In quel di Turchia - ma la cosa si ripete nel mondo degli "akbarbari" - così è fatto tacere chi oppone Cristo, maestro di pace, ad un profeta che diffonde spade e catene.
Senza questi "ferri" del mestiere, pochi accetterebbero di servire da inferiori, quando possibile essere trattati da pari.
La ragione della forza è il bastone del pecoraio, dove a lui spetta latte e carne e al gregge fornire quello e questa;
semplice bottega di macellaio.
Solo a Roma, ad un tiro di schioppo, abitano la Chiesa di San Pietro, una bella Sinagoga e una paffuta Moschea, tanto che, se ognuno si affacciasse, potrebbero darsi voce, come nel cortile di case di ringhiera.
Nel cuore della cristianità, un segno di fratellanza, a pari livello: in quello dell'Islam, solo segni di un padrone.
Cazzeggiamo pure sui distinguo, ma la sostanza, il succo del discorso, quello è!
Entra nel mucchio e sei come le vacche del cow-boy: marchiato a fuoco!
Da quel momento non esisti più, come individuo, ma come numero: prova saltare lo steccato e ti trovi...stecchito!
Non esiste divorzio, nessuna possibilità di riscattare l'ipoteca; sei una proprietà indivisibile...tranne che nel breve spazio tra il mento e le spalle!
Da ultimi arrivati, nella gestione delle cose del buon Dio, vorrebbero esserne sigillo, quasi che le la Storia iniziasse dal fondo e i piedi, d'improvviso, volessero che fossero le mani a camminare, di modo che il sotto diventasse il sopra e il fondello la testa.
Nulla da eccepire se solo, con lo scolapasta in testa e la mano sul petto, infilata nella camicia, il novello Napoleone imperasse tra le mura del manicomio.
Allah Akbar...beh, anche il mio, come quello d'ogni creatura, pienamente in diritto di cercarlo, chiamarlo, pregarlo, adorarlo come meglio crede.
I grilli hanno lasciato lavorare le formiche, per poi sedersi al banchetto e voler dare misura e porzione, usando il coltello per tagliare pane, companatico e gole.
Il tappo di sughero vuole e pretende di valere più e quanto l'intera damigiana e del vino!
Libero di crederci, ma non d'imporre, cazzo!!
E se la spada è la sostanza di un dio e del suo profeta, poveri questi, che non sono molto differenti da una faccia di tolla, sia pure su un piedistallo d'oro; chi ne è servo non può certo amarli, ma solo temerli, e nulla è più vile del terrore, che spinge e non trascina, che uccide quello che un vero Dio ha creato per la vita.
Cani, scimmie e maiali saranno pure animali impuri, ma ben contento sono d'accompagnarmi a questi, piuttosto che a delle bestie di Akbarbari, tanto ignoranti e anche cannibali, quando uccidono pure fratelli di stessa fede, quando Abele osa contraddire Caino!
Io, secondo me...16.06.2010
lunedì 14 giugno 2010
Cul Tura
Non ce l'hanno nel sangue, e neppure arriva dai cromosomi: è istinto, pura natura animale, bollenti spiriti, latenti ma pronti ad uscire, come lava di vulcano quando salta il tappo;
elementare ma efficace, come per l'interruttore della luce: click, acceso...ri-click, spento.
L'unico nemico buono è quello morto.
Correva l'Ottobre del 2009, quando un esemplare della razza disse, invitò, predicò, istigò e sperò:
«Ma, santo cielo, possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi?»
Parole di Matteo Mezzadri - coordinatore a Vignola e membro della segreteria provinciale dei giovani del Partito Democratico - a sublimare e sintetizzare una potente certezza, ben radicata nella mente profonda dei sinistri, in special modo se istruiti da vecchi ruderi di scuola moscovita.
I "teorici", fighetti in guanti bianchi, "suggeritori occulti", che si fingono pompieri mentre offrono il cerino alla nuova generazione, ragionavano così, dopo l'ennesima bastonata elettorale, dove usciti a pezzi:
- «Vero che siamo in minoranza, ma siamo in maggioranza nella parte più acculturata del paese [...] il primo partito nelle aree urbane tra gli italiani che leggono libri, che leggono i giornali [...] che rappresenta la classe dirigente del paese in tutti i campi ed è molto difficile che chi governa possa cambiare le cose senza il nostro consenso attivo.»
Un anno prima di Matteo Mezzadri, il "professorino", Massimo D'Alema, già pasturava, seminando per il futuro.
Ovvio che quelli come loro sono pochi: la razza eletta è qualità, non quantità e, visto che il fine giustifica i mezzi, è compito degli unti dal Signore correggere gli errori dell'urna elettorale.
"Resuscitiamo le Brigate Rosse ed ammazziamo Berlusconi";
gli effetti della campagna d'odio de la Repubblica e di Di Pietro continuarono la missione, la ricerca del sicario, al di là e sempre più incattiviti dai responsi sfavorevoli degli elettori che, imperterriti, continuavano - e continuano - a riempirli di mazzate.
Ma noi, Australopitechi, Cro-Magnon, cavernicoli, solo la clava sappiamo usare e quelli soffrono, a dover seguire le regole di noi selvaggi.
Fu così che venne quel 13 dicembre 2009 dove, in Piazza Duomo, a Milano, l'odiato rappresentante della brulicante ma ignorante specie inferiore, subì conseguenza di tanti messaggi, non tanto subliminali:
"Il premier Berlusconi è stato aggredito in Piazza Duomo da Massimo Tartaglia, 42 anni di Cesano Boscone, grafico, che lo ha colpito con una statuina di metallo. Il viso del premier e' diventato una maschera di sangue", recita la stampa.
Due otturazioni saltate, un'infrazione all'osso nasale e un labbro spaccato.
L'istinto primorde, l'Imprinting violento e profondo nella carne rossa, fa esultare la massa gongolante, che si rammarica non dell'attentato, ma che questo non è stato risolutivo: la..."Mortal suasion" riuscì solo a metà.
L'imbeccata fu buona, ma il braccio moscio.
- «Roba da scendere in piazza e fare subito la rivoluzione [...] io dico se non esiste nessuno in grado di fermare questo scempio...che so, esiste ancora la figura del killer a pagamento? La cultura non si deve toccare!»
Cazzo, mi dico: ma è mai possibile che i vogliosi di sangue e lacrime, siano sempre a voler fare i froci col culo degli altri?
Cara Wertmuller, regista da pellicole al Domopack,nonchè sciura Lina, perché ancora cerchi l'ennesimo Tartaglia e non ci metti del tuo?
Accoppalo da te, il Tremonti Giulio, Ministro dell'Economia e di - scarse- Finanze che, in tempo di vacche magre, ci dice: «Bambole, non c'è più una lira!»
All'invito al risparmio, forzatura e non scelta, in tempo di crisi, la cultura risponde, a chi gli fa i conti in tasca, con un minaccioso:
- «Copa el porseo!», accoppa il maiale.
Pallottola in testa...killer a pagamento...
Cul Tura che im...pazza?
Io, secondo me...10.06.2010
elementare ma efficace, come per l'interruttore della luce: click, acceso...ri-click, spento.
L'unico nemico buono è quello morto.
Correva l'Ottobre del 2009, quando un esemplare della razza disse, invitò, predicò, istigò e sperò:
«Ma, santo cielo, possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi?»
Parole di Matteo Mezzadri - coordinatore a Vignola e membro della segreteria provinciale dei giovani del Partito Democratico - a sublimare e sintetizzare una potente certezza, ben radicata nella mente profonda dei sinistri, in special modo se istruiti da vecchi ruderi di scuola moscovita.
I "teorici", fighetti in guanti bianchi, "suggeritori occulti", che si fingono pompieri mentre offrono il cerino alla nuova generazione, ragionavano così, dopo l'ennesima bastonata elettorale, dove usciti a pezzi:
- «Vero che siamo in minoranza, ma siamo in maggioranza nella parte più acculturata del paese [...] il primo partito nelle aree urbane tra gli italiani che leggono libri, che leggono i giornali [...] che rappresenta la classe dirigente del paese in tutti i campi ed è molto difficile che chi governa possa cambiare le cose senza il nostro consenso attivo.»
Un anno prima di Matteo Mezzadri, il "professorino", Massimo D'Alema, già pasturava, seminando per il futuro.
Ovvio che quelli come loro sono pochi: la razza eletta è qualità, non quantità e, visto che il fine giustifica i mezzi, è compito degli unti dal Signore correggere gli errori dell'urna elettorale.
"Resuscitiamo le Brigate Rosse ed ammazziamo Berlusconi";
gli effetti della campagna d'odio de la Repubblica e di Di Pietro continuarono la missione, la ricerca del sicario, al di là e sempre più incattiviti dai responsi sfavorevoli degli elettori che, imperterriti, continuavano - e continuano - a riempirli di mazzate.
Ma noi, Australopitechi, Cro-Magnon, cavernicoli, solo la clava sappiamo usare e quelli soffrono, a dover seguire le regole di noi selvaggi.
Fu così che venne quel 13 dicembre 2009 dove, in Piazza Duomo, a Milano, l'odiato rappresentante della brulicante ma ignorante specie inferiore, subì conseguenza di tanti messaggi, non tanto subliminali:
"Il premier Berlusconi è stato aggredito in Piazza Duomo da Massimo Tartaglia, 42 anni di Cesano Boscone, grafico, che lo ha colpito con una statuina di metallo. Il viso del premier e' diventato una maschera di sangue", recita la stampa.
Due otturazioni saltate, un'infrazione all'osso nasale e un labbro spaccato.
L'istinto primorde, l'Imprinting violento e profondo nella carne rossa, fa esultare la massa gongolante, che si rammarica non dell'attentato, ma che questo non è stato risolutivo: la..."Mortal suasion" riuscì solo a metà.
L'imbeccata fu buona, ma il braccio moscio.
- «Roba da scendere in piazza e fare subito la rivoluzione [...] io dico se non esiste nessuno in grado di fermare questo scempio...che so, esiste ancora la figura del killer a pagamento? La cultura non si deve toccare!»
Cazzo, mi dico: ma è mai possibile che i vogliosi di sangue e lacrime, siano sempre a voler fare i froci col culo degli altri?
Cara Wertmuller, regista da pellicole al Domopack,nonchè sciura Lina, perché ancora cerchi l'ennesimo Tartaglia e non ci metti del tuo?
Accoppalo da te, il Tremonti Giulio, Ministro dell'Economia e di - scarse- Finanze che, in tempo di vacche magre, ci dice: «Bambole, non c'è più una lira!»
All'invito al risparmio, forzatura e non scelta, in tempo di crisi, la cultura risponde, a chi gli fa i conti in tasca, con un minaccioso:
- «Copa el porseo!», accoppa il maiale.
Pallottola in testa...killer a pagamento...
Cul Tura che im...pazza?
Io, secondo me...10.06.2010
Mezzaluna di fuoco
Il film "Mezzogiorno di fuoco" era ambientato nella cittadina di Hadleyville e narrava la vicenda di Will Kane, uno sceriffo che si sentiva moralmente obbligato ad affrontare un manipolo di fuorilegge giunti in città;
tutti i cittadini allora lo abbandonano al suo destino: molti gli chiesero addirittura di andare via per evitare la sparatoria, che avrebbe dato al paese una cattiva reputazione.
"Non importa chi ha torto e chi ragione: questo non serve a nulla quando iniziano a sparare", è la filosofia dei vigliacchi, più interessati a salvare i propri interessi, disposti pure a compromessi e a pagare pur di poter continuare ad ingrassare.
Lo sceriffo non ti ucciderà, ma gli altri si;
è la perversa, egoistica e miope mentalità di tanti imperi che, raggiunto l'agiatezza, delegarono a mercenari il compito di difenderli, facendo l'errore di affidare a morti di fame le chiavi della dispensa.
Vendettero così la propria forza, che si chiamava dignità, il cui mantenimento incuteva, esigeva e ritornava rispetto.
Quelli, appena accortisi che era stupido ammazzarsi l'un l'altro per difendere dei debosciati, alfine capirono che era giunto il momento di infilare a quelli lo spiedo nel didietro e la mela in bocca, piuttosto che scannarsi per loro.
Quello che li motivò, prima che la bramosia e la facilità della conquista, fu il disprezzo: l'altrui viltà li rese consci del proprio valore, e che era assurdo che ruvidi guerrieri servissero delle viziate femminucce.
Eurabia, la pulzella, non ama virile mucolarità: villosi e pelosi maschioni, ammazzatevi, ma fuori dal giardino dove raccolgo margherite.
Israele, come Will Kane, non irriti i bruti e, se proprio lo vuole fare, che non porti conseguenze all'imene della femminuccia.
Apra le frontiere, abbatta il muro che difende la sua gente, si lasci piovere in testa missili, tric-trac e bombe a mano e che i suoi esplodano, tra coriandoli di budella e frattaglie, ma che il sonno della bell'addormentata non sia disturbato dalle bombarde.
Lo sceriffo non ti uccide; Israele non mette bombe.
Lascino stare, lascino fare, per evitare la sparatoria, che darebbe al paese una cattiva reputazione.
Come si fa a fare affari, in mezzo alle pistolettate?
Israele, sei la prima linea: tieni duro e, soprattutto, non lasciare che la linea del Piave arrivi a noi!
E voi, incazzuti, guardate: leviamo i nostri crocefissi, tacitiamo le campane, vi lasciamo le piazze, mettiamo silenziatore alla critica e alla satira, e vi chiediamo scusa, dite voi quando e su cosa.
Cominciamo a lasciare sacche nei nostri ordinamenti, affinché possiate applicare vostre leggi;
sigillate le vostre donne nel burqa, sgozzatele se non seguono il padre-padrone, pretendete di avere moschee che arrivano al cielo, finanche dove avete abbattuto torri gemelle per farvi posto;
non diciamo neppure "Chiedete e vi sarà dato", perché potete esigere, reclamare!
Ma lasciateci intrallazzare.
Sbudellatevi, ma fuori, non da noi...lasciate la cittadina, per evitare di dare al paese una cattiva reputazione, che sarebbe nocumento per gli affari.
"E noi? La nostra gente, sopravvissuti di generazioni cancellate nei campi di concentramento e dai forni crematori? Noi non abbiamo diritto a controllare che quello che entra nella terra che abbiamo lasciato, in segno, nel tentativo di pace, non sia strumento per nostro macello? Non possiamo difenderci, quando i nostri soldati sono assaliti da finte colombe, che poi mostrano artigli e zanne, quando si tenta di accertare che non cerchino di contrabbandare polvere da sparo invece che di farina?".
Eurabia non vuole: un piatto di lenticchie è meglio di una bomba sotto il culo e Israele è un buon capretto da donare, per il sacrificio ad Allah.
D'un colpo si realizzerebbe il sogno del nero e del rosso, in verde tinta.
E quando quelli si accorgeranno che Eurabia è facile da infilare, con spiedo in culo e mela in bocca, toccherà a lei lasciarci candore e verginità;
allora - se non già - ecco la sfida finale, la resa dei conti...la resa.
Mezzogiorno...anzi: mezzaluna di fuoco!
Io, secondo me...04.06.2010
tutti i cittadini allora lo abbandonano al suo destino: molti gli chiesero addirittura di andare via per evitare la sparatoria, che avrebbe dato al paese una cattiva reputazione.
