“Tutto è relativo e dipende dal punto di vista dell’osservatore”.
Il buon Einstein, con la sua teoria della relatività, aveva condensato in poche righe quel che l’intuito popolare sapeva da sempre: la verità della mutanda elastica, dove spesso s’infila la morale d’oggi, a cercare di infilare una sgraziata sostanza in una forma che riesca a contenerla, salvandosi la faccia con un alibi costruito a misura, cioè che Il peccato è negli occhi di chi guarda;
ottimo sistema per sgravare del proprio e rigettare la patata bollente nelle mani dell’altro.
Io sono peccatore solo visto dai tuoi occhiali: cambiando lenti, diverso appare il mondo, e quel che era male diventa bene, il nero bianco e il sotto diventa sopra.
...il peccato è negli occhi di chi guarda... dipende dal punto di vista dell’osservatore.
Gli attori sono tre: un vecchio, il bambino e l’asino;
Le combinazioni si alternano: sull’asino ci sale prima il vecchio, poi il bambino, tutti e poi più nessuno, ma nulla cambia;
la mossa mai pare azzeccata.
«Che egoista, con un bambino così piccolo, con le gambe così corte, lui sta sull’asino e il povero bimbo, deve corrergli appresso.»
L’acido commento arriva alle orecchie del canuto personaggio che, vergognoso, scende e mette in groppa il bimbo.
«Che maleducato quel bambino: lui sta sull’asino, mentre il vecchio che ha le gambe stanche, cammina a piedi.»
Tutti in groppa allora.
«Un asinello così piccolo...gli stanno sopra in due: finiranno per sfiancarlo.»
Il terzetto ora cammina affiancato: l’anziano, il bimbo e il somarello;
“Bene, allora pedalare!”, pensa il nonnetto.
«Quelli devono essere proprio stupidi: hanno un asino a disposizione e vanno a piedi!»
Ebbene: la storiella pare voler dire che non esiste una verità, ma tante che, come universi paralleli, viaggiano appaiate senza mai toccarsi; a seconda dello scambio, uno va da una parte e gli altri secondo le diramazioni.
Tutto vero, tutto valido, tutto permesso, tutto rispettabile, tutto giusto...tutto relativo.
Non è vero.
Esiste un semaforo, un qualcosa che dirige il traffico: si chiama regola.
La signora regola è quella sposata con il signor diritto: dove finisce la tua libertà inizia la mia.
L’individuo è una cosa, la società un’altra.
Da solo, il primo sceglie la rotta, ma in branco, di relativo non c’è nulla;
come le sardine, lo spazio da occupare e la direzione da prendere devono essere ben calcolati, altrimenti sai che bello, veder cozzare capocce e carrozzerie.
Nulla impedisce che, un domani, si possa cambiare, ma sempre il corpaccione deve seguire una linea ben dritta, una rotta coerente con la sopravvivenza: regola e non regolatività.
Se la sardina vuole far parte delle acciughe, deve remare secondo regola di questa, e così pure il contrario.
«Va bene così!», dice il leone;
Come dar torto: sai com’è più facile abbattere un bufalo, isolato dal branco.
Ecco, l’Eurabia è tutto ciò: avanti, in ordine sparso, rinuncia a difendere il suo, pensando che poche sarde date allo squalo bastino a saziarne la fame - sempre sperando che la lisca ce la lascino altri - e a far filosofia spicciola, dando a credere che è cosa buona e giusta il sacrificio di pochi figli per risparmiare la pellaccia degli altri.
Ebbene, c’è un piccolo difetto nel ragionamento: lo squalo non si ferma mai perché, non avendo vescica natatoria, che si riempie d’aria e lo fa galleggiare; se si ferma affonda e muore.
Niente pennichella, e l’appetito non deve mancare mai, come la benzina per muovere la macchina.
Il predatore, quello che oggi si muove nel “Mare nostrum”, si chiama integralismo e non ha relatività, ma certezze: quella che il grande mangia il piccolo e il più forte vince.
Infilare la testa nella sabbia porta ad una china pericolosa e non è meno doloroso l'offerta dell'altra...guancia.
La vita agita i dadi;
«Messieurs, faites vos jeux!»
«Sei!» urla uno;
«No, guarda che è un tre» risponde l’altro;
«Siete ciechi: è un due!»
Senza regole, tutto è relativo e tutto giusto: dipende dal punto di vista dell’osservatore.
La morte raccoglie i dadi.
«Rien ne va plus, les jeux sont faits!»
Nulla è più valido, i giochi sono fatti.
E la luce che si spegne non ha nulla di relativo, e pure l’elastico della mutanda cede.
Io, secondo me...10.01.2011
lunedì 10 gennaio 2011
sabato 8 gennaio 2011
la première stupiDAME
E si: a un certo punto, madre natura deve essersi fatto un esame di coscienza;
non sempre è facile, per una mamma, restare imparziale e distribuire equamente grazie e disgrazie.
Qualcuno dei figli, alla fine, si troverà in difetto e l’altro con grasso che cola, secondo la regola del pollo, che statistica vorrebbe di due uno a testa e, nella realtà, spesso c’è chi li spazzola tutti e chi nisba!
Allora, ecco: uno è na’ chiavica, o’ scarafone, bello solo per mamma sua e l’altro, sfolgorante come il sole;
uno con la pancia che brontola d’indigestione e quell’altro di fame.
C’è cascato pure il Padreterno, con Caino e Abele, figuriamoci la natura, che è un gradino sotto.
Il primo, rotto l’uovo e fatta la frittata, ha urlato: «Nessuno la tocchi!»
L’altra, invece, ha giocato di sottrazione, applicando la legge dell’inversamente proporzionale:
tanto hai da una parte, tanto perdi dall’altra.
Beh, non sempre funziona, ma nel caso sì, della Carla Bruni, ora “sciura” Sarkozy, compagna di Monsieur le President de France!
Il far paio, porta a degli automatismi: stai con il gallo e diventi la première dame del pollaio, anche se per meriti di puro accoppiamento.
Da Cenerentola a principessa, solo per grazie ricevute, mentre una racchia in alto così facilmente sale, se solo ne ha di sue, di palle.
Ma ecco che, dopo la fatina, passa la strega cattiva e smonta: tanto un quoziente sale, l’altro precipitevolissimevolmente scende, e si chiama intelligenza.
L’abbondanza è nel tondo dove, alla testa, si contrappone la coda.
E già perché Carletta ha fatto solo passerella, andando su e giù di modella: ha provato a far l’attrice, ma più del guitto non è andata;
e pari è stato nello strimpello di chitarra cui, nel sovrapporre canto, neppure questo è arrivato a pareggiare quello della suorina, che gorgheggia tra i banchi della chiesetta di campagna.
Pazienza: nell’era dell’immagine, dove basta lo smalto a coprire ogni ruggine, tanto basta.
Appollaiata sulla spalla di un mastino, pure una gallinella può spernacchiare la volpe.
Se vogliamo vedere, è ben questo che ha fatto, la damigella nostra che, passeggiando nelle corti dei re, ebbe pure modo di rinnegare la radice sua, nello spregiare origine in un bel dire:
«Spesso sono molto felice di essere diventata francese!»
Pure io ora sono d’accordo, bella mia: nel bene e nel male, lo sputo nel piatto di casa mi schifa, e non vorrei che si attacchi al mio pane, quando passo la mollica per catturare il vile intingolo.
Ochetta giuliva, starnazza e vorrebbe spiccare volo e grida d’aquila:
«Nicolino mio, ascolta ammè: il Cesarino Battisti fallo scappare via, non darlo agli italioti; come abbiamo fatto con la Marinuccia, la Petrella, quella che rapì Moro, ricordi? Meno male che, con Valeriuccia, sorellina mia, ci è riuscito di tirarla fuori, altrimenti andava in depressione diventava anoressica. Il Battistino poi, è così…così…figo! C’ha il profumino dell’intellettuale e, a strusciarsi contro ti senti pure tu una cima…oh, scusa Nicoletto mio: non intendevo dire che tu sei basso.»
Ah, come staremmo, se in giro non ci fossero le Brune, ad impedirci d’essere inumani con gli assassini che, si sa: sono solo compagni.
Compagni che sbagliano.
Come gli gnocchi, anche gli stessi, al femminile, saltano subito a galla perché sono di un leggero che più non si può.
La legge del tondo, dove la faccia è pari all’altro polo: basta poco per diventare grandi dame;
Anzi, la migliore…la première stupiDAME.
Io, secondo me...08.01.2011
non sempre è facile, per una mamma, restare imparziale e distribuire equamente grazie e disgrazie.
Qualcuno dei figli, alla fine, si troverà in difetto e l’altro con grasso che cola, secondo la regola del pollo, che statistica vorrebbe di due uno a testa e, nella realtà, spesso c’è chi li spazzola tutti e chi nisba!
Allora, ecco: uno è na’ chiavica, o’ scarafone, bello solo per mamma sua e l’altro, sfolgorante come il sole;
uno con la pancia che brontola d’indigestione e quell’altro di fame.
C’è cascato pure il Padreterno, con Caino e Abele, figuriamoci la natura, che è un gradino sotto.
Il primo, rotto l’uovo e fatta la frittata, ha urlato: «Nessuno la tocchi!»
L’altra, invece, ha giocato di sottrazione, applicando la legge dell’inversamente proporzionale:
tanto hai da una parte, tanto perdi dall’altra.
Beh, non sempre funziona, ma nel caso sì, della Carla Bruni, ora “sciura” Sarkozy, compagna di Monsieur le President de France!
Il far paio, porta a degli automatismi: stai con il gallo e diventi la première dame del pollaio, anche se per meriti di puro accoppiamento.
Da Cenerentola a principessa, solo per grazie ricevute, mentre una racchia in alto così facilmente sale, se solo ne ha di sue, di palle.
Ma ecco che, dopo la fatina, passa la strega cattiva e smonta: tanto un quoziente sale, l’altro precipitevolissimevolmente scende, e si chiama intelligenza.
L’abbondanza è nel tondo dove, alla testa, si contrappone la coda.
E già perché Carletta ha fatto solo passerella, andando su e giù di modella: ha provato a far l’attrice, ma più del guitto non è andata;
e pari è stato nello strimpello di chitarra cui, nel sovrapporre canto, neppure questo è arrivato a pareggiare quello della suorina, che gorgheggia tra i banchi della chiesetta di campagna.
Pazienza: nell’era dell’immagine, dove basta lo smalto a coprire ogni ruggine, tanto basta.
Appollaiata sulla spalla di un mastino, pure una gallinella può spernacchiare la volpe.
Se vogliamo vedere, è ben questo che ha fatto, la damigella nostra che, passeggiando nelle corti dei re, ebbe pure modo di rinnegare la radice sua, nello spregiare origine in un bel dire:
«Spesso sono molto felice di essere diventata francese!»
Pure io ora sono d’accordo, bella mia: nel bene e nel male, lo sputo nel piatto di casa mi schifa, e non vorrei che si attacchi al mio pane, quando passo la mollica per catturare il vile intingolo.
Ochetta giuliva, starnazza e vorrebbe spiccare volo e grida d’aquila:
«Nicolino mio, ascolta ammè: il Cesarino Battisti fallo scappare via, non darlo agli italioti; come abbiamo fatto con la Marinuccia, la Petrella, quella che rapì Moro, ricordi? Meno male che, con Valeriuccia, sorellina mia, ci è riuscito di tirarla fuori, altrimenti andava in depressione diventava anoressica. Il Battistino poi, è così…così…figo! C’ha il profumino dell’intellettuale e, a strusciarsi contro ti senti pure tu una cima…oh, scusa Nicoletto mio: non intendevo dire che tu sei basso.»
Ah, come staremmo, se in giro non ci fossero le Brune, ad impedirci d’essere inumani con gli assassini che, si sa: sono solo compagni.
Compagni che sbagliano.
Come gli gnocchi, anche gli stessi, al femminile, saltano subito a galla perché sono di un leggero che più non si può.
La legge del tondo, dove la faccia è pari all’altro polo: basta poco per diventare grandi dame;
Anzi, la migliore…la première stupiDAME.
Io, secondo me...08.01.2011
venerdì 7 gennaio 2011
giovedì 6 gennaio 2011
lunedì 3 gennaio 2011
Bananarìa
Ci ruberanno prima la libertà, poi lo spazio e, infine, tardi e se solo si alzerà il capo - zac! - pure il melone e la cotica.
Allora, sotto l’ombra delle nostre chiese ci saranno tante cotenne distese, con scritto a sangue le giaculatorie del profeta.
Il loro, ovviamente: l’ultimo, quello che vorrebbero fosse sigillo, suggello e tappo, dopo aver declassato il buon Gesù nostro, che si vedrebbe divenire zerbinotto del Maometto.
Ultimi arrivati, ecco l’ennesima versione degli "Über Alles" tentare di riscrivere la storia, non dal principio, ma da dove fa comodo: come la foglia che vorrebbe il mondo capovolto, per spacciarsi radice.
C’è chi ha edificato la casa e questi, arrivati quando già c’era chi aveva sgobbato, mettere sulla porta il proprio nome, sottolineato con il filo tagliente delle lame.
Mica sono andati in giro a predicare con carta e penna; mica hanno mollato una pecora, ma una bella volpe da pollaio; mica poi ti salutano con il fazzoletto e le lacrime agli occhi, se pensi d’esser capitato tra bingo-bongo e di voler andare via.
No: imboccato il vicolo cieco dell’evoluzione, ti portano ad estinzione, prima che lo faccia madre natura.
Nel mondo dell’uomo che è stato sulla Luna, e poi chissà, a vedere anche le stelle, ecco che c’è chi ti tira giù per le braghe, a far credere di quanto sia bello vivere tra le foglie e mangiando banane.
Vorrebbero infilarci la “bananarìa”, una serie di “addendum”, aderenze e appendici aggiunte man mano, a tappare i buchi di un libro che si vorrebbe inattaccabile;
Dio che si è fatto uomo, incarnandosi con Gesù, Allah che si è fatto testo incartato nel Corano:
la carne contro carta e inchiostro.
Il primo, a dare la speranza ad ogni uomo, fino al più umile e miserabile: l’altro che seleziona, azionando le lame della falciatrice.
All’”Homo Binallahdensis” Gesù, il suo messaggio, fa paura: ha fatto crollare un impero, quello di Roma, senza la spada e, se non passato a scolorina, pure gli riuscirebbe di arrugginire scimitarre e far impallidire mezzelune.
Tanta forza va zittita, con il fragore delle bombe e il rimbalzare di teste mozze.
Se anche l’ultimo si sentisse pari al primo, se pure la donna all’uomo, dove i tromboni avrebbero posto, nell’orchestra?
Neanche a parlarne, se altri volessero essere depositari di verità, che l’unica è custodita solo dai simili dell'imam del centro teologico Al Azhar, al Cairo: lo sceicco Ahmed Al Tayeb.
Una vita ad imparare a memoria una storia letta con il paraocchi.
Papa Benedetto XVI ha definito l’ultima strage, l'attentato della notte di Capodanno ad Alessandria, con più di venti morti: "Un vile gesto di morte che offende Dio e l’umanità intera" che, alla pari di altre, è “Vera e propria strategia di violenze che ha di mira i cristiani”;
il piano ormai è scoperto, sotto gli occhi di tutti: scacciare gli unici che possono far massa e paragone con loro;
per divenire “padrun de la melunera”, come si dice a Milano: unici proprietari della baracca dei cocomeri.
L’ Ahmed Al Tayeb dice: "No ad ingerenze del Vaticano”.
E già, altrimenti come mettere in atto l’opera meritoria di rendere i “cristiani obiettivi legittimi, e i centri della cristianità, organizzazioni e istituzioni, leader religiosi e i loro seguaci, bersagli legittimi dei mujahidin, ovunque si trovino”;
parole degli accoliti di Al Qaeda, che non possono suonare sgradite alle orecchie di Al Tayeb, che ora può tornare a dormire tra due guanciali di...foglie, dopo essere risalito sulla pianta, con la sua bananarìa.
Io, secondo me...03.01.2011
Allora, sotto l’ombra delle nostre chiese ci saranno tante cotenne distese, con scritto a sangue le giaculatorie del profeta.
Il loro, ovviamente: l’ultimo, quello che vorrebbero fosse sigillo, suggello e tappo, dopo aver declassato il buon Gesù nostro, che si vedrebbe divenire zerbinotto del Maometto.
Ultimi arrivati, ecco l’ennesima versione degli "Über Alles" tentare di riscrivere la storia, non dal principio, ma da dove fa comodo: come la foglia che vorrebbe il mondo capovolto, per spacciarsi radice.
C’è chi ha edificato la casa e questi, arrivati quando già c’era chi aveva sgobbato, mettere sulla porta il proprio nome, sottolineato con il filo tagliente delle lame.
Mica sono andati in giro a predicare con carta e penna; mica hanno mollato una pecora, ma una bella volpe da pollaio; mica poi ti salutano con il fazzoletto e le lacrime agli occhi, se pensi d’esser capitato tra bingo-bongo e di voler andare via.
No: imboccato il vicolo cieco dell’evoluzione, ti portano ad estinzione, prima che lo faccia madre natura.
Nel mondo dell’uomo che è stato sulla Luna, e poi chissà, a vedere anche le stelle, ecco che c’è chi ti tira giù per le braghe, a far credere di quanto sia bello vivere tra le foglie e mangiando banane.
