lunedì 24 maggio 2010

ROMdagi

- «VOGLIO! VOGLIO! VOGLIO!»

Il racconto dell'erba voglio si perde nella notte dei tempi e si ripresenta con tante varianti, ma con una sola morale:
neppure un re, per maestà e potere, può avere tutto.

"[...] strillava senza posa / voglio l'oro sul vestito / voglio un piatto prelibato / voglio lo zucchero filato / voglio un letto a baldacchino / voglio un anello col rubino / le scarpe rosse e un nuovo cappello / voglio questo, voglio quello".

Il medico di corte subito arrivò e, al vedere la malattia crescere e peggiorare, il dotto sentenziò:
«Io rimedio, ahimè, non ho; forse un'erba molto rara la potrebbe far guarire: presto, andatela a cercare!»
Così furono piantate, nel giardino del castello, erbe strane, d'ogni specie.
Passarono i mesi, cambiò la stagione;
- «Voglio questo, voglio quello!», ma non arrivò la guarigione e non crebbe l'erba voglio, perché quella, non cresce neppure nel giardino del re.

- «Non ce ne andremo senza una casa e un lavoro!»

Licenziati, che presidiano il posto di lavoro, sul tetto della fabbrica?
Disoccupati, che chiedono di poter sopravvivere?
Sfrattati, che chiedono di avere un'altra possibilità di riscatto?
No,
Rom.
Ore tocca a Milano, con quelli di via Triboniano ma, se il colpo gli riuscisse, presto a macchia d'olio, nel resto della penisola;
pure quelli alla finestra d'ogni baraccopoli sarebbero ad imitare i fortunati, che trovassero tanti fessi;
e ancora: i parenti lontani, che accorrerebbero a sciami, come le cavallette, nella terra del bengodi.
- «Compagni, amici, parenti, venite nel paese del Tafazzi: personaggio comico, famoso per il suo saltellare e prendesi energicamente a bottigliate sui genitali, traendone enorme goduria e piacere; venite, che i coglioni glieli rompiamo noi!»
Già un primo abboccamento era pervenuto alla fonte, che tanti di quelli hanno lasciato le inospitali terre d'origine - dove erano presi a pedate e lasciati a macero nel loro prodotto - per trovare nuova cuccia, dove lo strillo non porta più a bastonate e calci nel deretano.
- «Eccoti dimora, luce, acqua e gas: Firma questo documento, un patto di legalità, dove t'impegni al rispetto delle nostre leggi.»
Scherziamo?
- «Atto razzista! La firma è costrizione, sotto minaccia di sgombero!»
E già; pensa tè: tanto è la prevaricazione del "voglio", che neppure vale un avaro "offro".
Il manganello del Tafazzi continua a colpire:
"Bisogna individuare soluzioni abitative alternative ai campi", dice l'esercito dei masochisti;
"Si devono destinare fondi per garantire lavori di ristrutturazione delle abitazioni e per istituire corsi di formazione e di avviamento al lavoro", continuano i "flagellati".
Ho visto pensionati e povera gente arrivare a mercato finito, a raccogliere gli avanzi di frutta e ortaggi, quelle parti che schizzinosi lasciano al banchetto perché "non si presentano bene", con quel leggero tocco, mancanza di lustro o a dar sensazione di rachitico.
Gli scarti della tavola di Crapulone, le briciole dell'abbondanza, per la ciotola del cane.
Sempre più vedo di casa mia, gente che si mette in coda alla mensa dei poveri, vergognosa perché si fa carico di non avere più un posto di lavoro, quasi che la colpa fosse loro;
e vecchi, nelle case popolari, che hanno paura ad uscire di porta e, peggio, andare all'ospedale per le cure, nella paura di trovarsi l'appartamento occupato e le poche cose saccheggiate o gettate;
vedo la mano tesa di Celestina, una donna dai capelli grigi, che trovo spesso nel mio vagabondare per Milano: ormai mi conosce dai tanti incontri, e mi ha raccontato tanto della sua vita tribolata, del come è scacciata dai posti migliori dove chiedere elemosina, da quelli che difendono i guadagni della pietà con il coltello: quelli che ho visto di persona uscire dal refettorio dei frati Cappuccini, di via Piave, a Milano, che imbracciano le stampelle subito svoltato l'angolo, dopo aver galoppato agilmente nell'attraversare il semaforo rosso.
Fauna d'importazione, che ha soppiantato l'autoctona, più debole.
Anche la povertà - e la finta - può portare denari, se ben recitata, che l'italiano è buono e sciocco nello stesso tempo, quando si muove in fretta segue monotono percorso - lineare e tracciato, come quello delle formiche - gettando sguardo distratto su quel che lo circonda, accecato dalla sua fretta di correre chissà dove, senza avere tempo per riflettere e far decantare le cose della vita.
Uno che ti allunga la mano frena lo slancio, e subito sganci l'obolo perché si scansi, e Celestina mia non ha buon gioco, che quella dignità che mantiene non le fa gioco d'insistenza e mal si vede, nell'angolino, all'ombra.
La selezione della specie, ancora di più agisce, e il nuovo che avanza è can ROMdagio, e mi si perdoni il disprezzo, che non provo pietà per chi arriva in casa d'altri e grida «VOGLIO! VOGLIO! VOGLIO!» e minaccia «Case e soldi. O la guerra!»
E ben intendano quelli che pronti, leggendo del mio, gridassero al razzismo, che ben sappiamo di chi stiamo parlando, e che non cerchino di trovare mosca bianca, per far credere che come quella sono i compagni di merende!

Almeno una, una sola parola, magica, carezzevole, amichevole, pacifica, rispettosa, gradirebbe sentire, il padrone di casa, come pur insegna l'educazione, ai bambini:

- «...PER FAVORE!», che per troppi voglio, la testa l'hanno persa pure i re.

E se scontento o disillusione monta, se ne tornino: la strada da cui sono venuti ben conoscono, a ritrovar sapori e il nodoso legno delle loro piante.


Io, secondo me...24.05.2010