"Non importa chi ha torto e chi ragione: questo non serve a nulla quando iniziano a sparare", è la filosofia dei vigliacchi, più interessati a salvare i propri interessi, disposti pure a compromessi e a pagare pur di poter continuare ad ingrassare.
Lo sceriffo non ti ucciderà, ma gli altri si;
è la perversa, egoistica e miope mentalità di tanti imperi che, raggiunto l'agiatezza, delegarono a mercenari il compito di difenderli, facendo l'errore di affidare a morti di fame le chiavi della dispensa.
Vendettero così la propria forza, che si chiamava dignità, il cui mantenimento incuteva, esigeva e ritornava rispetto.
Quelli, appena accortisi che era stupido ammazzarsi l'un l'altro per difendere dei debosciati, alfine capirono che era giunto il momento di infilare a quelli lo spiedo nel didietro e la mela in bocca, piuttosto che scannarsi per loro.
Quello che li motivò, prima che la bramosia e la facilità della conquista, fu il disprezzo: l'altrui viltà li rese consci del proprio valore, e che era assurdo che ruvidi guerrieri servissero delle viziate femminucce.
Eurabia, la pulzella, non ama virile mucolarità: villosi e pelosi maschioni, ammazzatevi, ma fuori dal giardino dove raccolgo margherite.
Israele, come Will Kane, non irriti i bruti e, se proprio lo vuole fare, che non porti conseguenze all'imene della femminuccia.
Apra le frontiere, abbatta il muro che difende la sua gente, si lasci piovere in testa missili, tric-trac e bombe a mano e che i suoi esplodano, tra coriandoli di budella e frattaglie, ma che il sonno della bell'addormentata non sia disturbato dalle bombarde.
Lo sceriffo non ti uccide; Israele non mette bombe.
Lascino stare, lascino fare, per evitare la sparatoria, che darebbe al paese una cattiva reputazione.
Come si fa a fare affari, in mezzo alle pistolettate?
Israele, sei la prima linea: tieni duro e, soprattutto, non lasciare che la linea del Piave arrivi a noi!
E voi, incazzuti, guardate: leviamo i nostri crocefissi, tacitiamo le campane, vi lasciamo le piazze, mettiamo silenziatore alla critica e alla satira, e vi chiediamo scusa, dite voi quando e su cosa.
Cominciamo a lasciare sacche nei nostri ordinamenti, affinché possiate applicare vostre leggi;
sigillate le vostre donne nel burqa, sgozzatele se non seguono il padre-padrone, pretendete di avere moschee che arrivano al cielo, finanche dove avete abbattuto torri gemelle per farvi posto;
non diciamo neppure "Chiedete e vi sarà dato", perché potete esigere, reclamare!
Ma lasciateci intrallazzare.
Sbudellatevi, ma fuori, non da noi...lasciate la cittadina, per evitare di dare al paese una cattiva reputazione, che sarebbe nocumento per gli affari.
"E noi? La nostra gente, sopravvissuti di generazioni cancellate nei campi di concentramento e dai forni crematori? Noi non abbiamo diritto a controllare che quello che entra nella terra che abbiamo lasciato, in segno, nel tentativo di pace, non sia strumento per nostro macello? Non possiamo difenderci, quando i nostri soldati sono assaliti da finte colombe, che poi mostrano artigli e zanne, quando si tenta di accertare che non cerchino di contrabbandare polvere da sparo invece che di farina?".
Eurabia non vuole: un piatto di lenticchie è meglio di una bomba sotto il culo e Israele è un buon capretto da donare, per il sacrificio ad Allah.
D'un colpo si realizzerebbe il sogno del nero e del rosso, in verde tinta.
E quando quelli si accorgeranno che Eurabia è facile da infilare, con spiedo in culo e mela in bocca, toccherà a lei lasciarci candore e verginità;
allora - se non già - ecco la sfida finale, la resa dei conti...la resa.
Mezzogiorno...anzi: mezzaluna di fuoco!
Io, secondo me...04.06.2010
venerdì 28 maggio 2010
CONAD il barbaro
Conad il barbaro contempla il Regno dei Finocchi;
Coop, la regina, gli passa lo spadone; è il momento di darci un taglio: è giunto la maturità, ed è tempo.
Il tempo delle pere.
Basta seghe mentali, che le manine bisogna ancora farle andare, ma per travagliare: solo...il lavoro rende liberi.
Conad il barbaro si rivolge alla sua dolce metà:
- «Da subito voglio una raccolta differenziata; che si guardi al bollino: la stella gialla e in numero tatuato sia marchio d'infamia e rifiuto.»
Coop osserva il villoso Conad, il gonfiarsi dei pettorali, l'eleganza del movimento di bicipiti e addominali, in un tremolare di muscolari scultorei: è cominciato il giorno dei tricipidi.
- «All'arrivo dei carri, tutto sia avviato ai forni!»
Ahi, ahi, ahi, pensa Coop: l'argomento si fa...spinato.
In quel mentre, Jude, l'ortolano arriva a palazzo, per la quotidiana fornitura di verdurine, per la mensa.
Conad lo vede, ed avanza minaccioso, lo sovrasta e ringhia:
- «Jude, maledetto tè! Da oggi basta minestrina: solo carne!»
Così dicendo, comincia a palpeggiarlo.
- «Caspita, non mi ero accorto che eri così burroso e tenero. Sembri un porcellino...aspetta, butta il resto, ma lascia la mela. Coop, portami lo spiedo!»
Da allora, di Jude non si seppe più nulla;
solo, cambiò l'arredamento nelle stanze di Conad.
Un nuovo paralume, con la lampadina avvolta in una trasparente pellicola di pelle;
una smagliante dentiera, con parecchi denti d'oro;
un generoso parrucchino, con folta capigliatura;
un nuovo sapone idratante, per il bagnetto, occhialini con la montatura d'oro, un anello con due triangolini incastonati, a formare una bella stella azzurra su sfondo bianco, ricca dote di vestiario, posateria e suppellettili varie e la seconda casa, dal cui ingresso fece scalpellare subito il nome del vecchio proprietario.
"Proprio vero, che del porco non si butta nulla!", pensò, sogghignando soddisfatto.
- «Al Fatah non si comanda!» proclamò solennemente.
- «Ehm, tesoro», corregge Coop «si dice: al fato non si comanda.»
Conad ribatte arcigno:
- «Donna, quello volevo dire: c'è chi nasce lupo e c'è l'agnello, e il destino loro è di vello e non di pelo!»
Coop annuisce:
- «E già. E poi, mi ero proprio stancata del brodetto e del riso e bisi, con i piselli.»
"Basta Jude e la sua verdura: boicottiamo i prodotti israeliani!", proclamano gli araldi e portano scritto i manifesti, sparsi per il reame.
Conad il barbaro passa tra gli scaffali delle sue botteghe, nei campi e nelle fabbriche, dove s'incrocia la falce con il martello, e poi, vicino alla gran quercia, dove conobbe il suo amore;
ancora scolpito nel legno, il legame alla sposa:
Conad...Hamas Coop.
Io, secondo me...26.05.2010
Coop, la regina, gli passa lo spadone; è il momento di darci un taglio: è giunto la maturità, ed è tempo.
Il tempo delle pere.
Basta seghe mentali, che le manine bisogna ancora farle andare, ma per travagliare: solo...il lavoro rende liberi.
Conad il barbaro si rivolge alla sua dolce metà:
- «Da subito voglio una raccolta differenziata; che si guardi al bollino: la stella gialla e in numero tatuato sia marchio d'infamia e rifiuto.»
Coop osserva il villoso Conad, il gonfiarsi dei pettorali, l'eleganza del movimento di bicipiti e addominali, in un tremolare di muscolari scultorei: è cominciato il giorno dei tricipidi.
- «All'arrivo dei carri, tutto sia avviato ai forni!»
Ahi, ahi, ahi, pensa Coop: l'argomento si fa...spinato.
In quel mentre, Jude, l'ortolano arriva a palazzo, per la quotidiana fornitura di verdurine, per la mensa.
Conad lo vede, ed avanza minaccioso, lo sovrasta e ringhia:
- «Jude, maledetto tè! Da oggi basta minestrina: solo carne!»
Così dicendo, comincia a palpeggiarlo.
- «Caspita, non mi ero accorto che eri così burroso e tenero. Sembri un porcellino...aspetta, butta il resto, ma lascia la mela. Coop, portami lo spiedo!»
Da allora, di Jude non si seppe più nulla;
solo, cambiò l'arredamento nelle stanze di Conad.
Un nuovo paralume, con la lampadina avvolta in una trasparente pellicola di pelle;
una smagliante dentiera, con parecchi denti d'oro;
un generoso parrucchino, con folta capigliatura;
un nuovo sapone idratante, per il bagnetto, occhialini con la montatura d'oro, un anello con due triangolini incastonati, a formare una bella stella azzurra su sfondo bianco, ricca dote di vestiario, posateria e suppellettili varie e la seconda casa, dal cui ingresso fece scalpellare subito il nome del vecchio proprietario.
"Proprio vero, che del porco non si butta nulla!", pensò, sogghignando soddisfatto.
- «Al Fatah non si comanda!» proclamò solennemente.
- «Ehm, tesoro», corregge Coop «si dice: al fato non si comanda.»
Conad ribatte arcigno:
- «Donna, quello volevo dire: c'è chi nasce lupo e c'è l'agnello, e il destino loro è di vello e non di pelo!»
Coop annuisce:
- «E già. E poi, mi ero proprio stancata del brodetto e del riso e bisi, con i piselli.»
"Basta Jude e la sua verdura: boicottiamo i prodotti israeliani!", proclamano gli araldi e portano scritto i manifesti, sparsi per il reame.
Conad il barbaro passa tra gli scaffali delle sue botteghe, nei campi e nelle fabbriche, dove s'incrocia la falce con il martello, e poi, vicino alla gran quercia, dove conobbe il suo amore;
ancora scolpito nel legno, il legame alla sposa:
Conad...Hamas Coop.
Io, secondo me...26.05.2010
lunedì 24 maggio 2010
ROMdagi
- «VOGLIO! VOGLIO! VOGLIO!»
Il racconto dell'erba voglio si perde nella notte dei tempi e si ripresenta con tante varianti, ma con una sola morale:
neppure un re, per maestà e potere, può avere tutto.
"[...] strillava senza posa / voglio l'oro sul vestito / voglio un piatto prelibato / voglio lo zucchero filato / voglio un letto a baldacchino / voglio un anello col rubino / le scarpe rosse e un nuovo cappello / voglio questo, voglio quello".
Il medico di corte subito arrivò e, al vedere la malattia crescere e peggiorare, il dotto sentenziò:
«Io rimedio, ahimè, non ho; forse un'erba molto rara la potrebbe far guarire: presto, andatela a cercare!»
Così furono piantate, nel giardino del castello, erbe strane, d'ogni specie.
Passarono i mesi, cambiò la stagione;
- «Voglio questo, voglio quello!», ma non arrivò la guarigione e non crebbe l'erba voglio, perché quella, non cresce neppure nel giardino del re.
- «Non ce ne andremo senza una casa e un lavoro!»
Licenziati, che presidiano il posto di lavoro, sul tetto della fabbrica?
Disoccupati, che chiedono di poter sopravvivere?
Sfrattati, che chiedono di avere un'altra possibilità di riscatto?
No,
Rom.
Ore tocca a Milano, con quelli di via Triboniano ma, se il colpo gli riuscisse, presto a macchia d'olio, nel resto della penisola;
pure quelli alla finestra d'ogni baraccopoli sarebbero ad imitare i fortunati, che trovassero tanti fessi;
e ancora: i parenti lontani, che accorrerebbero a sciami, come le cavallette, nella terra del bengodi.
- «Compagni, amici, parenti, venite nel paese del Tafazzi: personaggio comico, famoso per il suo saltellare e prendesi energicamente a bottigliate sui genitali, traendone enorme goduria e piacere; venite, che i coglioni glieli rompiamo noi!»
Già un primo abboccamento era pervenuto alla fonte, che tanti di quelli hanno lasciato le inospitali terre d'origine - dove erano presi a pedate e lasciati a macero nel loro prodotto - per trovare nuova cuccia, dove lo strillo non porta più a bastonate e calci nel deretano.
- «Eccoti dimora, luce, acqua e gas: Firma questo documento, un patto di legalità, dove t'impegni al rispetto delle nostre leggi.»
Scherziamo?
- «Atto razzista! La firma è costrizione, sotto minaccia di sgombero!»
E già; pensa tè: tanto è la prevaricazione del "voglio", che neppure vale un avaro "offro".
Il manganello del Tafazzi continua a colpire:
"Bisogna individuare soluzioni abitative alternative ai campi", dice l'esercito dei masochisti;
"Si devono destinare fondi per garantire lavori di ristrutturazione delle abitazioni e per istituire corsi di formazione e di avviamento al lavoro", continuano i "flagellati".
Ho visto pensionati e povera gente arrivare a mercato finito, a raccogliere gli avanzi di frutta e ortaggi, quelle parti che schizzinosi lasciano al banchetto perché "non si presentano bene", con quel leggero tocco, mancanza di lustro o a dar sensazione di rachitico.
Gli scarti della tavola di Crapulone, le briciole dell'abbondanza, per la ciotola del cane.
Sempre più vedo di casa mia, gente che si mette in coda alla mensa dei poveri, vergognosa perché si fa carico di non avere più un posto di lavoro, quasi che la colpa fosse loro;
e vecchi, nelle case popolari, che hanno paura ad uscire di porta e, peggio, andare all'ospedale per le cure, nella paura di trovarsi l'appartamento occupato e le poche cose saccheggiate o gettate;
vedo la mano tesa di Celestina, una donna dai capelli grigi, che trovo spesso nel mio vagabondare per Milano: ormai mi conosce dai tanti incontri, e mi ha raccontato tanto della sua vita tribolata, del come è scacciata dai posti migliori dove chiedere elemosina, da quelli che difendono i guadagni della pietà con il coltello: quelli che ho visto di persona uscire dal refettorio dei frati Cappuccini, di via Piave, a Milano, che imbracciano le stampelle subito svoltato l'angolo, dopo aver galoppato agilmente nell'attraversare il semaforo rosso.
Fauna d'importazione, che ha soppiantato l'autoctona, più debole.
Anche la povertà - e la finta - può portare denari, se ben recitata, che l'italiano è buono e sciocco nello stesso tempo, quando si muove in fretta segue monotono percorso - lineare e tracciato, come quello delle formiche - gettando sguardo distratto su quel che lo circonda, accecato dalla sua fretta di correre chissà dove, senza avere tempo per riflettere e far decantare le cose della vita.
Uno che ti allunga la mano frena lo slancio, e subito sganci l'obolo perché si scansi, e Celestina mia non ha buon gioco, che quella dignità che mantiene non le fa gioco d'insistenza e mal si vede, nell'angolino, all'ombra.
La selezione della specie, ancora di più agisce, e il nuovo che avanza è can ROMdagio, e mi si perdoni il disprezzo, che non provo pietà per chi arriva in casa d'altri e grida «VOGLIO! VOGLIO! VOGLIO!» e minaccia «Case e soldi. O la guerra!»
E ben intendano quelli che pronti, leggendo del mio, gridassero al razzismo, che ben sappiamo di chi stiamo parlando, e che non cerchino di trovare mosca bianca, per far credere che come quella sono i compagni di merende!