Vorrebbero infilarci la “bananarìa”, una serie di “addendum”, aderenze e appendici aggiunte man mano, a tappare i buchi di un libro che si vorrebbe inattaccabile;
Dio che si è fatto uomo, incarnandosi con Gesù, Allah che si è fatto testo incartato nel Corano:
la carne contro carta e inchiostro.
Il primo, a dare la speranza ad ogni uomo, fino al più umile e miserabile: l’altro che seleziona, azionando le lame della falciatrice.
All’”Homo Binallahdensis” Gesù, il suo messaggio, fa paura: ha fatto crollare un impero, quello di Roma, senza la spada e, se non passato a scolorina, pure gli riuscirebbe di arrugginire scimitarre e far impallidire mezzelune.
Tanta forza va zittita, con il fragore delle bombe e il rimbalzare di teste mozze.
Se anche l’ultimo si sentisse pari al primo, se pure la donna all’uomo, dove i tromboni avrebbero posto, nell’orchestra?
Neanche a parlarne, se altri volessero essere depositari di verità, che l’unica è custodita solo dai simili dell'imam del centro teologico Al Azhar, al Cairo: lo sceicco Ahmed Al Tayeb.
Una vita ad imparare a memoria una storia letta con il paraocchi.
Papa Benedetto XVI ha definito l’ultima strage, l'attentato della notte di Capodanno ad Alessandria, con più di venti morti: "Un vile gesto di morte che offende Dio e l’umanità intera" che, alla pari di altre, è “Vera e propria strategia di violenze che ha di mira i cristiani”;
il piano ormai è scoperto, sotto gli occhi di tutti: scacciare gli unici che possono far massa e paragone con loro;
per divenire “padrun de la melunera”, come si dice a Milano: unici proprietari della baracca dei cocomeri.
L’ Ahmed Al Tayeb dice: "No ad ingerenze del Vaticano”.
E già, altrimenti come mettere in atto l’opera meritoria di rendere i “cristiani obiettivi legittimi, e i centri della cristianità, organizzazioni e istituzioni, leader religiosi e i loro seguaci, bersagli legittimi dei mujahidin, ovunque si trovino”;
parole degli accoliti di Al Qaeda, che non possono suonare sgradite alle orecchie di Al Tayeb, che ora può tornare a dormire tra due guanciali di...foglie, dopo essere risalito sulla pianta, con la sua bananarìa.
Io, secondo me...03.01.2011
sabato 1 gennaio 2011
Allahssassini
Li cercano, li stanano, li rincorrono e li abbattono, inermi e indifesi, innocenti e meravigliati come quaglie, lasciate libere in una riserva di caccia.
Perché questo è diventato il loro destino, ovunque sia il verbo di allah: il dio minore, beninteso, quello piccolo piccolo, che Bin Laden creò a sua immagine e somiglianza; quello che porta i gradi di generale, la fame di sangue e morte, la schiavitù e la mentalità di un mondo fatto di galline ovaiole e vacche da latte, da far divenire bistecche quando non più produttive.
Questo sarà – sarebbe – il mondo di “Bin Allahden”, qualora gli riuscisse di spuntarla.
Glie l’hanno giurata: “Cristiani obiettivi legittimi. Tutti i centri della cristianità, organizzazioni e istituzioni, leader religiosi e i loro seguaci sono bersagli legittimi dei mujahidin, ovunque si trovino”.
Dalle Filippine al Pakistan, dall’Iraq alla Turchia, dalla Somalia fino all’Egitto, solo un grido:
«Macellate, in nome di allahden!»
«E che ci possiamo fare?», direbbe il don Abbondio di manzoniana memoria.
«Il Papa non ha le armi, l'esercito e gli arsenali atomici, per non dire gli appoggi, di Israele né la possibilità di imporre sanzioni come l'America, le sue uniche armi sono il dialogo e la diplomazia, e solo con quelli può difendere i cristiani. E la sua diplomazia ("martirio della pazienza" ricordate?) sta salvando forse molte vite cristiane».
Caro don Abbondio, hai le tue ragioni: il coraggio non si può dare a chi non ce l’ha, ma ancora meno a chi pensa di risparmiare sul pellame con l’economia della prudenza;
diamo le nostre vergini al Minotauro, affinché non ci ingoi tutti quanti.
Peccato però, che l’appetito vien mangiando e, giacché la preda non mostra unghie, perché non affondare le proprie, nell’intera dispensa?
Come un pugile sul ring: comincia con alcuni colpi di assaggio, poi di assestamento e, quando vede che l’avversario è morbido, affonda i colpi e lo finisce.
Con le quaglie è ancora più facile.
«Ma qualora il Papa condannasse l'Islam, tutti i cristiani verrebbero uccisi dal giorno alla notte. il Papa e i sacerdoti del dialogo cercano di non aumentare quella cifra, già abbastanza terrificante», ribatterebbe l’Abbondio nostro.
Se avessimo a che fare con dei parassiti, si: avuta giusta razione, non infierirebbero, sino ad ammazzare la fonte del loro predare;
ma questi non sono parassiti: sono un cancro.
E non cadiamo nelle frescacce: non si condanna l’Islam, ma l’”Isladen”, che è altra cosa.
Pio “ics, i, i” o dodicesimo, applicò il martirio della pazienza, al “meglio Abbondiare che defungere”:
sei milioni di ebrei scomparvero nei forni crematori, contro quelle poche migliaia che gli riuscì di contrabbandare e che pure alla controparte andava bene, che il compromesso salvava la faccia a quelli e la coscienza al XII, il Pio.
Cero che, il pericolo sarebbe stato il vedere un Papa dietro il filo spinato, ma forse che solo ai più umili erano dovuti, in pasto ai leoni? Pure Pietro nostro, buon apostolo, rinnegò Gesù, ma poi non rifuggì il martirio: quello della pellaccia sua, beninteso, non della pazienza.
Tanto poco fa assai: pian piano il massacro sta diventando a due, tre cifre: a quando i grandi numeri?
La strage di Baghdad del 31 ottobre ha tolto la vita a oltre 50 persone nella chiesa siro-cattolica di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso.
Egitto: strage di cristiani, capodanno di sangue ad Alessandria d'Egitto, dove un'autobomba, esplosa davanti a una chiesa, alla fine della messa di mezzanotte, ha fatto ventuno morti e 8 feriti.
Napolitano: “Rispetto per le diversità”.
Messaggio forte, che certamente farà tremare Al Qaeda dalle fondamenta.
Il Papa: “Servono azioni concrete”.
Azioni concrete?
Il dialogo, la diplomazia, "martirio della pazienza”, da sole sembrano non bastare.
Alle vergini abbiamo aggiunto le quaglie, ma ancora il MInotauro ha fame.
Meglio Abbondiare che defungere?
Forse l’altro morirà dal mal di pancia: dal ridere, certo, se non per l’indigestione.
Duemila anni di storia, una Bibbia non certo ultima arrivata: basta fare le trombette di allahden e dei suoi allahssassini!
Io, secondo me...01.01.2011
Perché questo è diventato il loro destino, ovunque sia il verbo di allah: il dio minore, beninteso, quello piccolo piccolo, che Bin Laden creò a sua immagine e somiglianza; quello che porta i gradi di generale, la fame di sangue e morte, la schiavitù e la mentalità di un mondo fatto di galline ovaiole e vacche da latte, da far divenire bistecche quando non più produttive.
Questo sarà – sarebbe – il mondo di “Bin Allahden”, qualora gli riuscisse di spuntarla.
Glie l’hanno giurata: “Cristiani obiettivi legittimi. Tutti i centri della cristianità, organizzazioni e istituzioni, leader religiosi e i loro seguaci sono bersagli legittimi dei mujahidin, ovunque si trovino”.
Dalle Filippine al Pakistan, dall’Iraq alla Turchia, dalla Somalia fino all’Egitto, solo un grido:
«Macellate, in nome di allahden!»
«E che ci possiamo fare?», direbbe il don Abbondio di manzoniana memoria.
«Il Papa non ha le armi, l'esercito e gli arsenali atomici, per non dire gli appoggi, di Israele né la possibilità di imporre sanzioni come l'America, le sue uniche armi sono il dialogo e la diplomazia, e solo con quelli può difendere i cristiani. E la sua diplomazia ("martirio della pazienza" ricordate?) sta salvando forse molte vite cristiane».
Caro don Abbondio, hai le tue ragioni: il coraggio non si può dare a chi non ce l’ha, ma ancora meno a chi pensa di risparmiare sul pellame con l’economia della prudenza;
diamo le nostre vergini al Minotauro, affinché non ci ingoi tutti quanti.
Peccato però, che l’appetito vien mangiando e, giacché la preda non mostra unghie, perché non affondare le proprie, nell’intera dispensa?
Come un pugile sul ring: comincia con alcuni colpi di assaggio, poi di assestamento e, quando vede che l’avversario è morbido, affonda i colpi e lo finisce.
Con le quaglie è ancora più facile.
«Ma qualora il Papa condannasse l'Islam, tutti i cristiani verrebbero uccisi dal giorno alla notte. il Papa e i sacerdoti del dialogo cercano di non aumentare quella cifra, già abbastanza terrificante», ribatterebbe l’Abbondio nostro.
Se avessimo a che fare con dei parassiti, si: avuta giusta razione, non infierirebbero, sino ad ammazzare la fonte del loro predare;
ma questi non sono parassiti: sono un cancro.
E non cadiamo nelle frescacce: non si condanna l’Islam, ma l’”Isladen”, che è altra cosa.
Pio “ics, i, i” o dodicesimo, applicò il martirio della pazienza, al “meglio Abbondiare che defungere”:
sei milioni di ebrei scomparvero nei forni crematori, contro quelle poche migliaia che gli riuscì di contrabbandare e che pure alla controparte andava bene, che il compromesso salvava la faccia a quelli e la coscienza al XII, il Pio.
Cero che, il pericolo sarebbe stato il vedere un Papa dietro il filo spinato, ma forse che solo ai più umili erano dovuti, in pasto ai leoni? Pure Pietro nostro, buon apostolo, rinnegò Gesù, ma poi non rifuggì il martirio: quello della pellaccia sua, beninteso, non della pazienza.
Tanto poco fa assai: pian piano il massacro sta diventando a due, tre cifre: a quando i grandi numeri?
La strage di Baghdad del 31 ottobre ha tolto la vita a oltre 50 persone nella chiesa siro-cattolica di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso.
Egitto: strage di cristiani, capodanno di sangue ad Alessandria d'Egitto, dove un'autobomba, esplosa davanti a una chiesa, alla fine della messa di mezzanotte, ha fatto ventuno morti e 8 feriti.
Napolitano: “Rispetto per le diversità”.
Messaggio forte, che certamente farà tremare Al Qaeda dalle fondamenta.
Il Papa: “Servono azioni concrete”.
Azioni concrete?
Il dialogo, la diplomazia, "martirio della pazienza”, da sole sembrano non bastare.
Alle vergini abbiamo aggiunto le quaglie, ma ancora il MInotauro ha fame.
Meglio Abbondiare che defungere?
Forse l’altro morirà dal mal di pancia: dal ridere, certo, se non per l’indigestione.
Duemila anni di storia, una Bibbia non certo ultima arrivata: basta fare le trombette di allahden e dei suoi allahssassini!
Io, secondo me...01.01.2011
mercoledì 29 dicembre 2010
Partigiano Reggiano
«Se perdo, vado in Africa e non mi vedrete più!»
Per un momento, l’intero continente nero tremò: pure il bestiario dell’intera savana ebbe un attimo di smarrimento;
zebre e gnu, bufali e leoni, giraffe, elefanti, ippopotami, gazzelle e quanto ebbe respiro, nell’erba, sull’acqua e sotto, si mise in allarme, a fiutar l’aria, come a cercare di capire da dove sarebbe arrivata la disgrazia.
Tamburi di guerra riecheggiarono nei vasti spazi, mentre i guerrieri raccoglievano le loro zagaglie, gli scudi, le cerbottane e le pesanti scuri da guerra.
Tutti, ma proprio tutti si misero sulla difensiva, promettendo di vendere care la pelle.
Poi, così come si era annunciata, la minaccia sparì.
Da buon politico, come la banderuola sul cocuzzolo del tetto, cambiò il vento e pure opinione.
L’Africa tornò alla normalità e la gazzella, come la zebra e la giraffa, ringraziò il cielo di aver da temere, per la giugulare, solo i canini della leonessa.
Peggio andò a noi, che il Veltroni lo dovemmo tenere e, addirittura, voci di portineria lo danno ancora per candidato al timone di quella nave, che già portò ad incaglio sugli scogli.
Beh, non è colpa di nessuno: quando i dinosauri furono a far l’appello con il contagocce, altra scelta non ebbero che pescare nel sacco della miseria.
L’unica speranza, per gli italiani saranno le montagne, sempre che il caro “Uòlter“ della foresta ancora ne senta il richiamo.
«Dobbiamo stare tutti assieme. Siamo in emergenza democratica e dalla storia ci viene un insegnamento!»
‘azzarola: venti di guerra incombono!
Dario Franceschini, capogruppo alla camera, ex democristiano e tanto altro, pure lui rottame da incaglio, sulla barriera corallina berlusconiana, chiama a raccolta i Panda e di quanti hanno imboccato ottusamente il ramo evolutivo cieco, quello che porta all’estinzione del meno adatto e incompetente a rimodellarsi all’ambiente che, nel frattempo, è andato modificando.
Disarma veramente quest’incapacità, tanta ignoranza nel non vedere quanto inutili sono i vecchi modelli, per combattere e sopravvivere nel mondo della savana politica.
«Quando le nostre madri e i nostri padri erano sulle montagne a fare la resistenza, prima di fare le azioni delle brigate partigiane non si chiedevano: Sei liberale? Sei comunista? Sei democristiano? Sei per la repubblica o per la monarchia? Prima liberarono il paese.»
Riecco il Panda, che propone al resto del mondo l’unica dieta che conosce: no, non quella del bambù, ma del macinare Berlusconi;
Bersani, l’altro orsetto, non è stato da meno...l’ultima in ordine di tempo, per un parlato e un’apparizione catodica del cavaliere:
«[...] ha occupato la televisione per due ore e mezzo, come solo Kim il Sung e Lukashenko!»
Porca miseria, ecco il bue che da del cornuto all’asino: due nomi, due comunisti che più non si può, prodotto di quella cultura a cui il nostro Piergiggi ha donato i migliori anni della sua vita!
Dario nostro continua a farsi del male:
«Prima chiudere con il berlusconismo, poi tornare al confronto civile.»
Della serie: meniamo lui, poi torneremo a fare a botte tra noi, come ai vecchi tempi.
No, non credo che il suo accorato appello farà presa sul Uòlter d’Africa e sui tanti che, sputato nel piatto dove mangiavano, ben si guardarono dall'emigrare altrove: né nel continente nero, men che meno in quello rosso, dei Gulag, delle purghe e della fredda Siberia.
«Bisogna trasmettere un messaggio di cambiamento: il verbo principale del centrosinistra non è difendere, ma cambiare.»
Questo diceva il Veltroni, ai tempi delle avvisaglie, delle bastonate che erano presto seguite.
Veltroni, Franceschini, Bersani...il ritorno di Veltroni: i sussurri e le grida lo danno per riemerso dal sepolcro.
Sicuramente, dopo essere stato avvolto nel lenzuolo della bandiera rossa, su questo c’è rimasta traccia del risorto.
Veltroni, Franceschini, Bersani...i Panda si contano e recuperano nell’abbondanza dell’urna, quella cineraria, per scegliere le vecchie ossa da ripescare.
«Bisogna trasmettere un messaggio di cambiamento: il verbo principale del centrosinistra non è difendere, ma cambiare.»
Berlusconi è vecchio d’anagrafe, con quindici anni di politica: i nuovi giovani, di manovalanza vanno dai trenta ai quaranta, di militanza in stessa ditta.
Come ripete l’operosa donna di casa: per quanto si pulisce, la polvere ritorna!
Io, secondo me...29.12.2010
Per un momento, l’intero continente nero tremò: pure il bestiario dell’intera savana ebbe un attimo di smarrimento;
zebre e gnu, bufali e leoni, giraffe, elefanti, ippopotami, gazzelle e quanto ebbe respiro, nell’erba, sull’acqua e sotto, si mise in allarme, a fiutar l’aria, come a cercare di capire da dove sarebbe arrivata la disgrazia.
Tamburi di guerra riecheggiarono nei vasti spazi, mentre i guerrieri raccoglievano le loro zagaglie, gli scudi, le cerbottane e le pesanti scuri da guerra.
Tutti, ma proprio tutti si misero sulla difensiva, promettendo di vendere care la pelle.
Poi, così come si era annunciata, la minaccia sparì.
Da buon politico, come la banderuola sul cocuzzolo del tetto, cambiò il vento e pure opinione.
L’Africa tornò alla normalità e la gazzella, come la zebra e la giraffa, ringraziò il cielo di aver da temere, per la giugulare, solo i canini della leonessa.
Peggio andò a noi, che il Veltroni lo dovemmo tenere e, addirittura, voci di portineria lo danno ancora per candidato al timone di quella nave, che già portò ad incaglio sugli scogli.
Beh, non è colpa di nessuno: quando i dinosauri furono a far l’appello con il contagocce, altra scelta non ebbero che pescare nel sacco della miseria.
L’unica speranza, per gli italiani saranno le montagne, sempre che il caro “Uòlter“ della foresta ancora ne senta il richiamo.