Almeno una, una sola parola, magica, carezzevole, amichevole, pacifica, rispettosa, gradirebbe sentire, il padrone di casa, come pur insegna l'educazione, ai bambini:
- «...PER FAVORE!», che per troppi voglio, la testa l'hanno persa pure i re.
E se scontento o disillusione monta, se ne tornino: la strada da cui sono venuti ben conoscono, a ritrovar sapori e il nodoso legno delle loro piante.
Io, secondo me...24.05.2010
Il racconto dell'erba voglio si perde nella notte dei tempi e si ripresenta con tante varianti, ma con una sola morale:
neppure un re, per maestà e potere, può avere tutto.
"[...] strillava senza posa / voglio l'oro sul vestito / voglio un piatto prelibato / voglio lo zucchero filato / voglio un letto a baldacchino / voglio un anello col rubino / le scarpe rosse e un nuovo cappello / voglio questo, voglio quello".
Il medico di corte subito arrivò e, al vedere la malattia crescere e peggiorare, il dotto sentenziò:
«Io rimedio, ahimè, non ho; forse un'erba molto rara la potrebbe far guarire: presto, andatela a cercare!»
Così furono piantate, nel giardino del castello, erbe strane, d'ogni specie.
Passarono i mesi, cambiò la stagione;
- «Voglio questo, voglio quello!», ma non arrivò la guarigione e non crebbe l'erba voglio, perché quella, non cresce neppure nel giardino del re.
- «Non ce ne andremo senza una casa e un lavoro!»
Licenziati, che presidiano il posto di lavoro, sul tetto della fabbrica?
Disoccupati, che chiedono di poter sopravvivere?
Sfrattati, che chiedono di avere un'altra possibilità di riscatto?
No,
Rom.
Ore tocca a Milano, con quelli di via Triboniano ma, se il colpo gli riuscisse, presto a macchia d'olio, nel resto della penisola;
pure quelli alla finestra d'ogni baraccopoli sarebbero ad imitare i fortunati, che trovassero tanti fessi;
e ancora: i parenti lontani, che accorrerebbero a sciami, come le cavallette, nella terra del bengodi.
- «Compagni, amici, parenti, venite nel paese del Tafazzi: personaggio comico, famoso per il suo saltellare e prendesi energicamente a bottigliate sui genitali, traendone enorme goduria e piacere; venite, che i coglioni glieli rompiamo noi!»
Già un primo abboccamento era pervenuto alla fonte, che tanti di quelli hanno lasciato le inospitali terre d'origine - dove erano presi a pedate e lasciati a macero nel loro prodotto - per trovare nuova cuccia, dove lo strillo non porta più a bastonate e calci nel deretano.
- «Eccoti dimora, luce, acqua e gas: Firma questo documento, un patto di legalità, dove t'impegni al rispetto delle nostre leggi.»
Scherziamo?
- «Atto razzista! La firma è costrizione, sotto minaccia di sgombero!»
E già; pensa tè: tanto è la prevaricazione del "voglio", che neppure vale un avaro "offro".
Il manganello del Tafazzi continua a colpire:
"Bisogna individuare soluzioni abitative alternative ai campi", dice l'esercito dei masochisti;
"Si devono destinare fondi per garantire lavori di ristrutturazione delle abitazioni e per istituire corsi di formazione e di avviamento al lavoro", continuano i "flagellati".
Ho visto pensionati e povera gente arrivare a mercato finito, a raccogliere gli avanzi di frutta e ortaggi, quelle parti che schizzinosi lasciano al banchetto perché "non si presentano bene", con quel leggero tocco, mancanza di lustro o a dar sensazione di rachitico.
Gli scarti della tavola di Crapulone, le briciole dell'abbondanza, per la ciotola del cane.
Sempre più vedo di casa mia, gente che si mette in coda alla mensa dei poveri, vergognosa perché si fa carico di non avere più un posto di lavoro, quasi che la colpa fosse loro;
e vecchi, nelle case popolari, che hanno paura ad uscire di porta e, peggio, andare all'ospedale per le cure, nella paura di trovarsi l'appartamento occupato e le poche cose saccheggiate o gettate;
vedo la mano tesa di Celestina, una donna dai capelli grigi, che trovo spesso nel mio vagabondare per Milano: ormai mi conosce dai tanti incontri, e mi ha raccontato tanto della sua vita tribolata, del come è scacciata dai posti migliori dove chiedere elemosina, da quelli che difendono i guadagni della pietà con il coltello: quelli che ho visto di persona uscire dal refettorio dei frati Cappuccini, di via Piave, a Milano, che imbracciano le stampelle subito svoltato l'angolo, dopo aver galoppato agilmente nell'attraversare il semaforo rosso.
Fauna d'importazione, che ha soppiantato l'autoctona, più debole.
Anche la povertà - e la finta - può portare denari, se ben recitata, che l'italiano è buono e sciocco nello stesso tempo, quando si muove in fretta segue monotono percorso - lineare e tracciato, come quello delle formiche - gettando sguardo distratto su quel che lo circonda, accecato dalla sua fretta di correre chissà dove, senza avere tempo per riflettere e far decantare le cose della vita.
Uno che ti allunga la mano frena lo slancio, e subito sganci l'obolo perché si scansi, e Celestina mia non ha buon gioco, che quella dignità che mantiene non le fa gioco d'insistenza e mal si vede, nell'angolino, all'ombra.
La selezione della specie, ancora di più agisce, e il nuovo che avanza è can ROMdagio, e mi si perdoni il disprezzo, che non provo pietà per chi arriva in casa d'altri e grida «VOGLIO! VOGLIO! VOGLIO!» e minaccia «Case e soldi. O la guerra!»
E ben intendano quelli che pronti, leggendo del mio, gridassero al razzismo, che ben sappiamo di chi stiamo parlando, e che non cerchino di trovare mosca bianca, per far credere che come quella sono i compagni di merende!
Almeno una, una sola parola, magica, carezzevole, amichevole, pacifica, rispettosa, gradirebbe sentire, il padrone di casa, come pur insegna l'educazione, ai bambini:
- «...PER FAVORE!», che per troppi voglio, la testa l'hanno persa pure i re.
E se scontento o disillusione monta, se ne tornino: la strada da cui sono venuti ben conoscono, a ritrovar sapori e il nodoso legno delle loro piante.
Io, secondo me...24.05.2010
giovedì 20 maggio 2010
Sincretinismo
- «Radere al suolo tutti gli edifici brutti, grattacieli compresi [...] si mettono tante mine e tutto crolla giù!»
'azzarola: Bin Laden a Milano?
No.
Peggio: Adriano Celentano, che palleggia e si pavoneggia all'idea di candidarsi sindaco della metropoli.
Tolto quel che sa fare bene, il "molleggiato" dimostra i propri limiti quando esce dalla riserva, dove la natura gli ha ritagliato il giusto abito entro cui stare, senza scucire.
Ogni tentativo del nostro eroe di applicare forme di sincretismo, ovvero, fondere insieme due o più dottrine diverse, arriva per lui a formare una nuova forma d'evoluzione, che si chiama "Sincretinismo", a dimostrare l'esattezza di quella teoria chiamata del "Massimo cretino": un passo indietro, sei all'apogeo delle tue potenzialità e capacità, capace di rendere e dare il meglio di cui la natura ti ha fatto dono;
un gradino sopra, sei al massimo, ma da cretino, ad occupare una nicchia che evolutiva che non ti compete.
Come se un leone tentasse di brucare e la pecora di azzannare.
Adriano è un bravissimo cantante, un passabile attore, un uomo di e per lo spettacolo.
Punto.
La dote che madre natura gli ha fornito gli permette solo questo matrimonio, e non oltre.
Nulla di male il provare ad alzare l'asticella, ma dopo alcuni salti falliti, si deve arrivare ad un compromesso, aggiungendo alla pila nel cassetto un altro sogno, senza per questo smettere di sperare, ma non atteggiandosi a messia per riempirsi d'aria e credersi un gigante, quando solo si formerebbe petto di tacchino.
Certo è difficile, in una società dove lo smalto copre la ruggine e, un bel vestito, un manichino, dove non importa quel che si dice ma come, preferendo il "Chi vusa pusè la vaca l'è sua", chi urla di più si porta via la bestia, dove se dici la stessa cosa al bar Sport piuttosto che in televisione, la scemata diventa voce di Profeta.
Ma è ora di finirla nel cercare di estrarre sangue dalle rape e latte dalle mosche;
artisti, attori e gente di spettacolo hanno anche dimostrato d'essere passabili, onesti o buoni politici, oppure eccellere in altri campi, come Giorgio Faletti che da Vito Catozzo - improbabile e comica guardia giurata della "Spazialpol", nello spettacolo televisivo Drive In - è passato a scrittore di romanzi di successo;
questi però erano - e sono - persone in prestito al mondo dei lustrini e paillettes: come per le scatole cinesi, l'arte del palcoscenico loro spesso nascondeva un altro contenitore, con diversi doni, doti e dotazioni.
Adriano no; tanto è, tanto ha e quello rimane: tutto l'aggiunto è fuffa, cascame, scarto e scoria.
La testa è più leggera e piena d'aria di un palloncino che diventa ostaggio del vento.
Il mondo che disegna e vorrebbe neppure esiste nella cranioteca di un tossico, dopo una pera abbondante.
"[...] radere al suolo tutti gli edifici brutti, grattacieli compresi; si mettono tante mine e tutto crolla giù".
Facile, no?
Ricominciamo da "Ground zero" e, perché no, dall'uomo "buon selvaggio" di Jean-Jacques Rousseau, "animale" tenerone e pacifico, solo poi corrotto dalla società e dal progresso.
No alla "caverna verticale", sì all'orizzontale, a distendere il grattacielo in terra, con i suoi tanti cubicoli, sparsi e circondati da macchie di verde;
il lupo che s'accovaccia con la pecora e tutti che vivono di fotosintesi clorofilliana, di bacche e radici.
Commovente: così tanto che vorrei conoscere il suo pusher!
Qualcuno, mosso a pietà per il "Re degli ignoranti", prova a sdrammatizzare:
- «Celentano è sempre così, in bilico tra la provocazione, la presa in giro e la serietà.»
No: a furia di lasciarlo ragliare, ogni asino si convince d'essere la sua lingua universale, valida "Urbi et Orbi", per la città e il mondo.
Diagnosi: Milano "è una città senza volto";
la cura: lui, il piccone e la mina, il chirurgo plastico e la medicina...o la purga.
- «Celentano sindaco!» urla un fossile, che ha sbattuto contro il muro di Berlino, il falcemartelluto Mario Capanna.
Adry gigioneggia, fa la ruota, gonfia i pettorali, finge che no, ma se devo, per il bene del popolo:
- «[...] non vorrei fare il sindaco [...] credo che durerei poco, ma la coscienza...questa voce...è talmente elevata e forte che dovrei piegarmi alla richiesta.»
Nel 2011 potrebbe scendere in campo - piegato - per la poltrona da sindaco di Milano.
Ha già idea di chi potrebbe affiancarlo nella guida della città: Capanna vicesindaco;
ma tè, ma va là: che combinazione!
Claudia Mori assessore.
E magari il suo gatto come consigliere, il cane come capo della sicurezza, il canarino alla salute e il pappagallo alla geriatria, ospizi e ospedali.
- «Per appassionare la gente ad un progetto si potrebbe buttare giù Milano: la gente si divertirebbe a distruggerla; ricostruire le città ad uso dell'uomo e non viceversa, rifare le cose da capo!»
Beh, nella noia di tutti i giorni, quando non c'è un cazzo da fare e pensare, qualche colpo di mazza ci starebbe.
- «Dobbiamo riscrivere la lettera della storia perché il mondo è una lettera e ci sono segni che ci mettono paura come il vulcano che offusca il cielo, il petrolio che rovina il mare e allora come si va avanti così?».
Ah, il caro, dolce, tenero, romantico, animalesco "buon selvaggio": quelli sì, erano bei tempi, del beota e della beata ignoranza;
un cuore e una caverna per noi: una poltrona e una...Capanna per il Celentano.
Signore, Padre Nostro che sei nei cieli, in terra e in ogni dove, ti prego, ti scongiuro, mi prostro e ti adoro, esaudisci l'ultimo desiderio: dovesse essere eletto, dovesse trionfare in Sincretinismo Celentano-Capanna-Mori, dovesse mai regnare, il "Re degli ignoranti", fa che abbiano ragione i Maya e che, nel 2012, arrivi la fine del mondo.
Grazie.
Io, secondo me...17.05.2010
'azzarola: Bin Laden a Milano?
No.
Peggio: Adriano Celentano, che palleggia e si pavoneggia all'idea di candidarsi sindaco della metropoli.
Tolto quel che sa fare bene, il "molleggiato" dimostra i propri limiti quando esce dalla riserva, dove la natura gli ha ritagliato il giusto abito entro cui stare, senza scucire.
Ogni tentativo del nostro eroe di applicare forme di sincretismo, ovvero, fondere insieme due o più dottrine diverse, arriva per lui a formare una nuova forma d'evoluzione, che si chiama "Sincretinismo", a dimostrare l'esattezza di quella teoria chiamata del "Massimo cretino": un passo indietro, sei all'apogeo delle tue potenzialità e capacità, capace di rendere e dare il meglio di cui la natura ti ha fatto dono;
un gradino sopra, sei al massimo, ma da cretino, ad occupare una nicchia che evolutiva che non ti compete.
Come se un leone tentasse di brucare e la pecora di azzannare.
Adriano è un bravissimo cantante, un passabile attore, un uomo di e per lo spettacolo.
Punto.
La dote che madre natura gli ha fornito gli permette solo questo matrimonio, e non oltre.
Nulla di male il provare ad alzare l'asticella, ma dopo alcuni salti falliti, si deve arrivare ad un compromesso, aggiungendo alla pila nel cassetto un altro sogno, senza per questo smettere di sperare, ma non atteggiandosi a messia per riempirsi d'aria e credersi un gigante, quando solo si formerebbe petto di tacchino.
Certo è difficile, in una società dove lo smalto copre la ruggine e, un bel vestito, un manichino, dove non importa quel che si dice ma come, preferendo il "Chi vusa pusè la vaca l'è sua", chi urla di più si porta via la bestia, dove se dici la stessa cosa al bar Sport piuttosto che in televisione, la scemata diventa voce di Profeta.
Ma è ora di finirla nel cercare di estrarre sangue dalle rape e latte dalle mosche;
artisti, attori e gente di spettacolo hanno anche dimostrato d'essere passabili, onesti o buoni politici, oppure eccellere in altri campi, come Giorgio Faletti che da Vito Catozzo - improbabile e comica guardia giurata della "Spazialpol", nello spettacolo televisivo Drive In - è passato a scrittore di romanzi di successo;
questi però erano - e sono - persone in prestito al mondo dei lustrini e paillettes: come per le scatole cinesi, l'arte del palcoscenico loro spesso nascondeva un altro contenitore, con diversi doni, doti e dotazioni.
Adriano no; tanto è, tanto ha e quello rimane: tutto l'aggiunto è fuffa, cascame, scarto e scoria.
La testa è più leggera e piena d'aria di un palloncino che diventa ostaggio del vento.