«Dobbiamo stare tutti assieme. Siamo in emergenza democratica e dalla storia ci viene un insegnamento!»
‘azzarola: venti di guerra incombono!
Dario Franceschini, capogruppo alla camera, ex democristiano e tanto altro, pure lui rottame da incaglio, sulla barriera corallina berlusconiana, chiama a raccolta i Panda e di quanti hanno imboccato ottusamente il ramo evolutivo cieco, quello che porta all’estinzione del meno adatto e incompetente a rimodellarsi all’ambiente che, nel frattempo, è andato modificando.
Disarma veramente quest’incapacità, tanta ignoranza nel non vedere quanto inutili sono i vecchi modelli, per combattere e sopravvivere nel mondo della savana politica.
«Quando le nostre madri e i nostri padri erano sulle montagne a fare la resistenza, prima di fare le azioni delle brigate partigiane non si chiedevano: Sei liberale? Sei comunista? Sei democristiano? Sei per la repubblica o per la monarchia? Prima liberarono il paese.»
Riecco il Panda, che propone al resto del mondo l’unica dieta che conosce: no, non quella del bambù, ma del macinare Berlusconi;
Bersani, l’altro orsetto, non è stato da meno...l’ultima in ordine di tempo, per un parlato e un’apparizione catodica del cavaliere:
«[...] ha occupato la televisione per due ore e mezzo, come solo Kim il Sung e Lukashenko!»
Porca miseria, ecco il bue che da del cornuto all’asino: due nomi, due comunisti che più non si può, prodotto di quella cultura a cui il nostro Piergiggi ha donato i migliori anni della sua vita!
Dario nostro continua a farsi del male:
«Prima chiudere con il berlusconismo, poi tornare al confronto civile.»
Della serie: meniamo lui, poi torneremo a fare a botte tra noi, come ai vecchi tempi.
No, non credo che il suo accorato appello farà presa sul Uòlter d’Africa e sui tanti che, sputato nel piatto dove mangiavano, ben si guardarono dall'emigrare altrove: né nel continente nero, men che meno in quello rosso, dei Gulag, delle purghe e della fredda Siberia.
«Bisogna trasmettere un messaggio di cambiamento: il verbo principale del centrosinistra non è difendere, ma cambiare.»
Questo diceva il Veltroni, ai tempi delle avvisaglie, delle bastonate che erano presto seguite.
Veltroni, Franceschini, Bersani...il ritorno di Veltroni: i sussurri e le grida lo danno per riemerso dal sepolcro.
Sicuramente, dopo essere stato avvolto nel lenzuolo della bandiera rossa, su questo c’è rimasta traccia del risorto.
Veltroni, Franceschini, Bersani...i Panda si contano e recuperano nell’abbondanza dell’urna, quella cineraria, per scegliere le vecchie ossa da ripescare.
«Bisogna trasmettere un messaggio di cambiamento: il verbo principale del centrosinistra non è difendere, ma cambiare.»
Berlusconi è vecchio d’anagrafe, con quindici anni di politica: i nuovi giovani, di manovalanza vanno dai trenta ai quaranta, di militanza in stessa ditta.
Come ripete l’operosa donna di casa: per quanto si pulisce, la polvere ritorna!
Io, secondo me...29.12.2010
sabato 25 dicembre 2010
giovedì 23 dicembre 2010
martedì 21 dicembre 2010
lunedì 20 dicembre 2010
Ascoltaammè
Caro Pier Luigi, Bersan contrario, capisci ammè;
ti scrivo questa letterina, a te che sei nato in Bettola, in quel 29 settembre del 1951, sotto una stella...rossa: rispondimi però, che né Babbo Natale, né Gesù Bambino l’hanno fatto, in quest’anno del cavolo, dove sotto la vecchia quercia mi troverò sicuramente del carbone e nessun regalo.
Almeno tu, accendi il mio sol dell’avvenire, che da un bel rosso vivo è passato al rosa e poi ad un colorito cadaverico, slavato e smunto. Fammi un piccolo regalo, non mi deludere.
Ascoltaammè.
Non ti sposare, con quello là: è un bruto, rozzo, volgare, che non conosce l’italiano;
è animalesco e violento, tanto che, del prossimo, usa dire: «Io a quello lo sfascio!»
Quando si arrabbia, smozzica, borbotta, singhiozza e incespica, che la grammatica è come sasso d’inciampo: s’infuria, batte in testa e fa come la macchina, che cammina a sobbalzi e singulti quando c’ha il filtro dell’aria intasato.
Quello ti vuole solo fottere, Pier Luigi mio.
Ascoltaammè.
Appena sfornato, al battesimo, l’avevano già classificato per quel che sarebbe diventato:
«Tu sei Di Pietro, e con questa testa di pietra edificherai tanti appartamenti!»
Il pelo gli è cresciuto dappertutto, in special modo sullo stomaco;
non ha pietà né sentimento: quello tratta il mondo come il contadino, quando accoppa il coniglio, lo attacca per la zampa e lo spella, dal culo alla testa.
Quel che gli difetta in intelligenza, la natura l’ha compensato in furbizia.
Entra in politica, come la faina nel pollaio.
Il volpone fonda un partitello, che gestisce come il mandriano la stalla: lui comanda e foraggia, gli altri pascolano, ma lui poi li munge.
Scarpe grosse, ma cervello fino, traffica meglio e più di altri, ma non è così fesso da farsi prendere con le mani nel sacco: ai tempi di "mani pulite - bei tempi da manettaro, quando aveva diritto di vita e di morte su tutti, che sparando a lupara, con la rosa di pallini qualche colpevole lo prendeva, ma tanti innocenti ha tritato - allora, dicevo, ha imparato il mestiere;
dagli errori degli altri, ha capito il meccanismo di come spennare le galline senza farsi sparare dal fattore.
Forse il ruvido s’è fatto troppi nemici, e le malelingue inseguono il buttero con lingua ingrassata di pasta abrasiva, ma il barcone, è piccolo e la gente mormora.
Leggo di lui che ha comprato appartamenti affittandoli a quelli del suo partito: in pratica si paga il mutuo con quello.
Mica scimunito, vè.
Ancora seguo nella lettura delle gesta dell’eroe, che ti propone - caro Pier Luigi - di andare a letto con lui.
Pierotto, hai presente la presa per i fondelli, quella della sovvenzione ai partiti, che poi hanno aggirato il plebiscito popolare che non lo voleva, cambiandogli d’abito e nome, passandolo per “rimborso elettorale”?
Questa parte la conosci pure tu, visto che ci campi anche con quello.
Beh, sembra che il nostro abbia superato se stesso nel dirottare tanta abbondanza.
Il rischio di tutto è che, se il partito chiude o cambia pelle, iniziano le beghe per spartirsi la ricca pastura.
Ma lui mica è scemo: crea una fondazione, con lo steso nome del partito, e ci dirotta il grano;
sai, Luigino mio, chi tiene la borsa? Bravo, hai indovinato: l’Antonio, la moglie e un’amica.
E sai chi certifica i bilanci: lui!
Dai, Gigino, dimmi: se un domani chiudesse la baracca, o nascesse una serpe in seno che dovesse mandarlo fuori dalle palle, dove resterebbe arenato tanto ben di Dio?
Capisci ammè, Pier: non gliela dare, che quello ti frega tutto il partito, oltre che le mutande!
Quello alla libertà della Magistratura ci tiene come banco di mutuo soccorso: io do una mano a te e tu lavi la mia, che se fosse stato Berlusconi a trafficare così, avrebbero coinvolto anche la Santa Inquisizione!
La legge, si dice, è uguale per tutti, ma chi impasta gli ingredienti, gli dà la forma che vuole, alla torta.
Caro Piergigi, io e te siamo siamo agli antipodi: io alla scuola di Mosca, per fortuna, non ci sono mai andato.
Ma mi fai tenerezza, che con Veltroni e Franceschini, hai la maglia nera dei trombati.
Sei come una rana in una pentola d’acqua con sotto il fuoco: sei contento del calduccio e non senti l’odore dell’arrosto, del fumo e della legna.
Come lo stufato, sei a cotture lenta.
Dai, salta fuori, uno scatto di reni e - oplà! - tonico e pimpante, come quando ti sei fatto due rampe di scale e sei salito sul tetto, dove manifestava gente che c’aveva i suoi calli da curare;
bello come il sol dell’avvenire, con le maniche della camicia tirate all’insù e il “cigarillo” sbuffante, all’angolo della bocca: una via di mezzo tra la caricatura di Obama e il surrogato di Fidel Castro.
Sai cosa ti ha fregato? La piazza!
No, non quella della gente, ma quella della “fronte alta”, altrimenti detta “pelata”;
parevi uno che aveva perso il parrucchino, nella volata sul cocuzzolo della palazzina.
Diciamocelo, papale papale: non c’hai il “Phisique du Role”, ovvero fisico per il ruolo.
Di Obama ti manca l’abbronzatura - è normale: tu sei...rosso - e di Fidel, la statura.
Sei l’immagine dell’eterno perdente, dal sapore pari all’acqua senza sale;
Di Pietro c’ha le palle, Berlusconi la faccia e pure più capelli, anche se riportati, infilzati uno per uno;
Fini c’ha la sua bionda, anche se sul groppone la famiglia di lei, da mantenere e ingrassare;
Casini, beh...nomen omen, il nome è un presagio;
Fassino da del filo da torcere a tutti mentre D’Alema c’ha la barca e belle scarpette di vacchetta;
a te, le scarpette invece, rischia di fartele Rienzi, vigoroso torello di tua stessa mandria e sindaco di Firenze.
Dai, male che va ti aspetta una pensione dorata, il Lambrusco e una bella piadina ripiena di culatello, magari regalato da Vendola.
Occhio alle spalle, che non sarà il Berlusca stavolta a darti una bruciante sconfitta!
Ascoltaammè.
Io, secondo me...20.12.2010
ti scrivo questa letterina, a te che sei nato in Bettola, in quel 29 settembre del 1951, sotto una stella...rossa: rispondimi però, che né Babbo Natale, né Gesù Bambino l’hanno fatto, in quest’anno del cavolo, dove sotto la vecchia quercia mi troverò sicuramente del carbone e nessun regalo.
Almeno tu, accendi il mio sol dell’avvenire, che da un bel rosso vivo è passato al rosa e poi ad un colorito cadaverico, slavato e smunto. Fammi un piccolo regalo, non mi deludere.
Ascoltaammè.
Non ti sposare, con quello là: è un bruto, rozzo, volgare, che non conosce l’italiano;
è animalesco e violento, tanto che, del prossimo, usa dire: «Io a quello lo sfascio!»
Quando si arrabbia, smozzica, borbotta, singhiozza e incespica, che la grammatica è come sasso d’inciampo: s’infuria, batte in testa e fa come la macchina, che cammina a sobbalzi e singulti quando c’ha il filtro dell’aria intasato.
Quello ti vuole solo fottere, Pier Luigi mio.
Ascoltaammè.
Appena sfornato, al battesimo, l’avevano già classificato per quel che sarebbe diventato:
«Tu sei Di Pietro, e con questa testa di pietra edificherai tanti appartamenti!»
Il pelo gli è cresciuto dappertutto, in special modo sullo stomaco;
non ha pietà né sentimento: quello tratta il mondo come il contadino, quando accoppa il coniglio, lo attacca per la zampa e lo spella, dal culo alla testa.
Quel che gli difetta in intelligenza, la natura l’ha compensato in furbizia.
Entra in politica, come la faina nel pollaio.
Il volpone fonda un partitello, che gestisce come il mandriano la stalla: lui comanda e foraggia, gli altri pascolano, ma lui poi li munge.
Scarpe grosse, ma cervello fino, traffica meglio e più di altri, ma non è così fesso da farsi prendere con le mani nel sacco: ai tempi di "mani pulite - bei tempi da manettaro, quando aveva diritto di vita e di morte su tutti, che sparando a lupara, con la rosa di pallini qualche colpevole lo prendeva, ma tanti innocenti ha tritato - allora, dicevo, ha imparato il mestiere;
dagli errori degli altri, ha capito il meccanismo di come spennare le galline senza farsi sparare dal fattore.
Forse il ruvido s’è fatto troppi nemici, e le malelingue inseguono il buttero con lingua ingrassata di pasta abrasiva, ma il barcone, è piccolo e la gente mormora.
Leggo di lui che ha comprato appartamenti affittandoli a quelli del suo partito: in pratica si paga il mutuo con quello.
Mica scimunito, vè.
Ancora seguo nella lettura delle gesta dell’eroe, che ti propone - caro Pier Luigi - di andare a letto con lui.
Pierotto, hai presente la presa per i fondelli, quella della sovvenzione ai partiti, che poi hanno aggirato il plebiscito popolare che non lo voleva, cambiandogli d’abito e nome, passandolo per “rimborso elettorale”?
Questa parte la conosci pure tu, visto che ci campi anche con quello.
Beh, sembra che il nostro abbia superato se stesso nel dirottare tanta abbondanza.
Il rischio di tutto è che, se il partito chiude o cambia pelle, iniziano le beghe per spartirsi la ricca pastura.
Ma lui mica è scemo: crea una fondazione, con lo steso nome del partito, e ci dirotta il grano;
sai, Luigino mio, chi tiene la borsa? Bravo, hai indovinato: l’Antonio, la moglie e un’amica.
E sai chi certifica i bilanci: lui!
Dai, Gigino, dimmi: se un domani chiudesse la baracca, o nascesse una serpe in seno che dovesse mandarlo fuori dalle palle, dove resterebbe arenato tanto ben di Dio?
Capisci ammè, Pier: non gliela dare, che quello ti frega tutto il partito, oltre che le mutande!
Quello alla libertà della Magistratura ci tiene come banco di mutuo soccorso: io do una mano a te e tu lavi la mia, che se fosse stato Berlusconi a trafficare così, avrebbero coinvolto anche la Santa Inquisizione!
La legge, si dice, è uguale per tutti, ma chi impasta gli ingredienti, gli dà la forma che vuole, alla torta.
Caro Piergigi, io e te siamo siamo agli antipodi: io alla scuola di Mosca, per fortuna, non ci sono mai andato.
Ma mi fai tenerezza, che con Veltroni e Franceschini, hai la maglia nera dei trombati.
Sei come una rana in una pentola d’acqua con sotto il fuoco: sei contento del calduccio e non senti l’odore dell’arrosto, del fumo e della legna.
Come lo stufato, sei a cotture lenta.
Dai, salta fuori, uno scatto di reni e - oplà! - tonico e pimpante, come quando ti sei fatto due rampe di scale e sei salito sul tetto, dove manifestava gente che c’aveva i suoi calli da curare;
bello come il sol dell’avvenire, con le maniche della camicia tirate all’insù e il “cigarillo” sbuffante, all’angolo della bocca: una via di mezzo tra la caricatura di Obama e il surrogato di Fidel Castro.
Sai cosa ti ha fregato? La piazza!
No, non quella della gente, ma quella della “fronte alta”, altrimenti detta “pelata”;
parevi uno che aveva perso il parrucchino, nella volata sul cocuzzolo della palazzina.
Diciamocelo, papale papale: non c’hai il “Phisique du Role”, ovvero fisico per il ruolo.
Di Obama ti manca l’abbronzatura - è normale: tu sei...rosso - e di Fidel, la statura.
Sei l’immagine dell’eterno perdente, dal sapore pari all’acqua senza sale;
Di Pietro c’ha le palle, Berlusconi la faccia e pure più capelli, anche se riportati, infilzati uno per uno;
Fini c’ha la sua bionda, anche se sul groppone la famiglia di lei, da mantenere e ingrassare;
Casini, beh...nomen omen, il nome è un presagio;
Fassino da del filo da torcere a tutti mentre D’Alema c’ha la barca e belle scarpette di vacchetta;
a te, le scarpette invece, rischia di fartele Rienzi, vigoroso torello di tua stessa mandria e sindaco di Firenze.
Dai, male che va ti aspetta una pensione dorata, il Lambrusco e una bella piadina ripiena di culatello, magari regalato da Vendola.
Occhio alle spalle, che non sarà il Berlusca stavolta a darti una bruciante sconfitta!
Ascoltaammè.
Io, secondo me...20.12.2010
venerdì 17 dicembre 2010
Rosso di sera
Rosso di sera, bel tempo si spera...
Stavolta però, non ha fatto a tempo ad imbrunire, che già la feccia e il bestiario dei centri sociali comincia la festa: al posto delle fette di panettone, generose razioni di porfido sanpietrino, in tocchetti da un chilo e più al pezzo.
Sembra che siano particolarmente graditi dalle zucche di poliziotti che carabinieri, a cui era dedicato gradito omaggio;
senza lesinare, se una cattiva mira magari intercettava pure la testa di qualche povero, innocente e ignaro passante, convinto di girare per una città e non nel bel mezzo della terra di nessuno, in una guerra di trincea.
Si erano ben preparati, i delicati virgulti, coltivati nei vivai dei sinistri, i cui istruttori saranno pure entrati nei salotti della democrazia, ma rimangono portatori insani d’impronta e riflessi condizionati, assimilati in gioventù da studi di scuola moscovita.
Come avere messo giacca e cravatta alla scimmia di Tarzan; tanto non basta a cambiare sostanza solo pennellandone la forma.
I bracci armati di costoro, brace cui, all’occorrenza, soffiar sopra per farne fiamme da incendio, mandrie di vacche a cui basta solo urlare all’orecchio per farle zoccolare impazzite, contro il nemico, questi, dicevo, non sono stati neppure stavolta sordi alle urla di dolore e rabbia dei loro mandriani.
Roma storica aveva subito la caduta e i saccheggi, per mano di barbari e torme di mercenari in razzia, ma venivano da fuori, mentre questi sono parassiti cresciuti sul suo pelo, ingrassati dal suo sangue, metastasi che radicano e suggono del sudore dell’altrui lavoro, che vogliono, ma non offrono nulla.
La loro civiltà è il manganello, il concetto di purezza deriva dalle purghe, quello di rettitudine, dal bastone, la voce dalle bombe e lo slancio dal lancio di porfidi e graniti e il senso di pulizia, se l'avessero, sarebbero per quella etnica.
Mentre attorno mulinava una serie d’eventi che andavano dai roghi alla frantumazione d’ogni bene, dall’assalto fisico alla ricerca del linciaggio alla divisione cranica, uno di costoro, apostrofato da un giornalista, che diceva che quella era violenza allo stato puro, replicava che “la violenza vera era altrove, non lì”, riferendosi alle votazioni di Camera e Senato, dove chi non la pensava come loro era sopravvissuto al voto di sfiducia, contro ogni previsione che, dalla rosea dei terroristi nella piazza convinti della vittoria, sconfinava ormai nella rossa, di rabbia e di voglia di porporino sangue, dopo l’ennesima mazzolata.
Questi figli del sei politico, inetti, incapaci, inutili, zotici, allo stato brado e con cervello fermo al rettiliano e di reazione pari a quella di un interruttore della luce, hanno dato il meglio nel loro peggio, nel presentare “gioiosa macchina da guerra”.
Bella la reazione di quelli che cascano dal pero, fingendo ignoranza, se non invece possedendola, quando intravedendo, nei filmati, “l’uomo dal giubbotto beige”, con delle manette e prima accanto agli agenti, e poi che si scaglia contro i blindati degli stessi, azzardano:
“Sono infiltrati pagati; tutto un complotto, uno sputtanamento preparato ad arte, degenerazione pilotata dalle forze dell’ordine stesse o, peggio, dal ministro dell’interno in persona”.
Il tizio poi, fermato ed identificato dalla questura, si presenta per quello che è, e matrice di quello che sono questi animali: un noto e conosciuto estremista di sinistra, con una fedina lunga più della carta igienica Scottex!!
Non posso, a questo punto, non ricordare la veemenza di quelli che urlarono quasi al tentativo di colpo di stato, quando si decise di mettere in campo l’esercito, per pattugliare e aiutare le altre forze dell’ordine sul territorio, per contenere uno stato di criminalità e violenza che sempre più tendeva all’iperbole.
Allora spuntarono fuori le menti eccelse, il miglior caravanserraglio dell’intelligenza di sinistra, quella che “legge libri e giornali”, a dar a credere che c’era nell’aria odor di camicia nera e marcia su Roma.
Oggi, la marcia su Roma l’hanno fatta in camicia rossa e le forze che potrebbero minacciare lo Stato sono di quel colore.
Giusto per ricordare i mestatori d’allora, cattivi maestri e i mantici d’oggi, riporto quanto scrissi, che basta cambiare il nero con il rosso e i conti tornano.
...
Era il lontano 13 di agosto dell’anno del Signore 2008, quando mi ritrovai a scrivere “Ritorno di...fiamma”, a prendere per il culo il buon Umberto Eco, cima certo, per quanto riguarda intelletto, ma di rapa quando entra in pascoli non suoi, ed ecco...anzi, eco:
La fiamma risale, dentro la lancia del cannello:
POP !
Un piccolo scoppiettio e si spegne, ad impedire che il continuo del ritorno arrivi al miscelatore e poi, su su, fino alle bombole d'ossigeno e gas combustibile, rendendo la situazione alquanto esplosiva;
senza quel POP ! liberatorio, il Beppe Fontana la penna non sarebbe qui ad usarla, che l'avrebbe avuta bruciata, assieme alla buccia.
Ai tempi, quando cominciai con il lavoro d'officina, usando la saldatura ossiacetilenica, i vecchi c'intimorivano con i racconti di rovinosi botti, di cui erano stati testimoni: un poco per spaventarci, un poco per ammonire, a non prendere sottogamba i rischi che il lavoro comportava.
Oggi, il massimo rischio è che la stilografica mi perda inchiostro nel taschino della camicia immacolata.
Certo, erano i tempi de "Carlo Cudega";
Oh, scusate, anche questo è un termine del mio giurassico, a rispolverare e richiamare ere ancora più lontane, quando gli uomini usavano lisciarsi i capelli utilizzando del grasso di maiale ( ovvero, la cotenna, la "codega" ) sul codino, per mantenerlo compatto e lucido.
Madonna mia, mi sto facendo melanconico che, con il passare degli anni, mi si allunga il dietro e s'accorcia il davanti...
non siate maliziosi: è riferito alle misure del vissuto e dell'aspettativa di vita.
"All'armi! All'armi !
All'armi siam Fascisti !
Noi siam del fascio la falange ardita
[...]
abbiam con noi la forza e l'ardimento,
che ci fa fieri all'ora del cimento".
No, non è un rigurgito, un ritorno di fiamma...tricolore: solo un...Eco di rimbalzo.
- «[...] ci sono fascisti al governo. Rinasco rinasco nel millenovecentoquaranta !»
Mizziga, allora c'è proprio arrivata al collo;
questo non lo dice un qualsiasi bao-bao-micio-micio, ma un Santone, un Guru, un Illuminato, un Maestro, anzi, il Messia: l'Umberto Eco, fior fiore dell'Intellighenzia letteraria e pure comunista, che ha una storia ancora più truculenta di tutto il peggio del passato messo assieme.
- «[...] non più esattamente fascisti, ma che importa, si sa che la storia si dà una prima volta in forma di tragedia e una seconda in forma di farsa».
Dalla piazza...rossa sale l'invocazione all'Eco di Carlo Cudega: "E mò facce ride !!!"
L'Umbertino agita sonagli e campanelli, a far buffone per Sovrano proletario.
- «[...] ricordo con tenerezza le notti passate nel rifugio antiaereo [...] un sotterraneo umido, tutto in cemento armato, illuminato da lampadine fioche [...] mentre sopra le nostre teste esplodevano colpi sordi che non sapevamo se fossero della contraerea o delle bombe».
Io glielo avevo raccomandato al Gianfranco Fini, di Alleanza Nazionale, ora Presidente della Camera, in quel di Montecitorio:
- «'A Frà, batti piano il martelletto, che qualcuno sicuramente n'esce rintronato da quei colpi sordi; fai cambiare le lampadine, che mi sembrano un poco fioche e arieggia la camera, che c'è umidità !»
Intanto la pentola di fagioli continua a sobbollire:
- «[...] siamo disposti ad accettare tutto ciò che ci ricordi gli orribili anni [...] è il tributo che paghiamo alla nostra vecchiaia».
Ussignùr, l'Eco è rimasto come la puntina del grammofono: ferma, incantata sul disco, a ripetere stesso motivetto all'infinito.
- «[...] le città a quell'epoca? Buie di notte».
Ho capito: l'Umby rimpiange il sol dell'avvenire, che era gratis, costava meno che la bolletta dell'Enel.
- «[...] era percorsa da reparti militari [...] nelle metropoli passavano continuamente manipoli e ronde di marò della San Marco o di Brigate Nere [...] armati sino ai denti [...] CITTÀ MILITARIZZATA».
Non ci vuole molto a capire dove vuole andare a parare il tipo:
vuole insinuare un parallelo tra i soldatini del fascio d'allora e i militari d'oggi, che presidiano le città con Polizia e Carabinieri, per la nostra sicurezza;
- «[...] vedo REPARTI DELL'ESERCITO, BENE ARMATI e CON TUTE MIMETICHE, anche sui marciapiedi delle nostre città».
da parte mia ho solo una cosa da dire:
- «Grazie ragazzi, di tutte le armi, che il vedervi assieme mi rassicura ancora di più, in special modo quelli che non sono "soldatini" da esposizione, ma soldati che collaborano a migliorare e preservare la nostra vita e incolumità.
E poi, Umby, non dire pirlate: in Piazza Duomo, a Milano, il soldato aveva la normale divisa e pistola;
forse ti sei confuso con quelli di Putin, che sono andati a trovare gli amici, in Georgia, sempre che non sei rimasto a quelli di Praga, nel '68.
- «[...] andavano a comprare il poco che si trovava nei negozi d'alimentari».
'azzarola, è vero: con il Ferragosto tutti i negozi sono chiusi, e pensionati e gli anziani sono alla ricerca del "poco che si trova", vaganti laceri ed affamati.
- «[...] a notte si dormiva col mattone caldo nel letto e ricordo con tenerezza persino i geloni».
Dai, Ecoberto, che al posto del mattone ci puoi mettere ora una bella ragazza dell'Est, delle tante costrette a far da scaldino per aver creduto alle balle raccontate dai favolisti del Paradiso del "poppolo" proletario: nulla ci hanno avuto, che a prendere non è il sole e dare, sai bene cosa !
- «[...] Ora non posso dire che tutto questo sia tornato, certo non integralmente. Ma comincio a riavvertirne il profumo».
Caro amico, almeno per le mutande e i calzini, spesso bisogna cambiarsi, altrimenti ti voglio vedere, a "riavvertirne il profumo".
- «[...] a quei tempi apparivano [...] manifesti [...] si vedeva un nero americano ributtante (e ubriaco) [...] la mano adunca verso una bianca [...] oggi vedo in televisione volti minacciosi di negri smagriti che stanno invadendo [...] le nostre terre [...] la gente è ancora più spaventata di allora».
La legge dei grandi numeri è quella che fa grande anche una minoranza all'interno di un insieme:
i più saranno bravi ed onesti disperati, ma anche il poco fa tanto, in un formicaio, e ne basta uno, deciso e determinato a buttare il cerino nel fienile.
A meno che il nostro gioca sul calcolo della probabilità, il restane fuori, secondo la filosofia meneghina del:
"A chi tuca tuca", a chi tocca, tocca. Cazzi suoi !
- «[...] il sindaco leghista di Novara ha proibito che di notte, nel parco, si riuniscano più di tre persone. Attendo [...] il ritorno del coprifuoco».
Caro segugio dall'olfatto nostalgico, ti auguro di non dover passare DI NOTTE in un parco cittadino, che "Il nome della rosa", tra i cespugli, si chiama "Uccelli di rovo", e l'odore che sentirai è dello sniffo e il coprifuoco serve a spegnere l'erba, ma non quella medica !
- «[...] odo discorsi assai simili a quelli che leggevo [...] che non solo attaccavano gli ebrei ma anche zingari, marocchini e stranieri in genere. Il pane sta diventando carissimo. Ci stanno avvertendo che dovremo risparmiare sul petrolio, limitare lo spreco d'energia elettrica, spegnere le vetrine di notte. Calano le auto e riappaiono i ladri di biciclette. Come tocco d'originalità, tra un pò sarà razionata l'acqua».
Accidenti: sembra di essere nella culla del comunismo, di ripercorrere novant'anni di vita prospera;
- «[...] Non abbiamo ancora un governo al Sud e uno al Nord, però c'è chi sta lavorando in questa direzione».
Non è che ti confondi con Est e Ovest, con i rispettivi governi, separati da quel che fu il muro di Berlino ?
- « Mi manca un Capo che abbracci e baci castamente sulla guancia prosperose massaie rurali, ma ciascuno ha i suoi gusti».
E già: tu sceglieresti i ruvidi baffi di papà Baffone Stalin o l'ispida barbetta di nonno Lenin ?
... ciascuno ha i suoi gusti.
Io, secondo me...16.12.2010
Stavolta però, non ha fatto a tempo ad imbrunire, che già la feccia e il bestiario dei centri sociali comincia la festa: al posto delle fette di panettone, generose razioni di porfido sanpietrino, in tocchetti da un chilo e più al pezzo.
Sembra che siano particolarmente graditi dalle zucche di poliziotti che carabinieri, a cui era dedicato gradito omaggio;
senza lesinare, se una cattiva mira magari intercettava pure la testa di qualche povero, innocente e ignaro passante, convinto di girare per una città e non nel bel mezzo della terra di nessuno, in una guerra di trincea.
Si erano ben preparati, i delicati virgulti, coltivati nei vivai dei sinistri, i cui istruttori saranno pure entrati nei salotti della democrazia, ma rimangono portatori insani d’impronta e riflessi condizionati, assimilati in gioventù da studi di scuola moscovita.
Come avere messo giacca e cravatta alla scimmia di Tarzan; tanto non basta a cambiare sostanza solo pennellandone la forma.
I bracci armati di costoro, brace cui, all’occorrenza, soffiar sopra per farne fiamme da incendio, mandrie di vacche a cui basta solo urlare all’orecchio per farle zoccolare impazzite, contro il nemico, questi, dicevo, non sono stati neppure stavolta sordi alle urla di dolore e rabbia dei loro mandriani.
Roma storica aveva subito la caduta e i saccheggi, per mano di barbari e torme di mercenari in razzia, ma venivano da fuori, mentre questi sono parassiti cresciuti sul suo pelo, ingrassati dal suo sangue, metastasi che radicano e suggono del sudore dell’altrui lavoro, che vogliono, ma non offrono nulla.
La loro civiltà è il manganello, il concetto di purezza deriva dalle purghe, quello di rettitudine, dal bastone, la voce dalle bombe e lo slancio dal lancio di porfidi e graniti e il senso di pulizia, se l'avessero, sarebbero per quella etnica.
Mentre attorno mulinava una serie d’eventi che andavano dai roghi alla frantumazione d’ogni bene, dall’assalto fisico alla ricerca del linciaggio alla divisione cranica, uno di costoro, apostrofato da un giornalista, che diceva che quella era violenza allo stato puro, replicava che “la violenza vera era altrove, non lì”, riferendosi alle votazioni di Camera e Senato, dove chi non la pensava come loro era sopravvissuto al voto di sfiducia, contro ogni previsione che, dalla rosea dei terroristi nella piazza convinti della vittoria, sconfinava ormai nella rossa, di rabbia e di voglia di porporino sangue, dopo l’ennesima mazzolata.
Questi figli del sei politico, inetti, incapaci, inutili, zotici, allo stato brado e con cervello fermo al rettiliano e di reazione pari a quella di un interruttore della luce, hanno dato il meglio nel loro peggio, nel presentare “gioiosa macchina da guerra”.
Bella la reazione di quelli che cascano dal pero, fingendo ignoranza, se non invece possedendola, quando intravedendo, nei filmati, “l’uomo dal giubbotto beige”, con delle manette e prima accanto agli agenti, e poi che si scaglia contro i blindati degli stessi, azzardano:
“Sono infiltrati pagati; tutto un complotto, uno sputtanamento preparato ad arte, degenerazione pilotata dalle forze dell’ordine stesse o, peggio, dal ministro dell’interno in persona”.
Il tizio poi, fermato ed identificato dalla questura, si presenta per quello che è, e matrice di quello che sono questi animali: un noto e conosciuto estremista di sinistra, con una fedina lunga più della carta igienica Scottex!!
Non posso, a questo punto, non ricordare la veemenza di quelli che urlarono quasi al tentativo di colpo di stato, quando si decise di mettere in campo l’esercito, per pattugliare e aiutare le altre forze dell’ordine sul territorio, per contenere uno stato di criminalità e violenza che sempre più tendeva all’iperbole.
Allora spuntarono fuori le menti eccelse, il miglior caravanserraglio dell’intelligenza di sinistra, quella che “legge libri e giornali”, a dar a credere che c’era nell’aria odor di camicia nera e marcia su Roma.
Oggi, la marcia su Roma l’hanno fatta in camicia rossa e le forze che potrebbero minacciare lo Stato sono di quel colore.
Giusto per ricordare i mestatori d’allora, cattivi maestri e i mantici d’oggi, riporto quanto scrissi, che basta cambiare il nero con il rosso e i conti tornano.
...
Era il lontano 13 di agosto dell’anno del Signore 2008, quando mi ritrovai a scrivere “Ritorno di...fiamma”, a prendere per il culo il buon Umberto Eco, cima certo, per quanto riguarda intelletto, ma di rapa quando entra in pascoli non suoi, ed ecco...anzi, eco:
La fiamma risale, dentro la lancia del cannello:
POP !
Un piccolo scoppiettio e si spegne, ad impedire che il continuo del ritorno arrivi al miscelatore e poi, su su, fino alle bombole d'ossigeno e gas combustibile, rendendo la situazione alquanto esplosiva;
senza quel POP ! liberatorio, il Beppe Fontana la penna non sarebbe qui ad usarla, che l'avrebbe avuta bruciata, assieme alla buccia.
Ai tempi, quando cominciai con il lavoro d'officina, usando la saldatura ossiacetilenica, i vecchi c'intimorivano con i racconti di rovinosi botti, di cui erano stati testimoni: un poco per spaventarci, un poco per ammonire, a non prendere sottogamba i rischi che il lavoro comportava.
Oggi, il massimo rischio è che la stilografica mi perda inchiostro nel taschino della camicia immacolata.
Certo, erano i tempi de "Carlo Cudega";
Oh, scusate, anche questo è un termine del mio giurassico, a rispolverare e richiamare ere ancora più lontane, quando gli uomini usavano lisciarsi i capelli utilizzando del grasso di maiale ( ovvero, la cotenna, la "codega" ) sul codino, per mantenerlo compatto e lucido.