Il mondo che disegna e vorrebbe neppure esiste nella cranioteca di un tossico, dopo una pera abbondante.
"[...] radere al suolo tutti gli edifici brutti, grattacieli compresi; si mettono tante mine e tutto crolla giù".
Facile, no?
Ricominciamo da "Ground zero" e, perché no, dall'uomo "buon selvaggio" di Jean-Jacques Rousseau, "animale" tenerone e pacifico, solo poi corrotto dalla società e dal progresso.
No alla "caverna verticale", sì all'orizzontale, a distendere il grattacielo in terra, con i suoi tanti cubicoli, sparsi e circondati da macchie di verde;
il lupo che s'accovaccia con la pecora e tutti che vivono di fotosintesi clorofilliana, di bacche e radici.
Commovente: così tanto che vorrei conoscere il suo pusher!
Qualcuno, mosso a pietà per il "Re degli ignoranti", prova a sdrammatizzare:
- «Celentano è sempre così, in bilico tra la provocazione, la presa in giro e la serietà.»
No: a furia di lasciarlo ragliare, ogni asino si convince d'essere la sua lingua universale, valida "Urbi et Orbi", per la città e il mondo.
Diagnosi: Milano "è una città senza volto";
la cura: lui, il piccone e la mina, il chirurgo plastico e la medicina...o la purga.
- «Celentano sindaco!» urla un fossile, che ha sbattuto contro il muro di Berlino, il falcemartelluto Mario Capanna.
Adry gigioneggia, fa la ruota, gonfia i pettorali, finge che no, ma se devo, per il bene del popolo:
- «[...] non vorrei fare il sindaco [...] credo che durerei poco, ma la coscienza...questa voce...è talmente elevata e forte che dovrei piegarmi alla richiesta.»
Nel 2011 potrebbe scendere in campo - piegato - per la poltrona da sindaco di Milano.
Ha già idea di chi potrebbe affiancarlo nella guida della città: Capanna vicesindaco;
ma tè, ma va là: che combinazione!
Claudia Mori assessore.
E magari il suo gatto come consigliere, il cane come capo della sicurezza, il canarino alla salute e il pappagallo alla geriatria, ospizi e ospedali.
- «Per appassionare la gente ad un progetto si potrebbe buttare giù Milano: la gente si divertirebbe a distruggerla; ricostruire le città ad uso dell'uomo e non viceversa, rifare le cose da capo!»
Beh, nella noia di tutti i giorni, quando non c'è un cazzo da fare e pensare, qualche colpo di mazza ci starebbe.
- «Dobbiamo riscrivere la lettera della storia perché il mondo è una lettera e ci sono segni che ci mettono paura come il vulcano che offusca il cielo, il petrolio che rovina il mare e allora come si va avanti così?».
Ah, il caro, dolce, tenero, romantico, animalesco "buon selvaggio": quelli sì, erano bei tempi, del beota e della beata ignoranza;
un cuore e una caverna per noi: una poltrona e una...Capanna per il Celentano.
Signore, Padre Nostro che sei nei cieli, in terra e in ogni dove, ti prego, ti scongiuro, mi prostro e ti adoro, esaudisci l'ultimo desiderio: dovesse essere eletto, dovesse trionfare in Sincretinismo Celentano-Capanna-Mori, dovesse mai regnare, il "Re degli ignoranti", fa che abbiano ragione i Maya e che, nel 2012, arrivi la fine del mondo.
Grazie.
Io, secondo me...17.05.2010
Ground 15
- «Se la và... la g'ha i gamb!»
Se và, ha le gambe, dice un vecchio proverbio meneghino;
nell'incertezza, si prova: mal che vada, si resta al palo, ma se funziona...Eureka!
- «Mettiamoci una pietra sopra», sembra voler dire il Feisal Abdul Rauf, imam, progettista e ideatore della pensata;
- «Chi ha avuto avuto avuto, chi ha dato ha dato ha dato, scurdammoce 'o passato, simmo a New York paisà!»
Beh, forse lo ha detto in arabo, ma la sostanza è quella.
- «Di quel che c'è rimasto sotto, pace; ora pensiamo al sopra: una bella moschea di 15 piani!»
Nell'area dove c'erano le Torri Gemelle, dalla mezzaluna si vuol toccare la luna, dal dito un braccio e da lì l'intero corpo anzi, lotto, inteso come appezzamento o area su cui edificare un nuovo simbolo.
E già, perché quello sarebbe, se qualche mentecatto dovesse abboccare all'amo.
Spesso la forma è sintesi di sostanza, essa stessa a diventarlo;
come un addensante, un nucleo attrattore, un coagulante, un marcatore di territorio, affermazione di forza e possesso.
Dopo l'attentato e il crollo del simbolo occidentale, da Dar al-Charb, "Casa della Guerra", si passerebbe finalmente alla pace; anzi, alla "Casa della Pace", Dar es Salaam.
No, peggio: diverrebbe Dar al-Islam, "Casa dell'Islam", territorio sottoposto alla sharia, cioè al diritto islamico, consacrato e acquisito per l'eternità.
Oltre che alla più grossolana presa per il culo dell'intera storia dell'umanità!!
Vengo, ti ammazzo e edifico.
Certo che Feisal Abdul Rauf ha detto che "New York è la capitale del mondo e questo luogo, vicino a quello dell'11 settembre, è così SIMBOLICO", ma la figura che immagina lui sarebbe una figuraccia per gli americani.
Come se, tornando a casa, trovassi sul campanello il nome di un altro.
Se i grulli dovessero prevalere, da Grande Mela, si passerebbe a Grande Patata, per definire New York, il suo sindaco Michael Bloomberg e le tante autorità cittadine ad essere tuberi, qualora ingoiassero esca, amo e filo.
"Le autorità sono favorevoli al progetto, in segno di rispetto della libertà religiosa e d'espressione", sarebbe la prima reazione, dopo che le acque sono state pasturate per richiamare i pesciotti.
Daisy Khan, direttrice dell'American Society for Muslim Advancement:
"Contribuirà ad amplificare la voce silenziosa della maggioranza dei musulmani, che non hanno nulla a che fare con le ideologie estremiste", ribatte questa campana, il cui rintocco si avvicina più a quello da morto che da festa.
Gìà "amplificare" e "voce silenziosa" è un bisticcio, anche se nascosto sotto la voce "ossimoro", ovvero frutto di termini in conflitto, in antitesi e incompatibili: non vedo una crosta, una pelle refrattaria al terrorismo;
direi attendismo, senza rivolta culturale, simbolica e sostanziale allo stato d'aggressione di Al Qaeda & Co.
Una forma psicologica somigliante alla "Sindrome di Stoccolma", che predispone la vittima a simpatizzare per il carnefice, avvio al martirio, qualora il "richiamo della foresta" si facesse più forte.
La brace che cova sotto la cenere, la prova del fuoco è stata con gli attentati di Londra, dove addirittura i "dormienti" appartenevano alla terza generazione di trapiantati, spesso terroristi fai-da-te, nati dallo spirito d'ammirazione ed emulazione.
Altri e in altri luoghi hanno seguito questa linea, reattivi come quei semi che, coperti dalla terra, sono lo stesso pronti a germogliare, alle prime piogge.
Un cane non è più lupo, ma quando sente latrare, pure lui si ricorda, riscopre e riprende l'antico retaggio, il pelo e il vizio.
Se da Ground zero si passasse alla moschea a piani, a "Ground 15", sarebbe come la croce nel cielo, per Costantino, con sotto la scritta "In hoc signo vinces", con questo segno vincerai!
Tanti "muslim", ancora incerti, dubbiosi, indifferenti o neutri, sarebbero irrorati dalla goccia nel deserto, e fiorirebbe la volontà di rispondere a quel "richiamo della foresta" che infiammò tanti loro avi, ai bei tempi, quando spadroneggiavano in lungo e in largo: altro che i Crociati!
Quel paletto nel cuore della Grande Mela assurgerebbe a segno divino, a consacrazione, a benedizione dell'eterno, per la propria prole, prediletta, eletta e avviata a sottomettere le genti, i "Kafir", gli infedeli, notoriamente esseri inferiori, destinati ad essere servi, quando non schiavi.
Ground 15...se la và... la g'ha i gamb!
Io, secondo me...12.05.2010
Se và, ha le gambe, dice un vecchio proverbio meneghino;
nell'incertezza, si prova: mal che vada, si resta al palo, ma se funziona...Eureka!
- «Mettiamoci una pietra sopra», sembra voler dire il Feisal Abdul Rauf, imam, progettista e ideatore della pensata;
- «Chi ha avuto avuto avuto, chi ha dato ha dato ha dato, scurdammoce 'o passato, simmo a New York paisà!»
Beh, forse lo ha detto in arabo, ma la sostanza è quella.
- «Di quel che c'è rimasto sotto, pace; ora pensiamo al sopra: una bella moschea di 15 piani!»
Nell'area dove c'erano le Torri Gemelle, dalla mezzaluna si vuol toccare la luna, dal dito un braccio e da lì l'intero corpo anzi, lotto, inteso come appezzamento o area su cui edificare un nuovo simbolo.
E già, perché quello sarebbe, se qualche mentecatto dovesse abboccare all'amo.
Spesso la forma è sintesi di sostanza, essa stessa a diventarlo;
come un addensante, un nucleo attrattore, un coagulante, un marcatore di territorio, affermazione di forza e possesso.
Dopo l'attentato e il crollo del simbolo occidentale, da Dar al-Charb, "Casa della Guerra", si passerebbe finalmente alla pace; anzi, alla "Casa della Pace", Dar es Salaam.
No, peggio: diverrebbe Dar al-Islam, "Casa dell'Islam", territorio sottoposto alla sharia, cioè al diritto islamico, consacrato e acquisito per l'eternità.
Oltre che alla più grossolana presa per il culo dell'intera storia dell'umanità!!
Vengo, ti ammazzo e edifico.
Certo che Feisal Abdul Rauf ha detto che "New York è la capitale del mondo e questo luogo, vicino a quello dell'11 settembre, è così SIMBOLICO", ma la figura che immagina lui sarebbe una figuraccia per gli americani.
Come se, tornando a casa, trovassi sul campanello il nome di un altro.
Se i grulli dovessero prevalere, da Grande Mela, si passerebbe a Grande Patata, per definire New York, il suo sindaco Michael Bloomberg e le tante autorità cittadine ad essere tuberi, qualora ingoiassero esca, amo e filo.
"Le autorità sono favorevoli al progetto, in segno di rispetto della libertà religiosa e d'espressione", sarebbe la prima reazione, dopo che le acque sono state pasturate per richiamare i pesciotti.
Daisy Khan, direttrice dell'American Society for Muslim Advancement:
"Contribuirà ad amplificare la voce silenziosa della maggioranza dei musulmani, che non hanno nulla a che fare con le ideologie estremiste", ribatte questa campana, il cui rintocco si avvicina più a quello da morto che da festa.
Gìà "amplificare" e "voce silenziosa" è un bisticcio, anche se nascosto sotto la voce "ossimoro", ovvero frutto di termini in conflitto, in antitesi e incompatibili: non vedo una crosta, una pelle refrattaria al terrorismo;
direi attendismo, senza rivolta culturale, simbolica e sostanziale allo stato d'aggressione di Al Qaeda & Co.
Una forma psicologica somigliante alla "Sindrome di Stoccolma", che predispone la vittima a simpatizzare per il carnefice, avvio al martirio, qualora il "richiamo della foresta" si facesse più forte.
La brace che cova sotto la cenere, la prova del fuoco è stata con gli attentati di Londra, dove addirittura i "dormienti" appartenevano alla terza generazione di trapiantati, spesso terroristi fai-da-te, nati dallo spirito d'ammirazione ed emulazione.
Altri e in altri luoghi hanno seguito questa linea, reattivi come quei semi che, coperti dalla terra, sono lo stesso pronti a germogliare, alle prime piogge.
Un cane non è più lupo, ma quando sente latrare, pure lui si ricorda, riscopre e riprende l'antico retaggio, il pelo e il vizio.
Se da Ground zero si passasse alla moschea a piani, a "Ground 15", sarebbe come la croce nel cielo, per Costantino, con sotto la scritta "In hoc signo vinces", con questo segno vincerai!
Tanti "muslim", ancora incerti, dubbiosi, indifferenti o neutri, sarebbero irrorati dalla goccia nel deserto, e fiorirebbe la volontà di rispondere a quel "richiamo della foresta" che infiammò tanti loro avi, ai bei tempi, quando spadroneggiavano in lungo e in largo: altro che i Crociati!
Quel paletto nel cuore della Grande Mela assurgerebbe a segno divino, a consacrazione, a benedizione dell'eterno, per la propria prole, prediletta, eletta e avviata a sottomettere le genti, i "Kafir", gli infedeli, notoriamente esseri inferiori, destinati ad essere servi, quando non schiavi.
Ground 15...se la và... la g'ha i gamb!
Io, secondo me...12.05.2010
lunedì 10 maggio 2010
Red style
- «Cris, vieni, c'è un documentario sugli animali. Guarda, proprio ora c'è un Babbuino che presenta le chiappe color porpora al rivale, che lo fronteggia!»
La mia dolce metà s'affaccia, studia le immagini e poi sbotta:
- «Beppe, guarda che non è un filmato sulla natura selvaggia, ma Ballarò, il programma di Giovanni Floris; quei pomelli rossi sono i guanciali congestionati del D'Alema, incazzato come una biscia!»
'azzarola, è vero!
A guardar meglio, quei peletti che sbucano sono proprio i baffini del compagno Max, anche se vibrano come corde di violino.
Bestia, è proprio al massimo del pompaggio, che la faccia sembra il petto del tacchino in amore.
- «Vai a farti fottere!!»
L'esclamazione crepita e scoppietta come un petardo...o un peto.
Sono proprio curioso di sapere con chi ce l'ha, a chi augura di subire quanto politicamente a lui.
Dalla trincea opposta appare la pelata lucida dell'Alex, l'Alessandro Sallusti, condirettore de "Il Giornale".
- «...bugiardo, mascalzone! Pagato per fare il difensore d'ufficio del governo!»
Ma che gli è capitato al Max, che sembra uno a cui gli hanno sostituito la carta igienica con quella abrasiva.
- «Le manderanno qualche signorina per ringraziarla del suo lavoro!»
Madonna, ma al "Tovarish" gli è proprio saltata la...mosca al naso, per parlare di soldi e fringe benefit ovvero, retribuzioni in natura, cioè concessione in uso ai dipendenti di beni aziendali, destinati ad uso promiscuo per esigenze di lavoro e private.
- «Io stasera non la faccio più parlare!»
Ah, finalmente qualcosa di famigliare: il "red style", l'anima rossa, l'urlo di guerra, che erompe dal profondo del gulag, più che dalla gola, il rimpianto per i bei tempi, quando c'era "Baffone" Stalin a purgare i riottosi.
Ma quello c'aveva la corazzata Potemkin, non la barchetta a vela.
"Addavenì Baffone!", urlava ai tempi delle barricate il nostro Massimo, salvo poi augurarsi che no, proprio male non si stava anche di qua, dove non brillava il sol dell'avvenire e, dalle pezze al culo arrivò alle scarpe di vacchetta.
La rivoluzione può attendere, pensava nel '95, entrando nella bella e spaziosa casona da 633mila lire al mese di canone, in via Musolino, a Trastevere.