Madonna mia, mi sto facendo melanconico che, con il passare degli anni, mi si allunga il dietro e s'accorcia il davanti...
non siate maliziosi: è riferito alle misure del vissuto e dell'aspettativa di vita.
"All'armi! All'armi !
All'armi siam Fascisti !
Noi siam del fascio la falange ardita
[...]
abbiam con noi la forza e l'ardimento,
che ci fa fieri all'ora del cimento".
No, non è un rigurgito, un ritorno di fiamma...tricolore: solo un...Eco di rimbalzo.
- «[...] ci sono fascisti al governo. Rinasco rinasco nel millenovecentoquaranta !»
Mizziga, allora c'è proprio arrivata al collo;
questo non lo dice un qualsiasi bao-bao-micio-micio, ma un Santone, un Guru, un Illuminato, un Maestro, anzi, il Messia: l'Umberto Eco, fior fiore dell'Intellighenzia letteraria e pure comunista, che ha una storia ancora più truculenta di tutto il peggio del passato messo assieme.
- «[...] non più esattamente fascisti, ma che importa, si sa che la storia si dà una prima volta in forma di tragedia e una seconda in forma di farsa».
Dalla piazza...rossa sale l'invocazione all'Eco di Carlo Cudega: "E mò facce ride !!!"
L'Umbertino agita sonagli e campanelli, a far buffone per Sovrano proletario.
- «[...] ricordo con tenerezza le notti passate nel rifugio antiaereo [...] un sotterraneo umido, tutto in cemento armato, illuminato da lampadine fioche [...] mentre sopra le nostre teste esplodevano colpi sordi che non sapevamo se fossero della contraerea o delle bombe».
Io glielo avevo raccomandato al Gianfranco Fini, di Alleanza Nazionale, ora Presidente della Camera, in quel di Montecitorio:
- «'A Frà, batti piano il martelletto, che qualcuno sicuramente n'esce rintronato da quei colpi sordi; fai cambiare le lampadine, che mi sembrano un poco fioche e arieggia la camera, che c'è umidità !»
Intanto la pentola di fagioli continua a sobbollire:
- «[...] siamo disposti ad accettare tutto ciò che ci ricordi gli orribili anni [...] è il tributo che paghiamo alla nostra vecchiaia».
Ussignùr, l'Eco è rimasto come la puntina del grammofono: ferma, incantata sul disco, a ripetere stesso motivetto all'infinito.
- «[...] le città a quell'epoca? Buie di notte».
Ho capito: l'Umby rimpiange il sol dell'avvenire, che era gratis, costava meno che la bolletta dell'Enel.
- «[...] era percorsa da reparti militari [...] nelle metropoli passavano continuamente manipoli e ronde di marò della San Marco o di Brigate Nere [...] armati sino ai denti [...] CITTÀ MILITARIZZATA».
Non ci vuole molto a capire dove vuole andare a parare il tipo:
vuole insinuare un parallelo tra i soldatini del fascio d'allora e i militari d'oggi, che presidiano le città con Polizia e Carabinieri, per la nostra sicurezza;
- «[...] vedo REPARTI DELL'ESERCITO, BENE ARMATI e CON TUTE MIMETICHE, anche sui marciapiedi delle nostre città».
da parte mia ho solo una cosa da dire:
- «Grazie ragazzi, di tutte le armi, che il vedervi assieme mi rassicura ancora di più, in special modo quelli che non sono "soldatini" da esposizione, ma soldati che collaborano a migliorare e preservare la nostra vita e incolumità.
E poi, Umby, non dire pirlate: in Piazza Duomo, a Milano, il soldato aveva la normale divisa e pistola;
forse ti sei confuso con quelli di Putin, che sono andati a trovare gli amici, in Georgia, sempre che non sei rimasto a quelli di Praga, nel '68.
- «[...] andavano a comprare il poco che si trovava nei negozi d'alimentari».
'azzarola, è vero: con il Ferragosto tutti i negozi sono chiusi, e pensionati e gli anziani sono alla ricerca del "poco che si trova", vaganti laceri ed affamati.
- «[...] a notte si dormiva col mattone caldo nel letto e ricordo con tenerezza persino i geloni».
Dai, Ecoberto, che al posto del mattone ci puoi mettere ora una bella ragazza dell'Est, delle tante costrette a far da scaldino per aver creduto alle balle raccontate dai favolisti del Paradiso del "poppolo" proletario: nulla ci hanno avuto, che a prendere non è il sole e dare, sai bene cosa !
- «[...] Ora non posso dire che tutto questo sia tornato, certo non integralmente. Ma comincio a riavvertirne il profumo».
Caro amico, almeno per le mutande e i calzini, spesso bisogna cambiarsi, altrimenti ti voglio vedere, a "riavvertirne il profumo".
- «[...] a quei tempi apparivano [...] manifesti [...] si vedeva un nero americano ributtante (e ubriaco) [...] la mano adunca verso una bianca [...] oggi vedo in televisione volti minacciosi di negri smagriti che stanno invadendo [...] le nostre terre [...] la gente è ancora più spaventata di allora».
La legge dei grandi numeri è quella che fa grande anche una minoranza all'interno di un insieme:
i più saranno bravi ed onesti disperati, ma anche il poco fa tanto, in un formicaio, e ne basta uno, deciso e determinato a buttare il cerino nel fienile.
A meno che il nostro gioca sul calcolo della probabilità, il restane fuori, secondo la filosofia meneghina del:
"A chi tuca tuca", a chi tocca, tocca. Cazzi suoi !
- «[...] il sindaco leghista di Novara ha proibito che di notte, nel parco, si riuniscano più di tre persone. Attendo [...] il ritorno del coprifuoco».
Caro segugio dall'olfatto nostalgico, ti auguro di non dover passare DI NOTTE in un parco cittadino, che "Il nome della rosa", tra i cespugli, si chiama "Uccelli di rovo", e l'odore che sentirai è dello sniffo e il coprifuoco serve a spegnere l'erba, ma non quella medica !
- «[...] odo discorsi assai simili a quelli che leggevo [...] che non solo attaccavano gli ebrei ma anche zingari, marocchini e stranieri in genere. Il pane sta diventando carissimo. Ci stanno avvertendo che dovremo risparmiare sul petrolio, limitare lo spreco d'energia elettrica, spegnere le vetrine di notte. Calano le auto e riappaiono i ladri di biciclette. Come tocco d'originalità, tra un pò sarà razionata l'acqua».
Accidenti: sembra di essere nella culla del comunismo, di ripercorrere novant'anni di vita prospera;
- «[...] Non abbiamo ancora un governo al Sud e uno al Nord, però c'è chi sta lavorando in questa direzione».
Non è che ti confondi con Est e Ovest, con i rispettivi governi, separati da quel che fu il muro di Berlino ?
- « Mi manca un Capo che abbracci e baci castamente sulla guancia prosperose massaie rurali, ma ciascuno ha i suoi gusti».
E già: tu sceglieresti i ruvidi baffi di papà Baffone Stalin o l'ispida barbetta di nonno Lenin ?
... ciascuno ha i suoi gusti.
Io, secondo me...16.12.2010
martedì 14 dicembre 2010
Il mercato delle vacche
Prima era nell’aria, la supponenza di chi ti guarda e ti misura, quasi fossi lo scemo del villaggio...solo che qui si era esagerato, che il poveretto pareva aver sgravato sull’intera nazione una manica d’imbecilli, mandrie di vacche al pascolo.
Mai dimenticherò il giorno in cui si vide “Baffin D’Alema”, bastonato da un democratico ma sfavorevole voto elettorale, sputare bile, fiele e veleno come non mai, scoprendo l’anima e il convincimento della “razza ariana” rossa, di “Kompagni”, uber alles, sopra tutto:
«[...] è vero che siamo in minoranza, ma siamo in maggioranza nella PARTE PIÙ ACCULTURATA DEL PAESE; siamo il primo partito nelle aree urbane TRA GLI ITALIANI CHE LEGGONO LIBRI E GIORNALI. Siamo una minoranza che rappresenta la classe dirigente del paese in tutti i campi».
Solo quelli sanno leggere; gli altri – i più – guardano solo le figure;
solo loro c’hanno la patente: dirigono.
Fino ad ora ero convinto dell’ereditarietà tra la specie, caratteri rigidamente trasmessi dai cromosomi;
vero in parte: anche la tessera di partito – quella giusta – trasmette matrice, lo stampo del “Migliore”.
L’Italia è diventata un corpo da purgare, dopo che la messe d’ignoranza ha deciso non per il meglio ma per il bauscia, il cavalier Berlusca.
Li capisco, povere gioie: nel lontano ’94, con il loro Occhetto, avevano messo in campo una "gioiosa macchina da guerra " quand'ecco che ti arriva il bulletto di Arcore e te la fa in mille pezzi;
poco avanti, Bossi ribalta il nanerottolo, si ritorna alle urne e l’armata Brancaleone riesce a piazzarsi sul predellino e, con un misero pugno di voti di scarto, fa man bassa di tutte le cariche, fino a che implode, sotto l’impossibile di mettere assieme quella corte dei miracoli, tanti parenti serpenti pronti a mollare quando la pastoia si dimostrò troppo piccola per sfamare la numerosa prole.
Da allora, non ce ne stato più per nessuno: il cavaliere si è messo di traverso, tappando tutti i buchi, come il calcare nella lavatrice.
La gran massa degli asini, che pare non legge libri e giornali, ma fa biomassa, martella le dure zucche dei cocomeri rossi.
Nulla da fare: da quella parte non si passa, le votazioni sono per i compagni alla pari di un grimaldello spuntato.
Fortuna vuole che, dopo sedici anni, quel babbeo di Fini rinsavisce, capisce l’errore e, nel credo del “meglio tardi che mai”, scompagina le carte e toglie il cadreghino al capo; non il suo, che dalla posizione di Presidente della Camera si domina il campo di battaglia, e si bombarda meglio che rasoterra.
«Berlusconi è vecchio: largo al nuovo che avanza!»
L’anagrafica penalizza il vecchietto, l’ultrasettantenne è presentato come Matusalemme in piena fioritura, ma il “nuovo che avanza”, la triade Fini-Casini-Rutelli, si porta in dote più di trent’anni di politica, primo e unico lavoro della loro vita.
Il veterano Fini scalpita, si porta dentro la mortificazione d’essere ancora un due di picche;
nonostante il tirocinio, e quel maledetto nanerottolo non crepa mai, che pare intrecciato con il fil di ferro, tanto coriaceo da scampare anche ad una statuetta di marmo del Duomo, che gli hanno timbrato sulla cozza e sul faccione!
E allora, al grido di «Muoia Fini con il Filisteo!», strapazza le colonne che tengono il trono che vorrebbe suo: come Pietro Maso con i genitori, cerca di farlo fuori per prendersi prima l’eredità.
Mal che va, come il cornuto che perde la donna, l’accoppa urlando: «Se non mia, di nessuno!»
Ma bisogna togliergli l’elisir che gli concede la resurrezione e l’eternità: l’elettorato.
In questo, ha tanti alleati, che si rifanno al caro Paolo Flores D’Arcais che, su “Il Fatto quotidiano” del 4 novembre ammonisce, atterrito: “Un Berlusconi che vincesse le elezioni non farebbe prigionieri: saremmo al FASCISMO per VIA LEGALE!”
Allora ecco che bisogna scavalcare il “fascismo per via legale”, quello dove ancora una manica di beoti andrebbe all’abbeverata.
Ecco allora il comunicato della triade:
“I parlamentari delle forze politiche, che si riconoscono in un’area di responsabilità nazionale, convengono sulla necessità di assicurare al Paese un governo solido e sicuro e di EVITARE UN INUTILE E DANNOSO RICORSO ALLE URNE”.
Ecco fatto: le vacche che non leggono libri e giornali, in stalla.
La seconda gioiosa macchina da guerra sferraglia e avanza, mentre si tenta di fermare l’emorragia d’olio: quello dell’euro, che sembra usato per ungere quelli sensibili a questo tipo di lubrificante:
“La procura di Roma ha aperto un fascicolo processuale sulla vicenda della presunta compravendita di parlamentari”.
«Avanti, avanti, gente. Siamo qui non per vendere ma per regalare; chi vusa pusè la vaca l'è sua, chi urla di più, si prende la vacca!»
Tutto perfetto; un risultato a tavolino, dove non possa mai vincere il fascismo per vie legali, quello del voto popolare, alle urne.
I maiali di Napoleon, quelli de “La fattoria degli animali”, l’Animal Farm – il romanzo satirico scritto nel 1945 dal britannico George Orwell – dopo aver cacciato il fattore e preso il comando, hanno deciso così.
Per il bene della comunità, s’intende...anche di quella che non legge libri e giornali!
Io, secondo me...13.12.2010
Mai dimenticherò il giorno in cui si vide “Baffin D’Alema”, bastonato da un democratico ma sfavorevole voto elettorale, sputare bile, fiele e veleno come non mai, scoprendo l’anima e il convincimento della “razza ariana” rossa, di “Kompagni”, uber alles, sopra tutto:
«[...] è vero che siamo in minoranza, ma siamo in maggioranza nella PARTE PIÙ ACCULTURATA DEL PAESE; siamo il primo partito nelle aree urbane TRA GLI ITALIANI CHE LEGGONO LIBRI E GIORNALI. Siamo una minoranza che rappresenta la classe dirigente del paese in tutti i campi».
Solo quelli sanno leggere; gli altri – i più – guardano solo le figure;
solo loro c’hanno la patente: dirigono.
Fino ad ora ero convinto dell’ereditarietà tra la specie, caratteri rigidamente trasmessi dai cromosomi;
vero in parte: anche la tessera di partito – quella giusta – trasmette matrice, lo stampo del “Migliore”.
L’Italia è diventata un corpo da purgare, dopo che la messe d’ignoranza ha deciso non per il meglio ma per il bauscia, il cavalier Berlusca.
Li capisco, povere gioie: nel lontano ’94, con il loro Occhetto, avevano messo in campo una "gioiosa macchina da guerra " quand'ecco che ti arriva il bulletto di Arcore e te la fa in mille pezzi;
poco avanti, Bossi ribalta il nanerottolo, si ritorna alle urne e l’armata Brancaleone riesce a piazzarsi sul predellino e, con un misero pugno di voti di scarto, fa man bassa di tutte le cariche, fino a che implode, sotto l’impossibile di mettere assieme quella corte dei miracoli, tanti parenti serpenti pronti a mollare quando la pastoia si dimostrò troppo piccola per sfamare la numerosa prole.
Da allora, non ce ne stato più per nessuno: il cavaliere si è messo di traverso, tappando tutti i buchi, come il calcare nella lavatrice.
La gran massa degli asini, che pare non legge libri e giornali, ma fa biomassa, martella le dure zucche dei cocomeri rossi.
Nulla da fare: da quella parte non si passa, le votazioni sono per i compagni alla pari di un grimaldello spuntato.
Fortuna vuole che, dopo sedici anni, quel babbeo di Fini rinsavisce, capisce l’errore e, nel credo del “meglio tardi che mai”, scompagina le carte e toglie il cadreghino al capo; non il suo, che dalla posizione di Presidente della Camera si domina il campo di battaglia, e si bombarda meglio che rasoterra.
«Berlusconi è vecchio: largo al nuovo che avanza!»
L’anagrafica penalizza il vecchietto, l’ultrasettantenne è presentato come Matusalemme in piena fioritura, ma il “nuovo che avanza”, la triade Fini-Casini-Rutelli, si porta in dote più di trent’anni di politica, primo e unico lavoro della loro vita.
Il veterano Fini scalpita, si porta dentro la mortificazione d’essere ancora un due di picche;
nonostante il tirocinio, e quel maledetto nanerottolo non crepa mai, che pare intrecciato con il fil di ferro, tanto coriaceo da scampare anche ad una statuetta di marmo del Duomo, che gli hanno timbrato sulla cozza e sul faccione!
E allora, al grido di «Muoia Fini con il Filisteo!», strapazza le colonne che tengono il trono che vorrebbe suo: come Pietro Maso con i genitori, cerca di farlo fuori per prendersi prima l’eredità.
Mal che va, come il cornuto che perde la donna, l’accoppa urlando: «Se non mia, di nessuno!»
Ma bisogna togliergli l’elisir che gli concede la resurrezione e l’eternità: l’elettorato.
In questo, ha tanti alleati, che si rifanno al caro Paolo Flores D’Arcais che, su “Il Fatto quotidiano” del 4 novembre ammonisce, atterrito: “Un Berlusconi che vincesse le elezioni non farebbe prigionieri: saremmo al FASCISMO per VIA LEGALE!”
Allora ecco che bisogna scavalcare il “fascismo per via legale”, quello dove ancora una manica di beoti andrebbe all’abbeverata.
Ecco allora il comunicato della triade:
“I parlamentari delle forze politiche, che si riconoscono in un’area di responsabilità nazionale, convengono sulla necessità di assicurare al Paese un governo solido e sicuro e di EVITARE UN INUTILE E DANNOSO RICORSO ALLE URNE”.
Ecco fatto: le vacche che non leggono libri e giornali, in stalla.
La seconda gioiosa macchina da guerra sferraglia e avanza, mentre si tenta di fermare l’emorragia d’olio: quello dell’euro, che sembra usato per ungere quelli sensibili a questo tipo di lubrificante:
“La procura di Roma ha aperto un fascicolo processuale sulla vicenda della presunta compravendita di parlamentari”.