Gli riuscì così l'impresa di aggiudicarsi l'ambito appartamento dell'Inpdap, l'Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti dell'amministrazione pubblica, usufruendo di una corsia di favore, che gli permise di scavalcare in graduatoria chi era prima di lui e ne aveva più diritto.
Il 3 settembre del 1995 compagni di merende lasciarono "distrattamente" la pratica del baffino nascosta fra le "varie", che era abitudine approvare senza prestarci tanta attenzione.
Alla faccia dei lavoratori e degli sfrattati sloggiati, oltre che dalla proprietà, pure dal "compagno" D'Alema che, all'occasione, si comportò come il bravo maiale Napoleon, promotore della rivolta contro l'uomo di cui - nel romanzo Animal Farm, La fattoria degli animali, del britannico George Orwell - prese il posto, per poi mantenere e vestirne autoritarismo, mentre gli altri animali, con lui alla rivolta, si trovarono solo cambio di padrone e forma, mai di sostanza.
Forse, qualche militante duro e crudo tentò pure di far notare che quella era una delle abitudini dei maledetti "nemici del poppolo", imperialisti e capitalisti, che affamavano e angariavano il proletariato, vivendo tra gli agi e privilegi, sottraendo ai poveri;
Napoleon però aveva provato che, se è vero che i soldi non danno la felicità, ancor peggio la miseria: meglio morire di indigestione che di fame.
Napoleonbaffino diventò così un pontificatore, un predicatore all'"armiamoci e partite", un moralizzatore al "fate quel che dico, non quel che faccio", un fustigatore, un "professorino", che passava tra i banchi degli asini e assestava le sue belle scudisciate sulle dita, commiserando in cuor suo quell'esistenza grama che lo aveva messo a dover avere a che fare con mandrie di cretini.
L'ultima delle serie lo ha fatto cozzare contro il Sallusti, che gli ha mostrato quanto poco avesse lui da mazzolare il prossimo, nello specifico, il Claudio Scajola ministro - dimissionario - per lo Sviluppo economico, preso con le dita nella marmellata - o con il sorcio in bocca, come si suol dire - per una faccenda di casa con affaccio sul Colosseo, pagata una bazzecola, visto la valenza di mercato;
si sospetta un "aiutino" di qualche amico, riconoscente per servigi resi...nel lasciare qualche pratica tra le "varie".
Baffino, sale in cattedra e prova il trombone, ma l'Alex lo placca, ricordandogli la persa verginità, che pure lui ha fatto il "ballo del mattone" e venticelli nel mulino della farina.
Apriti cielo: abituato a battezzare e non a subirne ha dato in escandescenza, partendo per la tangente.
- «Cris, vieni a vedere, che gli ritorna rosso!»
Io, secondo me...06.05.2010
La mia dolce metà s'affaccia, studia le immagini e poi sbotta:
- «Beppe, guarda che non è un filmato sulla natura selvaggia, ma Ballarò, il programma di Giovanni Floris; quei pomelli rossi sono i guanciali congestionati del D'Alema, incazzato come una biscia!»
'azzarola, è vero!
A guardar meglio, quei peletti che sbucano sono proprio i baffini del compagno Max, anche se vibrano come corde di violino.
Bestia, è proprio al massimo del pompaggio, che la faccia sembra il petto del tacchino in amore.
- «Vai a farti fottere!!»
L'esclamazione crepita e scoppietta come un petardo...o un peto.
Sono proprio curioso di sapere con chi ce l'ha, a chi augura di subire quanto politicamente a lui.
Dalla trincea opposta appare la pelata lucida dell'Alex, l'Alessandro Sallusti, condirettore de "Il Giornale".
- «...bugiardo, mascalzone! Pagato per fare il difensore d'ufficio del governo!»
Ma che gli è capitato al Max, che sembra uno a cui gli hanno sostituito la carta igienica con quella abrasiva.
- «Le manderanno qualche signorina per ringraziarla del suo lavoro!»
Madonna, ma al "Tovarish" gli è proprio saltata la...mosca al naso, per parlare di soldi e fringe benefit ovvero, retribuzioni in natura, cioè concessione in uso ai dipendenti di beni aziendali, destinati ad uso promiscuo per esigenze di lavoro e private.
- «Io stasera non la faccio più parlare!»
Ah, finalmente qualcosa di famigliare: il "red style", l'anima rossa, l'urlo di guerra, che erompe dal profondo del gulag, più che dalla gola, il rimpianto per i bei tempi, quando c'era "Baffone" Stalin a purgare i riottosi.
Ma quello c'aveva la corazzata Potemkin, non la barchetta a vela.
"Addavenì Baffone!", urlava ai tempi delle barricate il nostro Massimo, salvo poi augurarsi che no, proprio male non si stava anche di qua, dove non brillava il sol dell'avvenire e, dalle pezze al culo arrivò alle scarpe di vacchetta.
La rivoluzione può attendere, pensava nel '95, entrando nella bella e spaziosa casona da 633mila lire al mese di canone, in via Musolino, a Trastevere.
Gli riuscì così l'impresa di aggiudicarsi l'ambito appartamento dell'Inpdap, l'Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti dell'amministrazione pubblica, usufruendo di una corsia di favore, che gli permise di scavalcare in graduatoria chi era prima di lui e ne aveva più diritto.
Il 3 settembre del 1995 compagni di merende lasciarono "distrattamente" la pratica del baffino nascosta fra le "varie", che era abitudine approvare senza prestarci tanta attenzione.
Alla faccia dei lavoratori e degli sfrattati sloggiati, oltre che dalla proprietà, pure dal "compagno" D'Alema che, all'occasione, si comportò come il bravo maiale Napoleon, promotore della rivolta contro l'uomo di cui - nel romanzo Animal Farm, La fattoria degli animali, del britannico George Orwell - prese il posto, per poi mantenere e vestirne autoritarismo, mentre gli altri animali, con lui alla rivolta, si trovarono solo cambio di padrone e forma, mai di sostanza.
Forse, qualche militante duro e crudo tentò pure di far notare che quella era una delle abitudini dei maledetti "nemici del poppolo", imperialisti e capitalisti, che affamavano e angariavano il proletariato, vivendo tra gli agi e privilegi, sottraendo ai poveri;
Napoleon però aveva provato che, se è vero che i soldi non danno la felicità, ancor peggio la miseria: meglio morire di indigestione che di fame.
Napoleonbaffino diventò così un pontificatore, un predicatore all'"armiamoci e partite", un moralizzatore al "fate quel che dico, non quel che faccio", un fustigatore, un "professorino", che passava tra i banchi degli asini e assestava le sue belle scudisciate sulle dita, commiserando in cuor suo quell'esistenza grama che lo aveva messo a dover avere a che fare con mandrie di cretini.
L'ultima delle serie lo ha fatto cozzare contro il Sallusti, che gli ha mostrato quanto poco avesse lui da mazzolare il prossimo, nello specifico, il Claudio Scajola ministro - dimissionario - per lo Sviluppo economico, preso con le dita nella marmellata - o con il sorcio in bocca, come si suol dire - per una faccenda di casa con affaccio sul Colosseo, pagata una bazzecola, visto la valenza di mercato;
si sospetta un "aiutino" di qualche amico, riconoscente per servigi resi...nel lasciare qualche pratica tra le "varie".
Baffino, sale in cattedra e prova il trombone, ma l'Alex lo placca, ricordandogli la persa verginità, che pure lui ha fatto il "ballo del mattone" e venticelli nel mulino della farina.
Apriti cielo: abituato a battezzare e non a subirne ha dato in escandescenza, partendo per la tangente.
- «Cris, vieni a vedere, che gli ritorna rosso!»
Io, secondo me...06.05.2010
Caravanserraglio
Quando li vedi, in Camera, pare quella da letto e non dove si riuniscono gli eletti, i rappresentanti del popolo italico;
chi è stravaccato che pare uno strofinaccio lasciato abbandonato, chi si scaccola la narice, chi apre il paginone del giornale per coprire la pagina doppia di Playboy - e te n'accorgi per la bava che cola - chi si appisola nelle pose più strane: dal classico mento sorretto dalla manina puntellata sul gomito alla testa affondata nelle pieghe delle braccia intrecciate, come una fragola adagiata nella panna;
quello che pendola a destra e manca e sembra cadere da un momento all'altro: dondola tanto che viene da chiedersi se, oltre alle ore, batte pure le mezz'ore e i quarti.
Meglio fa quello che si soffia il camino e poi resta assorto, a contemplare il cremoso muco, galleggiante all'interno del fazzoletto, quasi fosse manna dal cielo.
Lasciamo stare i "nonni" della Repubblica, mummie in perenne narcolessia, che non t'accorgi della differenza nemmeno da morti perché colore, forma e posa è identica, come dal vivo;
solo il gomito tra le costole li fa sobbalzare, quel tanto che basta a schiacciare il pulsantino per la votazione e poi ripiombare nel mondo del ronfo, del rantolo e del russo.
Quello più attivo ha un telefonino alla destra, uno a sinistra e l'altro appoggiato al banco: con chi accidenti parla, non si sa, ma certamente sono intrallazzi suoi.
Altri, come al mercato: sono a raccontarsela, passando tra il cardiopalma nel commentare la minigonna della nuova eletta al disquisire su donne, motori e calcio.
Unica fibrillazione, tra tanti soporiferi comportamenti, lo scampanellare del Presidente, che richiama, annuncia e riporta la mandria nel giusto sentiero, a voler dare almeno quel poco che si chiede loro, per poi lasciarli di nuovo a pascolo e rumine.
Qualche volta l'ambiente si arroventa, qualche scazzottata parte e rientra, naturale litigiosità pari a quella che si vede negli ospizi e nei gerontocomi, ma si perde subito nello sbadiglio del vecchio leone, che ruggisce per poi appisolarsi, contento e beato dell'aver sentito tanto baritonale borbottio.
Altro è quando ci si deve accordare per aumentarsi privilegi e stipendio, dove sembra che abbiano ingurgitato pasticche di Viagra o Cialis, come confetti ad un matrimonio.
Neppure un tossico, appena bucato e fatto, ha tanta procace reazione, quanto quelli al pensiero di riempir di più pancia e mangiatoia.
Ma anche alla mitica buvette, antro delle meraviglie dove si beve e mangia a prezzi più simbolici che stracciati, l'energia profusa lascia esterrefatti, se paragonata alla letargia del lavoro tra i banchi.
Questa è la vera fucina delle vulcaniche idee, dove si forgiano le interpellanze e le interrogazioni più sofferte e sentite, dove si covano moti rivoluzionari di un popolo, non affamato di pane, ma di gelato, come quando, a nome di un nutrito gruppo di parlamentari, il senatore Rocco Buttiglione e la senatrice Albertina Soliani, scrissero ai questori di Palazzo Madama una lettera, che merita di rimanere scolpita nella memoria:
"Ci rivolgiamo a voi con una richiesta di miglioramento della qualità della vita in Senato. La buvette non è provvista di gelati. Noi pensiamo che sarebbe utile che lo fosse e siamo certi di interpretare in questo il desiderio di molti; è possibile provvedere? Si tratterebbe di adeguare i servizi del Senato alle esigenze della normale vita quotidiana delle persone. In attesa di riscontro, porgiamo cordiali saluti".
Si era nel giugno del 2007, e non si poteva dire che noi, fuori dalle torri d'avorio, si navigasse nell'oro;
ma, tant'è: nella vita ci sono delle giuste esigenze e delle priorità, come per il gelato.
Sempre più mi riconosco in don Mariano Arena, il padrino, protagonista de "Il giorno della civetta", di Leonardo Sciascia:
- «L'umanità si divide in cinque categorie: gli uomini, i mezzi uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaraquaquà.»
Se è vero che gli ultimi saranno i primi, ebbene: per i nostri eroi, partiamo dal fondo e gli uomini, specie in estinzione.
Recenti fatiche dei nostri "onorevoli", la congiuntura...il passaggio dalle donne ai "transgender", ibridi tra uomo e donna, di cui portano o mancano d'innesti e si provano come al mercato, quando si aderisce alla formula "paghi uno, prendi due".
Beh, nulla da meravigliarsi, quando una campionatura tra i nostri delegati ne trovò una buona parte dedita alla canna, e non parliamo di quella da zucchero:
"Il garante per la Privacy ha deciso di bloccare il servizio delle «Iene» sul test antidroga effettuato su 50 deputati. Il servizio, che dimostrerebbe l'uso di sostanze stupefacenti da parte di un onorevole su tre, doveva andare in onda, Ma aveva scatenato una serie di polemiche".
Era all'incirca l'ottobre del 2006.
Dal gelato alle polverine, dalle stelle alle stalle.
L'ultima trovata di tanti Indiana Jones del perditempo, è il cercare di rimuovere un fastidioso problema:
quando le auto blu, che scarrozzano tanta aristocrazia, bruciano i semafori, ignorano i parcheggi riservati ai disabili, o quelli selvaggi, come tante regole stradali, non devono essere penalizzate;
il colore, il blu della carrozza, è come distintivo del sangue: la nobiltà non va confusa con i miserabili, con le classi e le caste inferiori.
Viaggiare a trecento all'ora sarà solo sanzionabile, da segnare sulla "patente di servizio", come una volta su quei quadernetti neri, dove la povera gente faceva segnare il debito dal droghiere, per poi saldare a date definite;
peccato che qui, l'esborso uscirà sempre dalle tasche di Pantalone, ovvero, le nostre, che andremo a pagare le minchionate dei nostri parassiti.
Ma di tanta vergogna, di tanti incapaci e inetti, siamo a portarne peso nell'ultima zuffa, che non vede incrociare lame per motivi di criminalità, di lavoro perso, di attività che vanno a gambe all'aria, di gente costretta alle mense dei poveri o sanità allo sfascio;
no, motivo di tanto prendersi a cazzotti è una misera, insignificante, banale, marginale e meschina partita a pallone:
Inter batte Lazio due a zero.
- «La Lazio l'ha fatto apposta, per non far vincere lo scudetto alla rivale, la Roma!»
Bestia, che notizia, che marasma, che terremoto politico, da far tremare le fondamenta dell'intera Repubblica.
Leggo, da "Libero", uno per tutti:
"A Montecitorio e dintorni, è stata una giornata frenetica. Deputati e senatori in fibrillazione, decine e decine di dichiarazioni alle agenzie di stampa, critiche, accuse, l'ombra cupa dello scandalo che si allunga e si impossessa del Palazzo, richiesta di indagini, persino un'interrogazione parlamentare".
In questo caravanserraglio della politica, a questi perdigiorno, ho solo da dire:
- «Già le balle le avete rotte a noi: non c'è bisogno che ne cerchiate altre, lazzaroni!»
Io, secondo me...04.05.2010
chi è stravaccato che pare uno strofinaccio lasciato abbandonato, chi si scaccola la narice, chi apre il paginone del giornale per coprire la pagina doppia di Playboy - e te n'accorgi per la bava che cola - chi si appisola nelle pose più strane: dal classico mento sorretto dalla manina puntellata sul gomito alla testa affondata nelle pieghe delle braccia intrecciate, come una fragola adagiata nella panna;
quello che pendola a destra e manca e sembra cadere da un momento all'altro: dondola tanto che viene da chiedersi se, oltre alle ore, batte pure le mezz'ore e i quarti.
Meglio fa quello che si soffia il camino e poi resta assorto, a contemplare il cremoso muco, galleggiante all'interno del fazzoletto, quasi fosse manna dal cielo.
Lasciamo stare i "nonni" della Repubblica, mummie in perenne narcolessia, che non t'accorgi della differenza nemmeno da morti perché colore, forma e posa è identica, come dal vivo;
solo il gomito tra le costole li fa sobbalzare, quel tanto che basta a schiacciare il pulsantino per la votazione e poi ripiombare nel mondo del ronfo, del rantolo e del russo.
Quello più attivo ha un telefonino alla destra, uno a sinistra e l'altro appoggiato al banco: con chi accidenti parla, non si sa, ma certamente sono intrallazzi suoi.
Altri, come al mercato: sono a raccontarsela, passando tra il cardiopalma nel commentare la minigonna della nuova eletta al disquisire su donne, motori e calcio.
Unica fibrillazione, tra tanti soporiferi comportamenti, lo scampanellare del Presidente, che richiama, annuncia e riporta la mandria nel giusto sentiero, a voler dare almeno quel poco che si chiede loro, per poi lasciarli di nuovo a pascolo e rumine.
Qualche volta l'ambiente si arroventa, qualche scazzottata parte e rientra, naturale litigiosità pari a quella che si vede negli ospizi e nei gerontocomi, ma si perde subito nello sbadiglio del vecchio leone, che ruggisce per poi appisolarsi, contento e beato dell'aver sentito tanto baritonale borbottio.
Altro è quando ci si deve accordare per aumentarsi privilegi e stipendio, dove sembra che abbiano ingurgitato pasticche di Viagra o Cialis, come confetti ad un matrimonio.
Neppure un tossico, appena bucato e fatto, ha tanta procace reazione, quanto quelli al pensiero di riempir di più pancia e mangiatoia.
Ma anche alla mitica buvette, antro delle meraviglie dove si beve e mangia a prezzi più simbolici che stracciati, l'energia profusa lascia esterrefatti, se paragonata alla letargia del lavoro tra i banchi.
Questa è la vera fucina delle vulcaniche idee, dove si forgiano le interpellanze e le interrogazioni più sofferte e sentite, dove si covano moti rivoluzionari di un popolo, non affamato di pane, ma di gelato, come quando, a nome di un nutrito gruppo di parlamentari, il senatore Rocco Buttiglione e la senatrice Albertina Soliani, scrissero ai questori di Palazzo Madama una lettera, che merita di rimanere scolpita nella memoria:
"Ci rivolgiamo a voi con una richiesta di miglioramento della qualità della vita in Senato. La buvette non è provvista di gelati. Noi pensiamo che sarebbe utile che lo fosse e siamo certi di interpretare in questo il desiderio di molti; è possibile provvedere? Si tratterebbe di adeguare i servizi del Senato alle esigenze della normale vita quotidiana delle persone. In attesa di riscontro, porgiamo cordiali saluti".
Si era nel giugno del 2007, e non si poteva dire che noi, fuori dalle torri d'avorio, si navigasse nell'oro;
ma, tant'è: nella vita ci sono delle giuste esigenze e delle priorità, come per il gelato.
Sempre più mi riconosco in don Mariano Arena, il padrino, protagonista de "Il giorno della civetta", di Leonardo Sciascia:
- «L'umanità si divide in cinque categorie: gli uomini, i mezzi uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaraquaquà.»
Se è vero che gli ultimi saranno i primi, ebbene: per i nostri eroi, partiamo dal fondo e gli uomini, specie in estinzione.
Recenti fatiche dei nostri "onorevoli", la congiuntura...il passaggio dalle donne ai "transgender", ibridi tra uomo e donna, di cui portano o mancano d'innesti e si provano come al mercato, quando si aderisce alla formula "paghi uno, prendi due".
Beh, nulla da meravigliarsi, quando una campionatura tra i nostri delegati ne trovò una buona parte dedita alla canna, e non parliamo di quella da zucchero:
"Il garante per la Privacy ha deciso di bloccare il servizio delle «Iene» sul test antidroga effettuato su 50 deputati. Il servizio, che dimostrerebbe l'uso di sostanze stupefacenti da parte di un onorevole su tre, doveva andare in onda, Ma aveva scatenato una serie di polemiche".
Era all'incirca l'ottobre del 2006.
Dal gelato alle polverine, dalle stelle alle stalle.
L'ultima trovata di tanti Indiana Jones del perditempo, è il cercare di rimuovere un fastidioso problema:
quando le auto blu, che scarrozzano tanta aristocrazia, bruciano i semafori, ignorano i parcheggi riservati ai disabili, o quelli selvaggi, come tante regole stradali, non devono essere penalizzate;
il colore, il blu della carrozza, è come distintivo del sangue: la nobiltà non va confusa con i miserabili, con le classi e le caste inferiori.
Viaggiare a trecento all'ora sarà solo sanzionabile, da segnare sulla "patente di servizio", come una volta su quei quadernetti neri, dove la povera gente faceva segnare il debito dal droghiere, per poi saldare a date definite;
peccato che qui, l'esborso uscirà sempre dalle tasche di Pantalone, ovvero, le nostre, che andremo a pagare le minchionate dei nostri parassiti.
Ma di tanta vergogna, di tanti incapaci e inetti, siamo a portarne peso nell'ultima zuffa, che non vede incrociare lame per motivi di criminalità, di lavoro perso, di attività che vanno a gambe all'aria, di gente costretta alle mense dei poveri o sanità allo sfascio;
no, motivo di tanto prendersi a cazzotti è una misera, insignificante, banale, marginale e meschina partita a pallone:
Inter batte Lazio due a zero.
- «La Lazio l'ha fatto apposta, per non far vincere lo scudetto alla rivale, la Roma!»
Bestia, che notizia, che marasma, che terremoto politico, da far tremare le fondamenta dell'intera Repubblica.
Leggo, da "Libero", uno per tutti:
"A Montecitorio e dintorni, è stata una giornata frenetica. Deputati e senatori in fibrillazione, decine e decine di dichiarazioni alle agenzie di stampa, critiche, accuse, l'ombra cupa dello scandalo che si allunga e si impossessa del Palazzo, richiesta di indagini, persino un'interrogazione parlamentare".
In questo caravanserraglio della politica, a questi perdigiorno, ho solo da dire:
- «Già le balle le avete rotte a noi: non c'è bisogno che ne cerchiate altre, lazzaroni!»
Io, secondo me...04.05.2010
venerdì 30 aprile 2010
Cazzandra
Quando passava per le strade, l'incontravi e ti guardava torva o pensierosa:
se eri uomo ti toccavi la patta e, se donna, gli scongiuri e le corna da dietro la schiena;
e si, perché quella - come da prova provata - portava iella, di una sfiga che più sfiga non si poteva.
Ancora bambina, l'aveva detto, al Paride:
- «Te ci porterai alla rovina!»
Della città sua, aveva pronosticato peste e corna;
e pure ammonì, con l'indice puntato, che vibrava all'aria:
- «Te ci perderai tutti, per la tua fregola per la bella Elena che, ricordati: una che Greca diventa...Troia, ci porterà solo guai!»
E del cavallino, poi, quello bello, grande, di legno:
- «Lasciatelo dov'è, fuori le mura: quella sua pancia gonfia non mi convince e quel rumore che ci sento dentro non mi pare un problema di aerofagia o per mangiato pesante, con cotiche e carbonara!»
Inutile dire che, da portatore di sventure, nessuno aveva voglia di dar credito che, si sa, i racconti che vanno di più son quelli che cominciano con "C'era una volta" e finiscono con un bel "...e vissero felici e contenti".
Cassandra, come Mosè, si tirò addosso l'ira funesta dei più, che gli iettatori son da evitare, come i lebbrosi.
Per una che ne indovinano poi, ce n'è un fottio che la danno buca, come i riti lassativi del mago Otelma o gli oroscopi cannati di Mario Pacheco, noto come "Maestro do Nascimento" che, con la Vanna Marchi e la figlia Stefania Nobile, imbonitrici da fiera di paese e brutte come il peccato, vendevano pappe, intrugli e profezie dal tubo catodico.
Più vicino al mago Otelma e al do Nascimento, piuttosto che alla troiana Cassandra, oggi c'abbiamo, nientepopodimenoche, un "intellettuale", che ci fa - e ci da - tarocchi: Eco Umberto - ciumbia! - con il nome d'arte di "Sibilla Cazzandra"!
E pronostica, profetizza, indovina, predice, preannuncia, vaticina e presagisce.
Insomma: è o non è un intellettuale, e questi, è risaputo, son provetti tuttologhi, gran sapientoni e provetti conoscitori d'ogni scibile umano.
Al fin della fiera: maestri di spanna, da qui la derivazione di "Spannometria", scienza parificata alla matematica che, è provato, non è opinione ma dato di fatto!
Ogni cosa che rimbomba e fa...Eco è come la cosa fatta, che - è risaputo - capo ha.
Eccolo "el sciur Intellighenzia", che maestosamente sale in cattedra;
e pontifica, e ammansisce le folle e guida le pecorelle smarrite e bla...bla...bla.
in un'intervista al País:
- «Berlusconi come il fascismo; conquisterà l'Europa!»
La mena da almeno 15 anni, la solfa di chi grida nel deserto, che c'è regime e l'esito del voto è puro incidente di percorso.
Da bravo ciuccio, s'intestardisce, s'impunta, si ostina, s'incaponisce, punta i piedi e non si smuove.
Ma continua a concionare, a scrivere, a pubblicare, a sputtanare, a scatarrare e a sputacchiare in faccia a milioni di cittadini che, piaccia o no: è la democrazia tesoro, e tu non ci puoi fare niente. Niente!
O no?
Sibilla Cazzandra nega, nega tutto:
- «La democrazia entra in crisi, il potere finisce nelle mani di chi controlla i mezzi di comunicazione!»
Nega l'esistenza, in Italia, di un'opinione pubblica consapevole, di una reale sovranità popolare, di una effettiva libertà.
Ma continua a parlare, a pubblicare e vendere libri, ad apparire e scomparire a piacimento.
Strano paese, che quelli che si dicono vessati da un regime sono i più esaltati dall'insultarne i rappresentanti, che mai si era visto portatori di bastone essere legnati a destra e manca!
Non mi risultano casi di gente mandata al confino, manganellati, purgati, rinchiusi nei Piombi di Venezia o fucilati.
Ma Ecocazzandra ribatte il chiodo:
- «Come l'Italia fu il laboratorio del fascismo, poi copiato in Spagna, in questo momento è il laboratorio del berlusconismo, e bisognerà vedere che cosa succederà.»
Che vuoi che succeda, Umby: se sei imbarazzato, al massimo ti consiglieranno un enteroclisma, volgarmente detto clistere.
Una balla s'accoppia con l'altra, con quel compagno di merende che era l'Alberto Asor Rosa che, un paio d'anni fa, arrivò a dichiarare che il fascismo era meglio dell'attuale governo!
Una balla...due balle...se è vero che la verità sta nel mezzo, tra i due ci starebbe solo un...Eugenio Scalfari!
- «Siamo alla fine di un'epoca [...] com'è possibile essere rappresentati da un signore che ogni mattina si dipinge i capelli e si mette il cerone.»
Sant'Iddio: è come valutare un quadro dalla cornice!
Una balla...due balle, e lo spilungone con la barbetta nel mezzo: che accoppiata.
Ecocazzandra ci mette la ciliegina, sulla torta:
- «Andiamo avanti fingendo che esista una democrazia rappresentativa e che siano i cittadini che eleggono i propri rappresentanti. Ma non è così.
A metà tra la profezia e l'invito, micidiale è un'altra affermazione:
- «Il futuro dell'Italia dipende dal fatto che muoiano una decina di persone che sono ormai molto grandi; è un fatto biologico.»
Se magari qualcuno dà una mano alla biologia...dalla statuetta del Duomo di marmo al piombo, ci vuole poco!
Umby, più del tuo intelletto conta la saggezza popolare, il volgo meneghino, che dice:
Ofelè fa el to meste;
Pasticciere, fai il tuo mestiere.
Per te, come quando si era a scuola, per non dire che uno era asino:
- «Il ragazzo è intelligente, ma non si applica.»
Io, secondo me...30.04.2010
se eri uomo ti toccavi la patta e, se donna, gli scongiuri e le corna da dietro la schiena;
e si, perché quella - come da prova provata - portava iella, di una sfiga che più sfiga non si poteva.
Ancora bambina, l'aveva detto, al Paride:
- «Te ci porterai alla rovina!»
Della città sua, aveva pronosticato peste e corna;
e pure ammonì, con l'indice puntato, che vibrava all'aria:
- «Te ci perderai tutti, per la tua fregola per la bella Elena che, ricordati: una che Greca diventa...Troia, ci porterà solo guai!»
E del cavallino, poi, quello bello, grande, di legno:
- «Lasciatelo dov'è, fuori le mura: quella sua pancia gonfia non mi convince e quel rumore che ci sento dentro non mi pare un problema di aerofagia o per mangiato pesante, con cotiche e carbonara!»
Inutile dire che, da portatore di sventure, nessuno aveva voglia di dar credito che, si sa, i racconti che vanno di più son quelli che cominciano con "C'era una volta" e finiscono con un bel "...e vissero felici e contenti".
Cassandra, come Mosè, si tirò addosso l'ira funesta dei più, che gli iettatori son da evitare, come i lebbrosi.
Per una che ne indovinano poi, ce n'è un fottio che la danno buca, come i riti lassativi del mago Otelma o gli oroscopi cannati di Mario Pacheco, noto come "Maestro do Nascimento" che, con la Vanna Marchi e la figlia Stefania Nobile, imbonitrici da fiera di paese e brutte come il peccato, vendevano pappe, intrugli e profezie dal tubo catodico.
Più vicino al mago Otelma e al do Nascimento, piuttosto che alla troiana Cassandra, oggi c'abbiamo, nientepopodimenoche, un "intellettuale", che ci fa - e ci da - tarocchi: Eco Umberto - ciumbia! - con il nome d'arte di "Sibilla Cazzandra"!
E pronostica, profetizza, indovina, predice, preannuncia, vaticina e presagisce.
Insomma: è o non è un intellettuale, e questi, è risaputo, son provetti tuttologhi, gran sapientoni e provetti conoscitori d'ogni scibile umano.
Al fin della fiera: maestri di spanna, da qui la derivazione di "Spannometria", scienza parificata alla matematica che, è provato, non è opinione ma dato di fatto!
Ogni cosa che rimbomba e fa...Eco è come la cosa fatta, che - è risaputo - capo ha.
Eccolo "el sciur Intellighenzia", che maestosamente sale in cattedra;
e pontifica, e ammansisce le folle e guida le pecorelle smarrite e bla...bla...bla.
in un'intervista al País:
- «Berlusconi come il fascismo; conquisterà l'Europa!»
La mena da almeno 15 anni, la solfa di chi grida nel deserto, che c'è regime e l'esito del voto è puro incidente di percorso.
Da bravo ciuccio, s'intestardisce, s'impunta, si ostina, s'incaponisce, punta i piedi e non si smuove.
Ma continua a concionare, a scrivere, a pubblicare, a sputtanare, a scatarrare e a sputacchiare in faccia a milioni di cittadini che, piaccia o no: è la democrazia tesoro, e tu non ci puoi fare niente. Niente!