«Avanti, avanti, gente. Siamo qui non per vendere ma per regalare; chi vusa pusè la vaca l'è sua, chi urla di più, si prende la vacca!»
Tutto perfetto; un risultato a tavolino, dove non possa mai vincere il fascismo per vie legali, quello del voto popolare, alle urne.
I maiali di Napoleon, quelli de “La fattoria degli animali”, l’Animal Farm – il romanzo satirico scritto nel 1945 dal britannico George Orwell – dopo aver cacciato il fattore e preso il comando, hanno deciso così.
Per il bene della comunità, s’intende...anche di quella che non legge libri e giornali!
Io, secondo me...13.12.2010
domenica 12 dicembre 2010
Beppinate
«Ma guarda te: l’hanno appena aperto e già c’hanno imbrattato il muro!»
La lunga linea, di un marroncino sospetto, attraversa una parte dell’ampia parete, di bianco immacolata, quasi a deturpare un bel volto, sfigurato da una rapida e astiosa rasoiata.
«Linea di terra», legge a voce alta, la mia dolce metà, alzando con compatimento gli occhi dagli occhialini, scivolati sulla punta del nasino «è un’opera d’arte moderna».
«Mamma mia…e quando la devono traslocare, che fanno: abbattono l’intera parete?»
La moglie comincia a prendere le distanze.
«Guarda. La donna delle pulizie ha lasciato le spugnette attaccate al muro!»
La compagna abbozza, incassa con rassegnazione il fatto che il suo maritino non capisce nulla di arte e che, ormai trascorso il tempo di legge, non può più invocare il diritto di recesso e se lo deve tenere, così com’è.
«Bisognerebbe avvisare il personale della mostra: c’è una lampada al neon che sta per saltare» dico io, passando accanto ad un treno di luci, che si accendono e spengono, or questa, ora quella.
La moglie ormai ha preso le distanze e guarda un ghirigoro sull’altra parete, quasi con il naso incollato e un rossore in espansione sulle gote.
Facce rabbuiate e preoccupate mi osservano: forse anche loro mi danno ragione, sui quei bulbi in procinto di fulminarsi.
«Cristina, vieni qua: c’è un enorme appendino per gli abiti, che pare lo stenditoio a torre della Foppapedretti!»
La femmina sembra ingobbirsi, rattrappirsi e scomparire, tanto che rapidamente scantona dietro una delle pareti divisorie, mentre uno dei visitatori mi osserva con disappunto.
«Croce», mi apostrofa con voce schioccante come uno schiaffo, indicando, con veemenza e l’indice vibrante, il cartellino alla base dell’incrocio tubolare.
«Madonna benedetta! Sti romani erano geniali proprio: ai tempi crocefiggevano anche a grappolo!»
La mogliettina intanto si infilata nei bagni, e sento che chiude la porta a più mandate, cercando di forzarne altre, oltre alle due classiche.
Bello; bello davvero il nuovo Museo del Novecento, nato sulle ceneri del vecchio e ormai sorpassato Arengario, affacciato sulla bella piazza, sotto le guglie del Duomo della metropoli meneghina.
Ci si entra e si impegna una comoda e funzionale salita, attorcigliata come le volute serpentiformi del condotto uditivo: al vertice, saloni su più piani, ognuno con arte a tema, per tele, marmi e ammennicoli vari.
Me ne stavo beatamente seduto ed eccomi circondare da un certo numero di persone, che guardavano con fare stranito.
«Signore…ehm…scusi: lei si è seduto su una scultura», mi dice una graziosa signorina, con tanto di targhetta e divisa dei curatori di quello scrigno di cultura.
«Si alzi, prego: si è messo sulla statua dell’Assetato».
Solo allora mi accorgo che la leggera inclinazione e la curvatura del sasso non è anatomico schienale di seduta, ma l’abbozzo di un corpo chino su un’immaginaria pozza d’acqua.
Con non poco imbarazzo, cerco di darmi un tono e vedo di confondermi tra i tanti, che menano impressione di essere acculturati, tanto si avvicinano alle opere con cipiglio pensoso e indagatore, rughe profonde e corrugate, proprie dei grandi pensatori intenti a speculare su massimi sistemi.
"Ah, questa volta mi rifaccio", penso, mentre mi rivolgo a una robusta cariatide di mezza età, sprofondata in un’elegante sedia con la curiosa caratteristica di avere una specie di cintura imbottita e appoggini perri gomiti, di soffice gommapiuma.
«Signora, le conviene alzarsi, che qui sono permalosi e cazziano pesantemente quelli che si appoggiano alle sculture!»
Quella allora si drizza e punta il suo con il mio, di naso:
«Ehi, bello, smamma, che questa sedia l’ho vista prima io!»
Sgambetto avvilito e migro in una stanzetta, un pochino più appartata.
Su un piccolo treppiede, un palloncino: "Fiato d’artista"-
L’apoteosi della Musa, l’ascesa al Nirvana, il culmine dell’espressione artistica: riecco, il Pierotto Manzoni, sublime mantice dei suoi"Corpi d’Aria", che il vero colpo da maestro lo fece in quel lontano 12 agosto del lontano 1961;
in occasione di una mostra alla Galleria Pescetto di Albisola Marina, presentò il suo capolavoro: per la prima volta in pubblico, le scatolette di" Merda d’artista", ovvero, novanta barattolini - al modico prezzo pari al corrente, dell’oro - 30 grammi di conserva al naturale - cremosa e inscatolata calda e fumante, nel mese di maggio,quello odoroso di erbe e fiori.
Di quanti allora fecero acquisto, nessuno a oggi ho visto portarne vanto.
Ah, ignoranti e zotici personaggi, incapaci di apprezzare arte moderna, che guarda avanti, al futuro quando, passi per l’aria, anche la cacca, rigorosamente d’autore, sarà poesia, degna delle Muse e sulla tavola della parte più acculturata del paese, quella che il caro Baffin D’Alema vide cadere vittima alle urne del branco Berlusconiano, della quantità che ebbe ragione della qualità.
«Cristina, andiamo via, che io c’ho metà sangue di contadini e l’altra di montanari e tanto, su questo piano, mi pare una gran presa per quello che il Manzoni Piero usò per spennellare linee di terra e materia d’autore!»
Percorriamo i corridoi con la mia femmina che si cala il cappello di lana sugli occhi, la sciarpa alla radice del naso e gli occhiali da sole tolti solo all’aperto, lontano da sguardi accusatori.
Apro la pagina del giornale:
"Bersani Fini e Di Pietro vittime del mercato delle vacche".
Oh, finalmente;
casa, casa mia: per piccina che tu sia, sei sempre casa mia!
Io, secondo me...12.12.2010
La lunga linea, di un marroncino sospetto, attraversa una parte dell’ampia parete, di bianco immacolata, quasi a deturpare un bel volto, sfigurato da una rapida e astiosa rasoiata.
«Linea di terra», legge a voce alta, la mia dolce metà, alzando con compatimento gli occhi dagli occhialini, scivolati sulla punta del nasino «è un’opera d’arte moderna».
«Mamma mia…e quando la devono traslocare, che fanno: abbattono l’intera parete?»
La moglie comincia a prendere le distanze.
«Guarda. La donna delle pulizie ha lasciato le spugnette attaccate al muro!»
La compagna abbozza, incassa con rassegnazione il fatto che il suo maritino non capisce nulla di arte e che, ormai trascorso il tempo di legge, non può più invocare il diritto di recesso e se lo deve tenere, così com’è.
«Bisognerebbe avvisare il personale della mostra: c’è una lampada al neon che sta per saltare» dico io, passando accanto ad un treno di luci, che si accendono e spengono, or questa, ora quella.
La moglie ormai ha preso le distanze e guarda un ghirigoro sull’altra parete, quasi con il naso incollato e un rossore in espansione sulle gote.
Facce rabbuiate e preoccupate mi osservano: forse anche loro mi danno ragione, sui quei bulbi in procinto di fulminarsi.
«Cristina, vieni qua: c’è un enorme appendino per gli abiti, che pare lo stenditoio a torre della Foppapedretti!»
La femmina sembra ingobbirsi, rattrappirsi e scomparire, tanto che rapidamente scantona dietro una delle pareti divisorie, mentre uno dei visitatori mi osserva con disappunto.
«Croce», mi apostrofa con voce schioccante come uno schiaffo, indicando, con veemenza e l’indice vibrante, il cartellino alla base dell’incrocio tubolare.
«Madonna benedetta! Sti romani erano geniali proprio: ai tempi crocefiggevano anche a grappolo!»
La mogliettina intanto si infilata nei bagni, e sento che chiude la porta a più mandate, cercando di forzarne altre, oltre alle due classiche.
Bello; bello davvero il nuovo Museo del Novecento, nato sulle ceneri del vecchio e ormai sorpassato Arengario, affacciato sulla bella piazza, sotto le guglie del Duomo della metropoli meneghina.
Ci si entra e si impegna una comoda e funzionale salita, attorcigliata come le volute serpentiformi del condotto uditivo: al vertice, saloni su più piani, ognuno con arte a tema, per tele, marmi e ammennicoli vari.
Me ne stavo beatamente seduto ed eccomi circondare da un certo numero di persone, che guardavano con fare stranito.
«Signore…ehm…scusi: lei si è seduto su una scultura», mi dice una graziosa signorina, con tanto di targhetta e divisa dei curatori di quello scrigno di cultura.
«Si alzi, prego: si è messo sulla statua dell’Assetato».
Solo allora mi accorgo che la leggera inclinazione e la curvatura del sasso non è anatomico schienale di seduta, ma l’abbozzo di un corpo chino su un’immaginaria pozza d’acqua.
Con non poco imbarazzo, cerco di darmi un tono e vedo di confondermi tra i tanti, che menano impressione di essere acculturati, tanto si avvicinano alle opere con cipiglio pensoso e indagatore, rughe profonde e corrugate, proprie dei grandi pensatori intenti a speculare su massimi sistemi.
"Ah, questa volta mi rifaccio", penso, mentre mi rivolgo a una robusta cariatide di mezza età, sprofondata in un’elegante sedia con la curiosa caratteristica di avere una specie di cintura imbottita e appoggini perri gomiti, di soffice gommapiuma.
«Signora, le conviene alzarsi, che qui sono permalosi e cazziano pesantemente quelli che si appoggiano alle sculture!»
Quella allora si drizza e punta il suo con il mio, di naso:
«Ehi, bello, smamma, che questa sedia l’ho vista prima io!»
Sgambetto avvilito e migro in una stanzetta, un pochino più appartata.
Su un piccolo treppiede, un palloncino: "Fiato d’artista"-
L’apoteosi della Musa, l’ascesa al Nirvana, il culmine dell’espressione artistica: riecco, il Pierotto Manzoni, sublime mantice dei suoi"Corpi d’Aria", che il vero colpo da maestro lo fece in quel lontano 12 agosto del lontano 1961;
in occasione di una mostra alla Galleria Pescetto di Albisola Marina, presentò il suo capolavoro: per la prima volta in pubblico, le scatolette di" Merda d’artista", ovvero, novanta barattolini - al modico prezzo pari al corrente, dell’oro - 30 grammi di conserva al naturale - cremosa e inscatolata calda e fumante, nel mese di maggio,quello odoroso di erbe e fiori.
Di quanti allora fecero acquisto, nessuno a oggi ho visto portarne vanto.
Ah, ignoranti e zotici personaggi, incapaci di apprezzare arte moderna, che guarda avanti, al futuro quando, passi per l’aria, anche la cacca, rigorosamente d’autore, sarà poesia, degna delle Muse e sulla tavola della parte più acculturata del paese, quella che il caro Baffin D’Alema vide cadere vittima alle urne del branco Berlusconiano, della quantità che ebbe ragione della qualità.
«Cristina, andiamo via, che io c’ho metà sangue di contadini e l’altra di montanari e tanto, su questo piano, mi pare una gran presa per quello che il Manzoni Piero usò per spennellare linee di terra e materia d’autore!»
Percorriamo i corridoi con la mia femmina che si cala il cappello di lana sugli occhi, la sciarpa alla radice del naso e gli occhiali da sole tolti solo all’aperto, lontano da sguardi accusatori.
Apro la pagina del giornale:
"Bersani Fini e Di Pietro vittime del mercato delle vacche".
Oh, finalmente;
casa, casa mia: per piccina che tu sia, sei sempre casa mia!
Io, secondo me...12.12.2010
sabato 11 dicembre 2010
venerdì 12 novembre 2010
giovedì 4 novembre 2010
lunedì 27 settembre 2010
domenica 26 settembre 2010
Il pelo e la pulce
Ci sono due modi per farsi strada nella vita: con i propri piedi o a rimorchio.
Se sei cane trotti; se pulce, ti cerchi un bel “patatone”, t’attacchi e, a camminare, ci pensa lui, facendo pure la dispensa ambulante.
Ovvio aspettarsi che, una volta trovato l’ambiente ideale, la furbetta, chiami a raccolta il resto della famiglia ad approfittare di tanta abbondanza, ogni qualvolta trovi miglior pascolo;
e te li ritrovi sul groppone, che neppure a grattarsi freneticamente, come tarantolati, te ne liberi più.
Tutta questione di pelo, di chi ce l’ha e dove.
Detto questo, per il povero cane e le sue, di pulci, la cosa si ferma qui, ognuno costretto nei limiti e alla sottomissione a leggi di natura, contro nulla possono. Loro, almeno.
Per l’Homo, no; l’Homo, si sa, è Sapiens…anzi, di più: Sapiens Sapiens!
Con lui ci pensa un altro tipo di pulce, a farlo diventare “patatone”: la donna fatale, ambiziosa e motivata.
Questa applica la legge di Archimede, quando basta una leva a sollevare il mondo;
lei lo fa con il pelo, forte da trainare un carro di buoi, come recita la saggezza popolare.
Il genere, oltre che attorno alle grazie, ne è dotata in abbondanza pure sullo stomaco: quel tanto che basta a far fesso, dopo averlo imbambolato, pure il più scafato dei naviganti, che perde la bussola e il senno, alla minaccia della bella bambolona di farsi venire il mal di testa se “patatone” non dovesse cedere ai capricci.
«Dai, amore: tu che conosci quelli che contano, fai avere qualcosina in televisione - che so - un programmino, una produzione milionaria, da affidare a mammà e papa; un piccolo localino a Montecarlo per il mio fratellino, che c’ha solo un misero Ferrarino!»
Il peletto vibra: il tubero comincia a sudare e il controllo trasloca, dalla testa alla coda.
Lei allora la - e lui - dà: tutto quel che vuole.
A quel punto l’Homo è tutto, tranne che Sapiens Sapiens;
cambio di marcia e muscolo, dove il cervello passa in folle.
Man mano che aumenta il richiamo della foresta, sempre più la ragione lascia spazio alla regione, quella pubica;
è qui, le novelle Salomè si trastullano con la testa di chi l’ha persa per loro.
Scene pietose: uomini che ti hanno rigirato partiti e casacche, facce e spallucce, Storia e storie, rivoltato come calzini le sorti di un paese, guerrieri del poltronaggio politico, diventano bambini da caramella, ridicoli, grotteschi Fantozzi in mutandoni ascellari!
L’Esaù biblico svendette la progenitura per un piatto di lenticchie, ma almeno c’ha fatto un pasto;
così come gli Argonauti di Giasone si fecero un culo grande così, per recuperare un vello, ma era abbondante e pure d’oro.
Il nostro sfigato ha svenduto pure lui, ma per pochi pilucchi e, per di più…fini fini.
C’è una cosa peggio della sconfitta, in guerra, dove pure, se con onore, si concede quello delle armi:
la derisione.
Ammazzi Golia, abbatti giganti, conquisti imperi, regni e…principati, scendi ai ferri con tenaci e coriacei avversari, getti nella polvere la carcassa di tanti nemici e poi basta un piccolo crine a farti coglionare!
Ecco allora il gonzo, menato a pastura con l’anello al naso, accorgersi d’aver fatto figura di bamba e che la pezza non è migliore del buco, quando per scusarsi ripete il trito repertorio d’ogni trombone che rimane trombato:
«Non c’ero e, se c’ero, dormivo!»
No, spezzo una lancia, a che non faccia figura da pirla ma gioco del gatto e la volpe:
«L’ho fatto per la famiglia!»
Beh, così va meglio: tutto rimane lì.
Per un pelo sono caduti santi, eroi e navigatori; figuriamoci un pollo!
Io, secondo me...26.09.2010
Se sei cane trotti; se pulce, ti cerchi un bel “patatone”, t’attacchi e, a camminare, ci pensa lui, facendo pure la dispensa ambulante.
Ovvio aspettarsi che, una volta trovato l’ambiente ideale, la furbetta, chiami a raccolta il resto della famiglia ad approfittare di tanta abbondanza, ogni qualvolta trovi miglior pascolo;
e te li ritrovi sul groppone, che neppure a grattarsi freneticamente, come tarantolati, te ne liberi più.
Tutta questione di pelo, di chi ce l’ha e dove.
Detto questo, per il povero cane e le sue, di pulci, la cosa si ferma qui, ognuno costretto nei limiti e alla sottomissione a leggi di natura, contro nulla possono. Loro, almeno.
Per l’Homo, no; l’Homo, si sa, è Sapiens…anzi, di più: Sapiens Sapiens!
Con lui ci pensa un altro tipo di pulce, a farlo diventare “patatone”: la donna fatale, ambiziosa e motivata.