O no?
Sibilla Cazzandra nega, nega tutto:
- «La democrazia entra in crisi, il potere finisce nelle mani di chi controlla i mezzi di comunicazione!»
Nega l'esistenza, in Italia, di un'opinione pubblica consapevole, di una reale sovranità popolare, di una effettiva libertà.
Ma continua a parlare, a pubblicare e vendere libri, ad apparire e scomparire a piacimento.
Strano paese, che quelli che si dicono vessati da un regime sono i più esaltati dall'insultarne i rappresentanti, che mai si era visto portatori di bastone essere legnati a destra e manca!
Non mi risultano casi di gente mandata al confino, manganellati, purgati, rinchiusi nei Piombi di Venezia o fucilati.
Ma Ecocazzandra ribatte il chiodo:
- «Come l'Italia fu il laboratorio del fascismo, poi copiato in Spagna, in questo momento è il laboratorio del berlusconismo, e bisognerà vedere che cosa succederà.»
Che vuoi che succeda, Umby: se sei imbarazzato, al massimo ti consiglieranno un enteroclisma, volgarmente detto clistere.
Una balla s'accoppia con l'altra, con quel compagno di merende che era l'Alberto Asor Rosa che, un paio d'anni fa, arrivò a dichiarare che il fascismo era meglio dell'attuale governo!
Una balla...due balle...se è vero che la verità sta nel mezzo, tra i due ci starebbe solo un...Eugenio Scalfari!
- «Siamo alla fine di un'epoca [...] com'è possibile essere rappresentati da un signore che ogni mattina si dipinge i capelli e si mette il cerone.»
Sant'Iddio: è come valutare un quadro dalla cornice!
Una balla...due balle, e lo spilungone con la barbetta nel mezzo: che accoppiata.
Ecocazzandra ci mette la ciliegina, sulla torta:
- «Andiamo avanti fingendo che esista una democrazia rappresentativa e che siano i cittadini che eleggono i propri rappresentanti. Ma non è così.
A metà tra la profezia e l'invito, micidiale è un'altra affermazione:
- «Il futuro dell'Italia dipende dal fatto che muoiano una decina di persone che sono ormai molto grandi; è un fatto biologico.»
Se magari qualcuno dà una mano alla biologia...dalla statuetta del Duomo di marmo al piombo, ci vuole poco!
Umby, più del tuo intelletto conta la saggezza popolare, il volgo meneghino, che dice:
Ofelè fa el to meste;
Pasticciere, fai il tuo mestiere.
Per te, come quando si era a scuola, per non dire che uno era asino:
- «Il ragazzo è intelligente, ma non si applica.»
Io, secondo me...30.04.2010
anCORA NO
Non c'è nulla al mondo che è più grande del generare una vita;
nessun privilegio di Re o Imperatore, di dittatore o gloria di guerriero può eguagliare il più bel dono che mai un Dio può aver concesso all'uomo.
Anzi, no: alla donna, perché è lei ad avere l'onore e l'onere di portare croce e delizia, dal mestruo alla gravidanza, dalle doglie al parto.
Eppure questi passaggi, che costellano il cammino della vita, della continuità e dell'eternità, dal traghettare dai genitori ai figli, nel passare testimone in corsa, nella staffetta più esaltante ed emozionante che mai sia esistita, menti bacate sono a bollare come "contaminazione" e "impurità" un ciclo, tipicamente ed esclusivamente femminile, che porta a possedere il futuro, attraverso il primo vagito di chi ci continuerà.
Il futuro - sant'Iddio! - il futuro alcuni lo credono l'impura contaminazione dell'altra metà del cielo!!
Ecco i miasmi mefitici delle paludi del passato, di chi si ostina a credere che il Creatore abbia plasmato servi e schiavi, e non figli di cui magari talvolta pentirsi, ma gloriarsi del vedere l'opera sua sempre più dimostrasi degna d'aver avuto dono di respiro e crescere dai propri errori;
Come la parabola del seminatore, il disegno divino vuole che parte della semenza cada tra i sassi o in terra sterile, e meglio dei talebani non c'è nulla che insegni al resto del mondo cosa vuole dire condannarsi a strisciare per terra, mentre altri volano tra le stelle;
e la parabola dei talenti, a dimostrare che ognuno è causa del proprio destino, quando la grandezza non si conta dalla ricchezza della dote, ma dal migliore o peggiore uso di quel che ognuno né fa.
Essere nullità si può dissimulare indossando belle vesti, ma chi ci sta dentro si conosce, e ognuno sa di sè quel che ha da sapere: inganni chiunque, ma non il giudice che sei, implacabile per te stesso.
Ancora c'è chi, nella vastità del mondo, crede il pisello una dote, una spanna di valore aggiunto che basta a dimezzare l'altra parte che Dio ha dato, non per completare ma per escludere, buona solo per fare da fodero all'augusto augello, da affondare nel ventre di fattrice;
non più, non meglio che se fosse una vacca che, nel mercato degli scambi, ha maggior peso e valore, per guadagno di moneta e miglior apprezzamento tra domanda e offerta.
Il cane per la fedeltà;
il pollo per le uova;
il gatto per mangiare i topi;
la capra per il formaggio;
la vacca per latte e carne;
la pecora per la lana;
...la donna...la donna per la sottomissione: contaminata, impura e immonda, vergogna da nascondere sotto il burqa.
L'Occidente c'è passato pur'esso, da questa concezione vergognosa, ma il suo corpaccione, per la più parte, è passato oltre;
nella prospera e avanzata Lombardia dell'800, un proverbio diceva:
" I donn hin minga gent", le donne non sono persone.
Ancora prima, si disquisiva se avessero l'anima o meno.
Talebani siamo stati anche noi.
Ma il tempo e lo spazio hanno continuato a dilatarsi, e le dimensioni ad allargarsi, così come gli orizzonti ed oggi, seppur sacche di pus ancora esistono, sono eccezione e non regola.
Ci dobbiamo vergognare del "fu", non dell'"è".
Così non per un verminaio, che sta cercando di fondare colonie ovunque trovi ventre molle, travestendo con smalto le croste di lebbroso.
Le sue radici sono ancora ben piantate, là, in Afghanistan, nella buca dove dimora il grasso papà verme, genitore di tante camole, destinate a rimanere tali e strisciare, per mai volare.
Ebbene, questi parassiti hanno buttato gas venefico nelle aule scolastiche a Kunduz, così come successe a Kapisa, distretti di tanto martoriato paese, che ebbe la sfortuna di veder crescere progenie di assassini.
Obiettivo di tanto abbietto fare erano ragazze, che tali erano allo studio.
Le donne non devono istruirsi.
" I donn hin minga gent", non hanno anima.
E non fanno uova.
Solo latte, a suo tempo, figli all'occorrenza e sollazzo, sempre.
Per il resto, c'è il cane, il pollo, il gatto, la capre, la vacca, la pecora...
No, non siamo pronti ad accettare tutto questo... anCORA NO!
Io, secondo me...27.04.2010
nessun privilegio di Re o Imperatore, di dittatore o gloria di guerriero può eguagliare il più bel dono che mai un Dio può aver concesso all'uomo.
Anzi, no: alla donna, perché è lei ad avere l'onore e l'onere di portare croce e delizia, dal mestruo alla gravidanza, dalle doglie al parto.
Eppure questi passaggi, che costellano il cammino della vita, della continuità e dell'eternità, dal traghettare dai genitori ai figli, nel passare testimone in corsa, nella staffetta più esaltante ed emozionante che mai sia esistita, menti bacate sono a bollare come "contaminazione" e "impurità" un ciclo, tipicamente ed esclusivamente femminile, che porta a possedere il futuro, attraverso il primo vagito di chi ci continuerà.
Il futuro - sant'Iddio! - il futuro alcuni lo credono l'impura contaminazione dell'altra metà del cielo!!
Ecco i miasmi mefitici delle paludi del passato, di chi si ostina a credere che il Creatore abbia plasmato servi e schiavi, e non figli di cui magari talvolta pentirsi, ma gloriarsi del vedere l'opera sua sempre più dimostrasi degna d'aver avuto dono di respiro e crescere dai propri errori;
Come la parabola del seminatore, il disegno divino vuole che parte della semenza cada tra i sassi o in terra sterile, e meglio dei talebani non c'è nulla che insegni al resto del mondo cosa vuole dire condannarsi a strisciare per terra, mentre altri volano tra le stelle;
e la parabola dei talenti, a dimostrare che ognuno è causa del proprio destino, quando la grandezza non si conta dalla ricchezza della dote, ma dal migliore o peggiore uso di quel che ognuno né fa.
Essere nullità si può dissimulare indossando belle vesti, ma chi ci sta dentro si conosce, e ognuno sa di sè quel che ha da sapere: inganni chiunque, ma non il giudice che sei, implacabile per te stesso.
Ancora c'è chi, nella vastità del mondo, crede il pisello una dote, una spanna di valore aggiunto che basta a dimezzare l'altra parte che Dio ha dato, non per completare ma per escludere, buona solo per fare da fodero all'augusto augello, da affondare nel ventre di fattrice;
non più, non meglio che se fosse una vacca che, nel mercato degli scambi, ha maggior peso e valore, per guadagno di moneta e miglior apprezzamento tra domanda e offerta.
Il cane per la fedeltà;
il pollo per le uova;
il gatto per mangiare i topi;
la capra per il formaggio;
la vacca per latte e carne;
la pecora per la lana;
...la donna...la donna per la sottomissione: contaminata, impura e immonda, vergogna da nascondere sotto il burqa.
L'Occidente c'è passato pur'esso, da questa concezione vergognosa, ma il suo corpaccione, per la più parte, è passato oltre;
nella prospera e avanzata Lombardia dell'800, un proverbio diceva:
" I donn hin minga gent", le donne non sono persone.
Ancora prima, si disquisiva se avessero l'anima o meno.
Talebani siamo stati anche noi.
Ma il tempo e lo spazio hanno continuato a dilatarsi, e le dimensioni ad allargarsi, così come gli orizzonti ed oggi, seppur sacche di pus ancora esistono, sono eccezione e non regola.
Ci dobbiamo vergognare del "fu", non dell'"è".
Così non per un verminaio, che sta cercando di fondare colonie ovunque trovi ventre molle, travestendo con smalto le croste di lebbroso.
Le sue radici sono ancora ben piantate, là, in Afghanistan, nella buca dove dimora il grasso papà verme, genitore di tante camole, destinate a rimanere tali e strisciare, per mai volare.
Ebbene, questi parassiti hanno buttato gas venefico nelle aule scolastiche a Kunduz, così come successe a Kapisa, distretti di tanto martoriato paese, che ebbe la sfortuna di veder crescere progenie di assassini.
Obiettivo di tanto abbietto fare erano ragazze, che tali erano allo studio.
Le donne non devono istruirsi.
" I donn hin minga gent", non hanno anima.
E non fanno uova.
Solo latte, a suo tempo, figli all'occorrenza e sollazzo, sempre.
Per il resto, c'è il cane, il pollo, il gatto, la capre, la vacca, la pecora...
No, non siamo pronti ad accettare tutto questo... anCORA NO!
Io, secondo me...27.04.2010
L'Armata Rotta
Quando ti crolla addosso un muro, fa un male cane, e quel di Berlino era pesante;
peggio ancora quando t'accorgi d'aver perso la bussola, e il sol dell'avvenire s'è fulminato, come una lampadina.
Sono cazzi poi, quando capisci che un conto è fare la rivoluzione, tutt'altro il ricostruire dalle macerie, che il rompere lo sanno fare tutti, ma il costruire richiede fatica.
Dal ritenersi migliore a convincersi d'essere unti del Signore, a credersi casta eletta, il passaggio è breve, in special modo quando abituati ad ottener ragione con cingoli e filo spinato;
salvo poi rimanere con il cerino in una mano e la Molotov nell'altra, in un mondo dove i pompieri la fanno da padrone.
Ma la più cocente delle delusioni, quel che fa più male è il vedersi allo specchio, sciupati, con i capelli bianchi - quel che restano - ingobbiti, rimbambiti e rincoglioniti, a dover fare i conti con un passato che ti presenta il conto, dove ti accorgi d'essere la maglia nera - neppure rossa! - del più fesso tra gli scemi, gran credulone e bamba, che ha donato i migliori anni della propria vita ad un'ideologia basata sulle favole.
Hanno accettato di donare il cervello all'ammasso, credendo alla religione come oppio dei popoli, quando loro erano ormai alle pippe mentali.
Quelli dei centri sociali sono tutto questo, sopravvissuti, rottamaglia, nanuncoli ridimensionati di predatori d'altra stazza.
La Storia, prima che la cronaca, li ha ridotti a minimi termini.
La realtà li ha ricondotti dal mondo dei sogni.
La selezione della specie li sta puntando, già accorta nel vederne materiale di scarto, carne da macero, incapace e inadatta a rientrare nelle regole di un mondo che ha cambiato scenario, attori rimasti con in mano un logoro copione in una commedia che parla di tutt'altro.
Il rumine della società li ha masticati e impastati, formandone palline per scarabei; quelli stercorari, ovviamente.
Troppo supponenti per comprendere d'essere umili tra gli umili, catturati dal gorgo dello scarico del lavandino della Storia, s'aggrappano ai rottami della corazzata Potemkin, agli stracci di una bella divisa del tempo che fu: 25 Aprile, festa della Liberazione e Primo Maggio, quella dei lavoratori.
Della prima - i padri - ne furono comparse, su un teatro di guerra che vide le truppe degli alleati come protagonista;
dell'altra, di lavoratori questi non hanno nulla, che i centri sociali loro sono discariche di nullafacenti, inneggianti ancora all'esproprio proletario, che gli permetterebbe vita da cicale in un mondo di formiche;
assemblea d'asini, tanti, che si raggruppano, rigettati dal mondo del lavoro che non accetta carta scolastica ottenuta con il "sei politico", quello che voleva equiparato il cretino al sapiente.
Gli rimane più nulla, bastonati ormai pure nelle idee, dalle urne e dal volere popolare, da quelle masse dietro cui nascondevano le proprie ambizioni: disprezzate formiche legionarie, da sacrificare, che volevano e consideravano alla stregua di vacche da latte e carne, da portare al pascolo con il pungolo e il bastone.
Non più coperti dal popol bue, da lanciare contro gli ostacoli, oggi li conti e li vedi per quel che sono:
bucce e croste allo sbaraglio, scesi in piazza con monetine, uova pomodori e verdurame vario, da lanciare contro chi ha saputo dimostrare d'essere migliore di loro, dissipatori di una eredità lasciata da gente di ben altro stampo e spessore.
Addirittura hanno insultato chi veramente partigiano è stato, come per il disoccupato, quando non appartenenti di stessa sinistra parte, "venduti", rei d'essere sul palco assieme a gente da odiare, buona da abbattere con la P38.
Come per i maiali, protagonisti del romanzo di George Orwell, ne "La fattoria degli animali", anche questi vorrebbero arrivare a sostituire un potere con l'altro; il loro, ovviamente.
Una volta arrivati nella cabina del manovratore, il copione sarebbe sempre quello: purghe, Gulag, esecuzioni, deportazioni e cancellazione di chi osasse solo mettersi di traverso;
ogni rivolta non ha che da bollare come "controrivoluzionari" quelli che non la pensano uguale, per avere comodo alibi nel demonizzare l'avversario e farne carne da macello.
Niente di più lontano dall'illuminato concetto di Voltaire: "Non sono d'accordo con ciò che pensi, ma sono pronto a lottare fino a morire affinché tu possa continuare a pensarlo".
Il falcemartelluto: Non la penso come te, e sono pronto a lottare fino alla morte per ucciderti, affinché tu non possa più pensare ciò che pensi.
Eccoli, quelli in piazza a Roma e Milano che, se solo ne avessero possibilità e forza, sarebbero a riempirti di piombo, piuttosto che di uova e pomodori marci.
Bruti tempi questi, ma la fortuna è dalla loro, che si sentono nati sotto una buona stella;
quella rossa, a cinque punte.
Io, secondo me...21.04.2010
peggio ancora quando t'accorgi d'aver perso la bussola, e il sol dell'avvenire s'è fulminato, come una lampadina.
Sono cazzi poi, quando capisci che un conto è fare la rivoluzione, tutt'altro il ricostruire dalle macerie, che il rompere lo sanno fare tutti, ma il costruire richiede fatica.
Dal ritenersi migliore a convincersi d'essere unti del Signore, a credersi casta eletta, il passaggio è breve, in special modo quando abituati ad ottener ragione con cingoli e filo spinato;
salvo poi rimanere con il cerino in una mano e la Molotov nell'altra, in un mondo dove i pompieri la fanno da padrone.
Ma la più cocente delle delusioni, quel che fa più male è il vedersi allo specchio, sciupati, con i capelli bianchi - quel che restano - ingobbiti, rimbambiti e rincoglioniti, a dover fare i conti con un passato che ti presenta il conto, dove ti accorgi d'essere la maglia nera - neppure rossa! - del più fesso tra gli scemi, gran credulone e bamba, che ha donato i migliori anni della propria vita ad un'ideologia basata sulle favole.
Hanno accettato di donare il cervello all'ammasso, credendo alla religione come oppio dei popoli, quando loro erano ormai alle pippe mentali.
Quelli dei centri sociali sono tutto questo, sopravvissuti, rottamaglia, nanuncoli ridimensionati di predatori d'altra stazza.
La Storia, prima che la cronaca, li ha ridotti a minimi termini.
La realtà li ha ricondotti dal mondo dei sogni.
La selezione della specie li sta puntando, già accorta nel vederne materiale di scarto, carne da macero, incapace e inadatta a rientrare nelle regole di un mondo che ha cambiato scenario, attori rimasti con in mano un logoro copione in una commedia che parla di tutt'altro.
Il rumine della società li ha masticati e impastati, formandone palline per scarabei; quelli stercorari, ovviamente.
Troppo supponenti per comprendere d'essere umili tra gli umili, catturati dal gorgo dello scarico del lavandino della Storia, s'aggrappano ai rottami della corazzata Potemkin, agli stracci di una bella divisa del tempo che fu: 25 Aprile, festa della Liberazione e Primo Maggio, quella dei lavoratori.
Della prima - i padri - ne furono comparse, su un teatro di guerra che vide le truppe degli alleati come protagonista;
dell'altra, di lavoratori questi non hanno nulla, che i centri sociali loro sono discariche di nullafacenti, inneggianti ancora all'esproprio proletario, che gli permetterebbe vita da cicale in un mondo di formiche;
assemblea d'asini, tanti, che si raggruppano, rigettati dal mondo del lavoro che non accetta carta scolastica ottenuta con il "sei politico", quello che voleva equiparato il cretino al sapiente.
Gli rimane più nulla, bastonati ormai pure nelle idee, dalle urne e dal volere popolare, da quelle masse dietro cui nascondevano le proprie ambizioni: disprezzate formiche legionarie, da sacrificare, che volevano e consideravano alla stregua di vacche da latte e carne, da portare al pascolo con il pungolo e il bastone.
Non più coperti dal popol bue, da lanciare contro gli ostacoli, oggi li conti e li vedi per quel che sono:
bucce e croste allo sbaraglio, scesi in piazza con monetine, uova pomodori e verdurame vario, da lanciare contro chi ha saputo dimostrare d'essere migliore di loro, dissipatori di una eredità lasciata da gente di ben altro stampo e spessore.
Addirittura hanno insultato chi veramente partigiano è stato, come per il disoccupato, quando non appartenenti di stessa sinistra parte, "venduti", rei d'essere sul palco assieme a gente da odiare, buona da abbattere con la P38.
Come per i maiali, protagonisti del romanzo di George Orwell, ne "La fattoria degli animali", anche questi vorrebbero arrivare a sostituire un potere con l'altro; il loro, ovviamente.
Una volta arrivati nella cabina del manovratore, il copione sarebbe sempre quello: purghe, Gulag, esecuzioni, deportazioni e cancellazione di chi osasse solo mettersi di traverso;
ogni rivolta non ha che da bollare come "controrivoluzionari" quelli che non la pensano uguale, per avere comodo alibi nel demonizzare l'avversario e farne carne da macello.
Niente di più lontano dall'illuminato concetto di Voltaire: "Non sono d'accordo con ciò che pensi, ma sono pronto a lottare fino a morire affinché tu possa continuare a pensarlo".
Il falcemartelluto: Non la penso come te, e sono pronto a lottare fino alla morte per ucciderti, affinché tu non possa più pensare ciò che pensi.
Eccoli, quelli in piazza a Roma e Milano che, se solo ne avessero possibilità e forza, sarebbero a riempirti di piombo, piuttosto che di uova e pomodori marci.
Bruti tempi questi, ma la fortuna è dalla loro, che si sentono nati sotto una buona stella;
quella rossa, a cinque punte.
Io, secondo me...21.04.2010
sabato 24 aprile 2010
Trota salmonata
La trota vuole fare il salmone, imitandolo nel salto controcorrente.
Peccato che "Trota" Renzo Bossi non abbia preso nulla dal padre, anche se cerca di accreditarsi e dimostrarsi degno di tanto vigoroso saltimbanco del Po, dalla cui polla sorgiva sgorga il simbolico zampillo del pisello "Celoduro Padano".
Povero pesciotto, declassato da trota a delfino proprio per sentenza di genitore;
neppure l'Umberto ebbe coraggio di confermare il detto che vuole sia sempre bello 'o scarrafone, per chi lo ha generato.
Renzo, poareto, neppure l'ha superata, la prova scarafaggio: bocciato, come per tanti esami scolastici.
Non essendo nato per le perigliose ascese delle correnti politiche, papà Umby ha pensato di porre l'avannotto nel senso del deflusso, con il vento in poppa, insomma.
Se non è fatto per le rapide, almeno in boccia di vetro: in quel di Brescia, incoronato Consigliere, sulla bambagiosa poltroncina di consiglio regionale.
Visto il vuoto che sta dietro al Renzo, che nulla in dote porta agli elettori per meriti acquisiti, fuor di dubbio è che il blasone porta rendita, ed essere un Bossi, in tempi non più di bassa...Lega, porta benefici.
Unica attenzione che si chiede, a questi baciati dalla fortuna, è che abbiano l'accortezza di "tirare a campare": vivi e lascia vivere, e goditi il privilegio d'appartenenza a classe privilegiata.
Tira avanti con avvedutezza, senza scossoni, invece che d'azzardo, generando pericolose attenzioni, con privilegio alla "Donne e champagne" piuttosto che "Seghe e gassosa";
è brutto, perché - se uno ce l'ha - bisogna mettere la dignità sotto i piedi, in cambio del caviale sotto i denti, ma la tentazione di cadere nel "De Imitatione Christi", nell'essere come "papi", provoca più danni che guadagni, in special modo quando sei figlio, ma non d'arte, che ti manca.
Divenire come il Bossi Umberto o il Di Pietro Antonio, la và a pochi: il "Marpionismo", la capacità di sopperire a deficienze con la furbizia e scaltrezza non si eredita con i geni, da non confondere con la genialità, estranea ad entrambi i personaggi.
Non per nulla, questi sono definiti animali...politici.
Le ventose per la salita, appena seduti le spostano sotto il culo, incollati come le cozze sugli scogli, che per rimuoverli devi demolirne il supporto.
Nel giorno della "mancina", ecco un adesivo al Renzo, e uno al Cristiano.
Il primo a far cazzate è stato proprio il povero Cristiano. Cristiano, Di Pietro.
Da consigliere provinciale dell'Italia dei Veleni - ops! Dei Valori - di Campobasso, per meriti di casato, s'era fatto pescare ad intrallazzare con tal Mario Mautone - allora provveditore alle opere pubbliche della Campania e del Molise - in odor di "accomodamenti" su appalti e raccomandazioni.
Oggi, capito di non avere calli e malizie del padre, scalda qualche poltroncina nel salotto di casa, ovvero di partito, accontentandosi di buona rendita, bono e zitto, fuor di guai e pasticci, che il non fare non produce nulla - è vero - ma neppure danni.
Come avere il cane in casa: gli dai da bere e mangiare, qualche carezza e lo porti a sporcare.
Punto e basta.
Il Renzino però è Trota salmonata che di nulla ha di salmone, se non pallida e ingannevole somiglianza, per il rosato della carne.
Essendo imitazione e non originale, quel che del padre sarebbe "sparata", minchionata ma ben recitata da chi ha il giusto "Phisique du role" - ovvero, il fisico per il ruolo - per farlo, in bocca a lui è pura e nuda fesseria, ancor più se va a colpire un cuore di pallonaro tifoso che, si sa, crea più rivolta che la tassa sul pane.
Intervista su 'Vanity Fair', con botta e risposta:
- «Seguirà gli azzurri al Mondiale di Sudafrica?
- «No, non tifo Italia.»
L’urlo di intenso dolore e disapprovazione ha percorso e percosso l'intera Penisola, scaturito da ogni cuore che fosse cucito in cuoio e con camera d'aria gonfia d'orgoglio.
Passi il dire che "Il tricolore, per me, identifica un sentimento di cinquant'anni fa" o il "Mai sceso a Sud di Roma", come il maschio "Nella vita si deve provare tutto, tranne i culattoni e la droga", ma le palle, le palle, no: sono sacre, come le vacche del Gange, e non si toccano.
No, non tifo Italia...meglio che lo trovino prima i "Culattoni" degli scalmanati delle varie curve ultrà degli stadi, che altrimenti gli inchiodano mani, piedi e costato, con la sparachiodi e lo buttano nelle acque.
Del Po, ovvio.
Brutta fine e figura, anche per una Trota, seppur "salmonata"!
Io, secondo me...21.04.2010
Peccato che "Trota" Renzo Bossi non abbia preso nulla dal padre, anche se cerca di accreditarsi e dimostrarsi degno di tanto vigoroso saltimbanco del Po, dalla cui polla sorgiva sgorga il simbolico zampillo del pisello "Celoduro Padano".
Povero pesciotto, declassato da trota a delfino proprio per sentenza di genitore;
neppure l'Umberto ebbe coraggio di confermare il detto che vuole sia sempre bello 'o scarrafone, per chi lo ha generato.
Renzo, poareto, neppure l'ha superata, la prova scarafaggio: bocciato, come per tanti esami scolastici.
Non essendo nato per le perigliose ascese delle correnti politiche, papà Umby ha pensato di porre l'avannotto nel senso del deflusso, con il vento in poppa, insomma.
Se non è fatto per le rapide, almeno in boccia di vetro: in quel di Brescia, incoronato Consigliere, sulla bambagiosa poltroncina di consiglio regionale.
Visto il vuoto che sta dietro al Renzo, che nulla in dote porta agli elettori per meriti acquisiti, fuor di dubbio è che il blasone porta rendita, ed essere un Bossi, in tempi non più di bassa...Lega, porta benefici.
Unica attenzione che si chiede, a questi baciati dalla fortuna, è che abbiano l'accortezza di "tirare a campare": vivi e lascia vivere, e goditi il privilegio d'appartenenza a classe privilegiata.
Tira avanti con avvedutezza, senza scossoni, invece che d'azzardo, generando pericolose attenzioni, con privilegio alla "Donne e champagne" piuttosto che "Seghe e gassosa";
è brutto, perché - se uno ce l'ha - bisogna mettere la dignità sotto i piedi, in cambio del caviale sotto i denti, ma la tentazione di cadere nel "De Imitatione Christi", nell'essere come "papi", provoca più danni che guadagni, in special modo quando sei figlio, ma non d'arte, che ti manca.
Divenire come il Bossi Umberto o il Di Pietro Antonio, la và a pochi: il "Marpionismo", la capacità di sopperire a deficienze con la furbizia e scaltrezza non si eredita con i geni, da non confondere con la genialità, estranea ad entrambi i personaggi.
Non per nulla, questi sono definiti animali...politici.
Le ventose per la salita, appena seduti le spostano sotto il culo, incollati come le cozze sugli scogli, che per rimuoverli devi demolirne il supporto.
Nel giorno della "mancina", ecco un adesivo al Renzo, e uno al Cristiano.
Il primo a far cazzate è stato proprio il povero Cristiano. Cristiano, Di Pietro.
Da consigliere provinciale dell'Italia dei Veleni - ops! Dei Valori - di Campobasso, per meriti di casato, s'era fatto pescare ad intrallazzare con tal Mario Mautone - allora provveditore alle opere pubbliche della Campania e del Molise - in odor di "accomodamenti" su appalti e raccomandazioni.
Oggi, capito di non avere calli e malizie del padre, scalda qualche poltroncina nel salotto di casa, ovvero di partito, accontentandosi di buona rendita, bono e zitto, fuor di guai e pasticci, che il non fare non produce nulla - è vero - ma neppure danni.
Come avere il cane in casa: gli dai da bere e mangiare, qualche carezza e lo porti a sporcare.
Punto e basta.
Il Renzino però è Trota salmonata che di nulla ha di salmone, se non pallida e ingannevole somiglianza, per il rosato della carne.
Essendo imitazione e non originale, quel che del padre sarebbe "sparata", minchionata ma ben recitata da chi ha il giusto "Phisique du role" - ovvero, il fisico per il ruolo - per farlo, in bocca a lui è pura e nuda fesseria, ancor più se va a colpire un cuore di pallonaro tifoso che, si sa, crea più rivolta che la tassa sul pane.
Intervista su 'Vanity Fair', con botta e risposta:
- «Seguirà gli azzurri al Mondiale di Sudafrica?
- «No, non tifo Italia.»
L’urlo di intenso dolore e disapprovazione ha percorso e percosso l'intera Penisola, scaturito da ogni cuore che fosse cucito in cuoio e con camera d'aria gonfia d'orgoglio.
Passi il dire che "Il tricolore, per me, identifica un sentimento di cinquant'anni fa" o il "Mai sceso a Sud di Roma", come il maschio "Nella vita si deve provare tutto, tranne i culattoni e la droga", ma le palle, le palle, no: sono sacre, come le vacche del Gange, e non si toccano.
No, non tifo Italia...meglio che lo trovino prima i "Culattoni" degli scalmanati delle varie curve ultrà degli stadi, che altrimenti gli inchiodano mani, piedi e costato, con la sparachiodi e lo buttano nelle acque.
Del Po, ovvio.
Brutta fine e figura, anche per una Trota, seppur "salmonata"!
Io, secondo me...21.04.2010
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