Questa applica la legge di Archimede, quando basta una leva a sollevare il mondo;
lei lo fa con il pelo, forte da trainare un carro di buoi, come recita la saggezza popolare.
Il genere, oltre che attorno alle grazie, ne è dotata in abbondanza pure sullo stomaco: quel tanto che basta a far fesso, dopo averlo imbambolato, pure il più scafato dei naviganti, che perde la bussola e il senno, alla minaccia della bella bambolona di farsi venire il mal di testa se “patatone” non dovesse cedere ai capricci.
«Dai, amore: tu che conosci quelli che contano, fai avere qualcosina in televisione - che so - un programmino, una produzione milionaria, da affidare a mammà e papa; un piccolo localino a Montecarlo per il mio fratellino, che c’ha solo un misero Ferrarino!»
Il peletto vibra: il tubero comincia a sudare e il controllo trasloca, dalla testa alla coda.
Lei allora la - e lui - dà: tutto quel che vuole.
A quel punto l’Homo è tutto, tranne che Sapiens Sapiens;
cambio di marcia e muscolo, dove il cervello passa in folle.
Man mano che aumenta il richiamo della foresta, sempre più la ragione lascia spazio alla regione, quella pubica;
è qui, le novelle Salomè si trastullano con la testa di chi l’ha persa per loro.
Scene pietose: uomini che ti hanno rigirato partiti e casacche, facce e spallucce, Storia e storie, rivoltato come calzini le sorti di un paese, guerrieri del poltronaggio politico, diventano bambini da caramella, ridicoli, grotteschi Fantozzi in mutandoni ascellari!
L’Esaù biblico svendette la progenitura per un piatto di lenticchie, ma almeno c’ha fatto un pasto;
così come gli Argonauti di Giasone si fecero un culo grande così, per recuperare un vello, ma era abbondante e pure d’oro.
Il nostro sfigato ha svenduto pure lui, ma per pochi pilucchi e, per di più…fini fini.
C’è una cosa peggio della sconfitta, in guerra, dove pure, se con onore, si concede quello delle armi:
la derisione.
Ammazzi Golia, abbatti giganti, conquisti imperi, regni e…principati, scendi ai ferri con tenaci e coriacei avversari, getti nella polvere la carcassa di tanti nemici e poi basta un piccolo crine a farti coglionare!
Ecco allora il gonzo, menato a pastura con l’anello al naso, accorgersi d’aver fatto figura di bamba e che la pezza non è migliore del buco, quando per scusarsi ripete il trito repertorio d’ogni trombone che rimane trombato:
«Non c’ero e, se c’ero, dormivo!»
No, spezzo una lancia, a che non faccia figura da pirla ma gioco del gatto e la volpe:
«L’ho fatto per la famiglia!»
Beh, così va meglio: tutto rimane lì.
Per un pelo sono caduti santi, eroi e navigatori; figuriamoci un pollo!
Io, secondo me...26.09.2010
mercoledì 22 settembre 2010
sabato 11 settembre 2010
venerdì 3 settembre 2010
giovedì 2 settembre 2010
mercoledì 25 agosto 2010
martedì 27 luglio 2010
martedì 20 luglio 2010
sVENDOLA
Nel film western "Per un pugno di dollari", uno dei protagonisti afferma che "Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto";
un pistola con l'estintore non se la passa meglio.
Il piccolo teppistello, che cercava di linciare dei carabinieri, imprigionati in una camionetta andata a sbattere, c'ha lasciato la buccia, appunto perché era così scemo da credere che dall'altra parte si sarebbero fatti scassare la cervice dal bombolone, senza colpo ferire.
La convinzione, che l'arma dei carabinieri vanta tanti accoppati, sembra obbedire ad una legge fisica, come la caduta dei gravi o la forza di gravità, per cui a terra ci deve andare sempre il poliziotto;
il "Caramba" che non si lascia massacrare è un Bastian contrario, uno che non conosce e segue il galateo che lo vuole agnello sacrificale, eterno capro espiatorio, servo dello Stato e da scannare.
Dal povero Mario Placanica, racchiuso nella camionetta dei militi, sotto spranga, legni e manganelli, ci si attendeva l'"Ave, Carletto, morituri te salutant", l'ennesima versione del giroton...dino:
"Giro giro tondo, che ci faccio in questo mondo?
Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra;
vado giù per terra".
In quel 20 luglio 2001 durante il G8 di Genova, tra i delinquentelli, in cerca del poliziotto da disossare, c'era anche lui, il Carlo Giuliani, con il volto coperto dal classico passamontagna, a non farsi riconoscere qualora gli fosse riuscito di scassare il cranio e spegnere la fiamma sul cappello del milite.
Il Carletto era il classico ottuso, più portato al mestiere delle armi che a quelli del lavoro, dei tanti che si annoiavano perché la vita è monotona e la scarica d'adrenalina la si cerca negli spinelli o nello scassare i gemelli pubici al prossimo.
Vuoi mettere com'è più interessante lo sbattere la vecchietta sotto l'autobus piuttosto che farle attraversare la strada?!
Peccato che la vecchietta di turno c'avesse la pistola e, terrorizzata dall'essere fatta a pezzi, c'ha sparato, più che al coglione, al melone che quello aveva, sopra le spalle.
All'improvviso, tutti quelli come lui, attorno allo scannatoio su gomma, visto che dentro non c'erano più delle pecore, se la sono data a gambe, come conigli, quando scoperto che neppure fare branco garantiva un facile abbattimento del pollo.
Quando un uomo con l'estintore incontra un uomo con la pistola, quello con la bombola è un uomo morto!
Carlo Giuliani non era nessuno, se non un assassino mancato: lo sfigato tra la specie, il Fantozzi della categoria.
Se qualcuno ancora ne vorrebbe fare un eroe, in quel genere lo deve esaltare e non cercare nobiltà che non compete, a chi cercava di affinare l'arte dell'uccidere il prossimo suo.
Quelle immagini di macellai pronti a cavare sangue dei militi, assediati nella camionetta, sono ormai passate dalle mani della cronaca a quelle della storia: non ci sono ambiguità, nel riconoscere il diritto di difesa di chi era in procinto d'essere massacrato;
né ci sono dubbi di chi l'assalitore e di chi l'assalito.
Carlo Giuliani, a dire bene, era un cretino; a pensar male, un mancato omicida.
Vogliamo intitolargli una via? Una statua?
Ebbene, allora sia via dell'Estintore, e la statua: lanciato in avanti, non con la stampella che l'eroico fante Enrico Toti scagliò contro il nemico, ma con la bombola di schiumogeno sporca di sangue, con attaccato capelli e pezzi di cranio dell'uomo in divisa, che agonizza ai suoi piedi e il viso bene coperto, da un cappuccio prepuziale, a coprire la testa di quel che era il tipo.
Ora, non c'è nulla di più osceno quanto il cercare di farne un eroe, quando chiaro fosse uno dei tanti che vanno in cerca di teste da spaccare, come allo stadio o dovunque ci sia modo, mezzo ed occasione di fare il prepotente, il bullo, il bauscia e credersi grande e potente quando si decide della pelle d'altri, quando l'onnipotenza di avere tra le mani la vita e la morte...o un estintore.
Giuliani era tutto questo, non più evoluto del troglodita con la clava, maestro solo nel maneggio dell'attrezzo cui la selezione della specie lo aveva dotato, quanto un dente o un artiglio per chi deve solo operare da predatore e quindi con un programma alquanto semplificato e una struttura modellata solo all'offesa.
Gli è andata male, punto e basta, come per lo sciacallo infilato dal corno della gazzella.
Avrebbero mai cercato di intitolare, qualora a parti inverse, qualcosa alla memoria di un Mario Placanica?
Di questi giorni è il rimestare nel cassonetto dell'ennesimo politicante in cerca di rimasugli e avanzi, per vedere di impastare qualcosa simile ad una polpetta;
addirittura presenta il macinato di Giuliani come paragonabile al miglior filetto, a dar valore pari al Carletto come ai giudici Falcone e Borsellino, assassinati dalla mafia.
Peccato che loro il prossimo lo volevano salvare, non prendere a mazzate.
Il Nichi Vendola, che quando parla pare Paperino e modula vocina allo sputacchio, tromboneggia:
- «Fono qui a fcompaginare la finftra, a fparigliare i giochi. Botte a deftra, via Berlufconi! Vincere per le donne e gli eroi dei noftri giorni, come Falcone, Borfellino...e Carlo Giuliani, l'eroe ragaffino, ucciso da un carabiniere a Genova, quando una generafione perfe l'innocenfa e fece i suoi conti con la morte!»
Caro Nichi, ti rimbecco con l'affettuoso dire, in uso nella mia bella metropoli meneghina, quando si richiama chi ha appena detto una minchiata:
- «Ma và da via i ciapp!»
Senza offesa, a te e al tuo "eroe ragaffino"!
Io, secondo me...20.07.2010
un pistola con l'estintore non se la passa meglio.
Il piccolo teppistello, che cercava di linciare dei carabinieri, imprigionati in una camionetta andata a sbattere, c'ha lasciato la buccia, appunto perché era così scemo da credere che dall'altra parte si sarebbero fatti scassare la cervice dal bombolone, senza colpo ferire.
La convinzione, che l'arma dei carabinieri vanta tanti accoppati, sembra obbedire ad una legge fisica, come la caduta dei gravi o la forza di gravità, per cui a terra ci deve andare sempre il poliziotto;
il "Caramba" che non si lascia massacrare è un Bastian contrario, uno che non conosce e segue il galateo che lo vuole agnello sacrificale, eterno capro espiatorio, servo dello Stato e da scannare.
Dal povero Mario Placanica, racchiuso nella camionetta dei militi, sotto spranga, legni e manganelli, ci si attendeva l'"Ave, Carletto, morituri te salutant", l'ennesima versione del giroton...dino:
"Giro giro tondo, che ci faccio in questo mondo?
Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra;
vado giù per terra".
In quel 20 luglio 2001 durante il G8 di Genova, tra i delinquentelli, in cerca del poliziotto da disossare, c'era anche lui, il Carlo Giuliani, con il volto coperto dal classico passamontagna, a non farsi riconoscere qualora gli fosse riuscito di scassare il cranio e spegnere la fiamma sul cappello del milite.
Il Carletto era il classico ottuso, più portato al mestiere delle armi che a quelli del lavoro, dei tanti che si annoiavano perché la vita è monotona e la scarica d'adrenalina la si cerca negli spinelli o nello scassare i gemelli pubici al prossimo.
Vuoi mettere com'è più interessante lo sbattere la vecchietta sotto l'autobus piuttosto che farle attraversare la strada?!
Peccato che la vecchietta di turno c'avesse la pistola e, terrorizzata dall'essere fatta a pezzi, c'ha sparato, più che al coglione, al melone che quello aveva, sopra le spalle.
All'improvviso, tutti quelli come lui, attorno allo scannatoio su gomma, visto che dentro non c'erano più delle pecore, se la sono data a gambe, come conigli, quando scoperto che neppure fare branco garantiva un facile abbattimento del pollo.
Quando un uomo con l'estintore incontra un uomo con la pistola, quello con la bombola è un uomo morto!
Carlo Giuliani non era nessuno, se non un assassino mancato: lo sfigato tra la specie, il Fantozzi della categoria.
Se qualcuno ancora ne vorrebbe fare un eroe, in quel genere lo deve esaltare e non cercare nobiltà che non compete, a chi cercava di affinare l'arte dell'uccidere il prossimo suo.
Quelle immagini di macellai pronti a cavare sangue dei militi, assediati nella camionetta, sono ormai passate dalle mani della cronaca a quelle della storia: non ci sono ambiguità, nel riconoscere il diritto di difesa di chi era in procinto d'essere massacrato;
né ci sono dubbi di chi l'assalitore e di chi l'assalito.
Carlo Giuliani, a dire bene, era un cretino; a pensar male, un mancato omicida.
Vogliamo intitolargli una via? Una statua?
Ebbene, allora sia via dell'Estintore, e la statua: lanciato in avanti, non con la stampella che l'eroico fante Enrico Toti scagliò contro il nemico, ma con la bombola di schiumogeno sporca di sangue, con attaccato capelli e pezzi di cranio dell'uomo in divisa, che agonizza ai suoi piedi e il viso bene coperto, da un cappuccio prepuziale, a coprire la testa di quel che era il tipo.
Ora, non c'è nulla di più osceno quanto il cercare di farne un eroe, quando chiaro fosse uno dei tanti che vanno in cerca di teste da spaccare, come allo stadio o dovunque ci sia modo, mezzo ed occasione di fare il prepotente, il bullo, il bauscia e credersi grande e potente quando si decide della pelle d'altri, quando l'onnipotenza di avere tra le mani la vita e la morte...o un estintore.
Giuliani era tutto questo, non più evoluto del troglodita con la clava, maestro solo nel maneggio dell'attrezzo cui la selezione della specie lo aveva dotato, quanto un dente o un artiglio per chi deve solo operare da predatore e quindi con un programma alquanto semplificato e una struttura modellata solo all'offesa.
Gli è andata male, punto e basta, come per lo sciacallo infilato dal corno della gazzella.
Avrebbero mai cercato di intitolare, qualora a parti inverse, qualcosa alla memoria di un Mario Placanica?
Di questi giorni è il rimestare nel cassonetto dell'ennesimo politicante in cerca di rimasugli e avanzi, per vedere di impastare qualcosa simile ad una polpetta;
addirittura presenta il macinato di Giuliani come paragonabile al miglior filetto, a dar valore pari al Carletto come ai giudici Falcone e Borsellino, assassinati dalla mafia.
Peccato che loro il prossimo lo volevano salvare, non prendere a mazzate.
Il Nichi Vendola, che quando parla pare Paperino e modula vocina allo sputacchio, tromboneggia:
- «Fono qui a fcompaginare la finftra, a fparigliare i giochi. Botte a deftra, via Berlufconi! Vincere per le donne e gli eroi dei noftri giorni, come Falcone, Borfellino...e Carlo Giuliani, l'eroe ragaffino, ucciso da un carabiniere a Genova, quando una generafione perfe l'innocenfa e fece i suoi conti con la morte!»
Caro Nichi, ti rimbecco con l'affettuoso dire, in uso nella mia bella metropoli meneghina, quando si richiama chi ha appena detto una minchiata:
- «Ma và da via i ciapp!»
Senza offesa, a te e al tuo "eroe ragaffino"!
Io, secondo me...20.07.2010
mercoledì 14 luglio 2010
domenica 11 luglio 2010
Cazzata siciliana
Cazzata siciliana
"Chi muore giace, chi resta si da pace";
questo si usa dire quando, con rassegnazione, i sopravvissuti debbono soffrire con dignità, senza fare chiassate, dare in escandescenze, lamentarsi o arrivare ai piagnistei: se propri si deve, sia almeno in silenzio, composti, sussurrando, controllati nelle geremiadi e nel gocciolatoio dell'occhio.
Insomma: con stile e, soprattutto, defilati, lontani da finestre mediatiche, da dove tutti possono sbirciare e vedere quanti panni sporchi ci stanno dietro.
Quel che giace è la salma del maresciallo dei carabinieri Antonio Lombardo, che si sparò nel '95.
- «Ecco, si sparò; e allora, che ce ne fotte! Scelta sua, roba vecchia e lo spettacolo va avanti!» risponderebbe Leo.
E già perché lui fotte e se ne fotte, anche se la pallottola prese avvio non da una combinazione di polvere da sparo, ma dalla merda; e il Leo, di quella, ne ha riempito secchi, per lubrificare la camera di scoppio della rivoltella del povero Antonio.
Approfittando del predellino, della zeppa da sotto i piedi, che l'occasione gli aveva dato, il Leo Cascio subito se ne avvantaggiò, cercando di sembrare più grande di quel che fosse, come a proiettare l'ombra del nano sul telo, dove anche le movenze di un verme parrebbero contorsioni di drago.
Samarcanda, si chiamava la lampada magica, che amplificava la trombetta, a farla diventare trombone: direttore di tanta orchestra era allora il Santoro, presentatore e conduttore televisivo, detto anche Michele.
L'uno e l'altro ci guadagnarono in ascolti e notorietà, dove la verità vera è quella gridata, dove "Chi vusa pusè la vaca l'è sua", ovvero "chi urla di più ottiene la proprietà della mucca".
Leo, era Leoluca Orlando Cascio, avvocato e figlio di tale, che fu consigliere e poi sindaco di Palermo e, su su, da predellino a predellino, da zeppe in zeppa, da gradino a gradino, fino a divenire parlamentare e poi, da esportazione, come europarlamentare, oggi gemellato nell'Italia Dei Veleni - ops! Dei valori - del sciur paròn, Tony Di Pietro, protettore dei fabbricanti di manette.
Terra terra, la "sparata" del Leo fu:
- «Antonio è pappa e ciccia con la mafia!»
No, non l'Antonio amico suo di oggi, ma il Lombardo.
Praticamente sputtanò, in mondovisione, quel poveretto, usando la tromba più assordante esistente: la televisione;
e che non fu di bocca, la si vede solo oggi, ormai tardi per ridare onore e dignità a chi diede le dimissioni a modo suo, svergognato da uno che cercava di far rumore per emergere dal "se non fai casino non ti caga nessuno", detto nel volgare dell'uomo di strada.
Beh, Cascio c'aveva già provato ad attirare l'attenzione: prima entrando in polemica con Leonardo Sciascia, che di antimafia c'aveva gli attributi migliori del Leo e pure con il giudice Falcone, quello che alla mafia rompeva proprio gli zebedei, tanto che, per toglierselo dalle palle, lo fecero esplodere con tutta la scorta.
Il Cascio diceva che teneva le indagini nel cassetto, pure lui con macchie sulla camicia immacolata.
- «Eeeeeeh...errori di gioventù: ora sono pulito, anzi, "onorevole"!» direbbe il Leo.
Vero e, come quello che ti invita al Bar. a prendere un caffè, lui non paga mai!
Chi muore giace, chi resta si da pace;
Ovetto fresco di giornata, è la notizia che un altro tritato è riuscito ad uscire dalle pale del ventilatore, quello manovrato dagli "épandeur de merde", dove le macchie del loro prodotto rimangono a lungo, così come l'odore.
L'uomo che Paolo Borsellino - anche lui "esploso" dalla mafia - chiamava fratello, il carabiniere Carmelo Canale, è stato assolto in via definitiva dall'accusa di essersi venduto alla mafia;
Antonio Lombardo era suo cognato.
Se mai qualcuno dovrebbe fregiarsi del titolo di "Onorevole", questi sono proprio loro: onesti servitori dello Stato, a cui lo sputo dei serpenti ha, a uno tolto la vita, all'altro, l'ha avvelenata.
Quando la mafia non riusciva a togliersi dai coglioni quelli che la impensierivano, alle bombe preferiva il "pentito" di turno, quello che si faceva acchiappare apposta per poi avvelenare o intossicare dal di dentro chi lo ospitava.
Ecco che si toglieva d'attorno un pericoloso avversario senza colpo ferire, dove magari la fortuna favoriva pure i delinquenti, che della parola vergogna non ne conoscono declinazione, mentre per altri armava la rivoltella che si puntavano alla tempia.
Se poi c'era qualche Cascio nei paraggi, pure quello era valore aggiunto, che non era importante la trincea da dove sparava, basta che fosse uno dei suoi a cadere, vittima di quel che in guerra si chiama fuoco amico.
Anche un re si umiliò, a Canossa, cospargendosi il capo di cenere e chiedendo perdono per i propri errori;
ma i re, si sa, sono nobili: a noi rimangono ormai solo delle scartine, pochi e miserabili "onorevoli", da contrapporre.
"Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoci 'o passato..."
Io, secondo me...11.07.2010
"Chi muore giace, chi resta si da pace";
questo si usa dire quando, con rassegnazione, i sopravvissuti debbono soffrire con dignità, senza fare chiassate, dare in escandescenze, lamentarsi o arrivare ai piagnistei: se propri si deve, sia almeno in silenzio, composti, sussurrando, controllati nelle geremiadi e nel gocciolatoio dell'occhio.
Insomma: con stile e, soprattutto, defilati, lontani da finestre mediatiche, da dove tutti possono sbirciare e vedere quanti panni sporchi ci stanno dietro.
Quel che giace è la salma del maresciallo dei carabinieri Antonio Lombardo, che si sparò nel '95.
- «Ecco, si sparò; e allora, che ce ne fotte! Scelta sua, roba vecchia e lo spettacolo va avanti!» risponderebbe Leo.
E già perché lui fotte e se ne fotte, anche se la pallottola prese avvio non da una combinazione di polvere da sparo, ma dalla merda; e il Leo, di quella, ne ha riempito secchi, per lubrificare la camera di scoppio della rivoltella del povero Antonio.
Approfittando del predellino, della zeppa da sotto i piedi, che l'occasione gli aveva dato, il Leo Cascio subito se ne avvantaggiò, cercando di sembrare più grande di quel che fosse, come a proiettare l'ombra del nano sul telo, dove anche le movenze di un verme parrebbero contorsioni di drago.
Samarcanda, si chiamava la lampada magica, che amplificava la trombetta, a farla diventare trombone: direttore di tanta orchestra era allora il Santoro, presentatore e conduttore televisivo, detto anche Michele.
L'uno e l'altro ci guadagnarono in ascolti e notorietà, dove la verità vera è quella gridata, dove "Chi vusa pusè la vaca l'è sua", ovvero "chi urla di più ottiene la proprietà della mucca".
Leo, era Leoluca Orlando Cascio, avvocato e figlio di tale, che fu consigliere e poi sindaco di Palermo e, su su, da predellino a predellino, da zeppe in zeppa, da gradino a gradino, fino a divenire parlamentare e poi, da esportazione, come europarlamentare, oggi gemellato nell'Italia Dei Veleni - ops! Dei valori - del sciur paròn, Tony Di Pietro, protettore dei fabbricanti di manette.
Terra terra, la "sparata" del Leo fu:
- «Antonio è pappa e ciccia con la mafia!»
No, non l'Antonio amico suo di oggi, ma il Lombardo.
Praticamente sputtanò, in mondovisione, quel poveretto, usando la tromba più assordante esistente: la televisione;
e che non fu di bocca, la si vede solo oggi, ormai tardi per ridare onore e dignità a chi diede le dimissioni a modo suo, svergognato da uno che cercava di far rumore per emergere dal "se non fai casino non ti caga nessuno", detto nel volgare dell'uomo di strada.
Beh, Cascio c'aveva già provato ad attirare l'attenzione: prima entrando in polemica con Leonardo Sciascia, che di antimafia c'aveva gli attributi migliori del Leo e pure con il giudice Falcone, quello che alla mafia rompeva proprio gli zebedei, tanto che, per toglierselo dalle palle, lo fecero esplodere con tutta la scorta.
Il Cascio diceva che teneva le indagini nel cassetto, pure lui con macchie sulla camicia immacolata.
- «Eeeeeeh...errori di gioventù: ora sono pulito, anzi, "onorevole"!» direbbe il Leo.
Vero e, come quello che ti invita al Bar. a prendere un caffè, lui non paga mai!
Chi muore giace, chi resta si da pace;
Ovetto fresco di giornata, è la notizia che un altro tritato è riuscito ad uscire dalle pale del ventilatore, quello manovrato dagli "épandeur de merde", dove le macchie del loro prodotto rimangono a lungo, così come l'odore.
L'uomo che Paolo Borsellino - anche lui "esploso" dalla mafia - chiamava fratello, il carabiniere Carmelo Canale, è stato assolto in via definitiva dall'accusa di essersi venduto alla mafia;
Antonio Lombardo era suo cognato.
Se mai qualcuno dovrebbe fregiarsi del titolo di "Onorevole", questi sono proprio loro: onesti servitori dello Stato, a cui lo sputo dei serpenti ha, a uno tolto la vita, all'altro, l'ha avvelenata.
Quando la mafia non riusciva a togliersi dai coglioni quelli che la impensierivano, alle bombe preferiva il "pentito" di turno, quello che si faceva acchiappare apposta per poi avvelenare o intossicare dal di dentro chi lo ospitava.
Ecco che si toglieva d'attorno un pericoloso avversario senza colpo ferire, dove magari la fortuna favoriva pure i delinquenti, che della parola vergogna non ne conoscono declinazione, mentre per altri armava la rivoltella che si puntavano alla tempia.
Se poi c'era qualche Cascio nei paraggi, pure quello era valore aggiunto, che non era importante la trincea da dove sparava, basta che fosse uno dei suoi a cadere, vittima di quel che in guerra si chiama fuoco amico.
Anche un re si umiliò, a Canossa, cospargendosi il capo di cenere e chiedendo perdono per i propri errori;
ma i re, si sa, sono nobili: a noi rimangono ormai solo delle scartine, pochi e miserabili "onorevoli", da contrapporre.
"Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoci 'o passato..."
Io, secondo me...11.07.2010
lunedì 5 luglio 2010
domenica 4 luglio 2010
Cazzazione
- «Non fa male...non fa male!»
La tipa saltellava come un grillo, attorno al più possente e tarchiato marito.
A vederli, pareva la serie di Rocky Balboa, il famoso pugile interpretato dall'attore Silvester Stallone, dove usava la propria faccia per intercettare i colpi dell'avversario, più che il pugno;
il povero Rocky ne usciva sempre vincitore, più per sfinimento di chi lo affrontava che per doti agonistiche proprie.
Con la faccia come una bistecca passata al tritacarne, scoraggiava quel che lo pestava con la famosa frase, appunto:
«Non fa male...Non fa male!»
A quello, prima o poi, cascavano le braccia e - beng! - gli arrivava la mazzata finale di quel che, fino ad allora, le aveva buscate incessantemente.
- «Fatto niente, fatto niente: ciccabù, ciccabù!»
La femmina continuava l'incontro, nonostante il naso ridotto a gnocco, gli occhi tumefatti, gli zigomi violacei, gli incisivi spezzati, il contorno occhi dell'orsetto Panda, le labbra gonfie come canotti, le capsule dentali saltate, la mandibola sghemba e cascante, le dita fratturate e i capelli arruffati.
- «Non mi fai paura, marameo!!»
Il gancio le arrivò dal lato scoperto, mentre un montante devastante le schiacciò i denti, gli uni sugli altri, mandandoli in frantumi;
Il colpo allo stomaco la piegò in due, come un libro rinchiuso di botto, mentre i polmoni si sgonfiarono d'un fiato, come una gomma forata dal chiodo.
Il colpo basso le fece vibrare tutto l'apparato riproduttivo, dove ormai quel che stava sopra ora era sotto e viceversa.
- «Tutto qui, non sai fare di meglio?»
a dire il vero, questa frase è stata interpretata più dalla mimica che dalla lettura del labiale, che ormai la bocca era attaccata al naso, a formare un tutt'uno.
L'uomo la finì con lo sgabello, il martello del gong e il secchio, dove stava in ammollo la spugna.
Alla vista dei carabinieri, avvertiti dai vicini di casa della coppia, allarmati dalle urla bestiali, di rabbia e dolore, si presentò uno spettacolo tremendo, quando i portantini della lettiga deposero i pezzi della donna sulla tela, avendo l'accortezza di numerarli, per dar modo poi di ricomporre i tanti ossicini spezzati, i lembi di carne striata e i tendini che assomigliavano a stringhe slacciate o spaghetti scotti;
la donna, con la migliore delle dita maciullate riuscì ancora a tracciare, con il suo sangue, una riga sul pavimento
- «Non fa male...non fa male!»
Ad uno dei militi scappò detto, con ammirazione e dopo aver ammanettato il manesco marito:
- «'azzarola; quella è proprio una donna con le palle!»
Dopo aver raccolto i coriandoli corporali più minuti con lo scopino e l'aspirapolvere, i volontari della croce rossa sgommarono quanto più in fretta possibile, a sirene spiegate e con la massima celerità.
- «[...] una con le palle, per nulla intimorita dal consorte, manesco e offensivo; pertanto, questo tribunale assolve l'imputato perché ritiene che ingiurie e botte non possano essere considerate sopraffazione esercitata dall'accusato, visto che la moglie è una tigre, per nulla spaventata dalla brutale virilità del suo King Kong!»
Bam! Bam! Bam!
Il martelletto batté inesorabile, sottolineando l'atto di giustizia, mentre i signori togati se ne andarono alla spicciolata, tronfi e ringalluzziti, dopo aver telefonato a casa: «Maria, butta la pasta, che sto arrivando!»
Le tante Marie, mogli di questi della Cassazione, Suprema Corte di illuminati, sicuramente avranno fatto tesoro del neanche tanto velato messaggio: credere, obbedire e tacere, altrimenti, se mostrate gli attributi - io sono omo! - c'è licenza di raddrizzarvi a legnate!
Prese per i capelli e trascinate nella caverna, c'hanno tagliato le unghie, alle ribelli, quei maschioni della...Cazzazione.
King Kong, scimmione di Livigno, condannato dalla corte di Sondrio e pure, in appello, in quella di Milano, altri parrucconi l'hanno fatto uscire dalla gabbia: tribunale che vai, legge che trovi, che non è vero sia uguale per tutti.
Io, secondo me...04.07.2010
La tipa saltellava come un grillo, attorno al più possente e tarchiato marito.
A vederli, pareva la serie di Rocky Balboa, il famoso pugile interpretato dall'attore Silvester Stallone, dove usava la propria faccia per intercettare i colpi dell'avversario, più che il pugno;
il povero Rocky ne usciva sempre vincitore, più per sfinimento di chi lo affrontava che per doti agonistiche proprie.
Con la faccia come una bistecca passata al tritacarne, scoraggiava quel che lo pestava con la famosa frase, appunto:
«Non fa male...Non fa male!»
A quello, prima o poi, cascavano le braccia e - beng! - gli arrivava la mazzata finale di quel che, fino ad allora, le aveva buscate incessantemente.
- «Fatto niente, fatto niente: ciccabù, ciccabù!»
La femmina continuava l'incontro, nonostante il naso ridotto a gnocco, gli occhi tumefatti, gli zigomi violacei, gli incisivi spezzati, il contorno occhi dell'orsetto Panda, le labbra gonfie come canotti, le capsule dentali saltate, la mandibola sghemba e cascante, le dita fratturate e i capelli arruffati.
- «Non mi fai paura, marameo!!»
Il gancio le arrivò dal lato scoperto, mentre un montante devastante le schiacciò i denti, gli uni sugli altri, mandandoli in frantumi;
Il colpo allo stomaco la piegò in due, come un libro rinchiuso di botto, mentre i polmoni si sgonfiarono d'un fiato, come una gomma forata dal chiodo.
Il colpo basso le fece vibrare tutto l'apparato riproduttivo, dove ormai quel che stava sopra ora era sotto e viceversa.
- «Tutto qui, non sai fare di meglio?»
a dire il vero, questa frase è stata interpretata più dalla mimica che dalla lettura del labiale, che ormai la bocca era attaccata al naso, a formare un tutt'uno.
L'uomo la finì con lo sgabello, il martello del gong e il secchio, dove stava in ammollo la spugna.
Alla vista dei carabinieri, avvertiti dai vicini di casa della coppia, allarmati dalle urla bestiali, di rabbia e dolore, si presentò uno spettacolo tremendo, quando i portantini della lettiga deposero i pezzi della donna sulla tela, avendo l'accortezza di numerarli, per dar modo poi di ricomporre i tanti ossicini spezzati, i lembi di carne striata e i tendini che assomigliavano a stringhe slacciate o spaghetti scotti;
la donna, con la migliore delle dita maciullate riuscì ancora a tracciare, con il suo sangue, una riga sul pavimento
- «Non fa male...non fa male!»
Ad uno dei militi scappò detto, con ammirazione e dopo aver ammanettato il manesco marito:
- «'azzarola; quella è proprio una donna con le palle!»
Dopo aver raccolto i coriandoli corporali più minuti con lo scopino e l'aspirapolvere, i volontari della croce rossa sgommarono quanto più in fretta possibile, a sirene spiegate e con la massima celerità.
- «[...] una con le palle, per nulla intimorita dal consorte, manesco e offensivo; pertanto, questo tribunale assolve l'imputato perché ritiene che ingiurie e botte non possano essere considerate sopraffazione esercitata dall'accusato, visto che la moglie è una tigre, per nulla spaventata dalla brutale virilità del suo King Kong!»
Bam! Bam! Bam!
Il martelletto batté inesorabile, sottolineando l'atto di giustizia, mentre i signori togati se ne andarono alla spicciolata, tronfi e ringalluzziti, dopo aver telefonato a casa: «Maria, butta la pasta, che sto arrivando!»
Le tante Marie, mogli di questi della Cassazione, Suprema Corte di illuminati, sicuramente avranno fatto tesoro del neanche tanto velato messaggio: credere, obbedire e tacere, altrimenti, se mostrate gli attributi - io sono omo! - c'è licenza di raddrizzarvi a legnate!
Prese per i capelli e trascinate nella caverna, c'hanno tagliato le unghie, alle ribelli, quei maschioni della...Cazzazione.
King Kong, scimmione di Livigno, condannato dalla corte di Sondrio e pure, in appello, in quella di Milano, altri parrucconi l'hanno fatto uscire dalla gabbia: tribunale che vai, legge che trovi, che non è vero sia uguale per tutti.
Io, secondo me...04.07.2010
lunedì 28 giugno 2010
mercoledì 23 giugno 2010
giovedì 17 giugno 2010
Akbarbari
C'è chi la perde per una donna, chi per la paura, per una provocazione o uno sgarbo;
così si dice di chi la ragione smarrisce: quello, ha perso la testa!
Ma in senso figurato: invero, quella c'è sempre, ben piantata sul collo ma, semplicemente, quel manca è la capacità del discernimento.
Ci si uccide per amore, si salta nel vuoto da un grattacielo in fiamme, si picchia se offesi o si accoppa per uno sgarro e la zucca, anche se vuota, si accompagna sempre allo sfortunato, che ci ha tolto il sale per metterci l'aria.
Altra cosa per chi veramente se la trova tagliata, solo perché ha trovato sulla sua strada un coglione che, dopo averla spiccata dal corpo, la mostra come trofeo, gridando:
- «Ho ucciso il grande satana: Allah Akbar!»
Pirla.
Figlio di un dio minore, povero d'intelligenza quanto di verbo, tanto da preferire, al filo del discorso, quello della lama;
di lui si potrebbe dire, come per un animale: gli manca la parola!
Monsignor Luigi Padovese, come per il precedente, il caro don Santoro, è finito così: sgozzato.
Allah Akbar...ma va da via i ciapp, paciaratt: offri il tuo didietro, mangiatopi!
In quel di Turchia - ma la cosa si ripete nel mondo degli "akbarbari" - così è fatto tacere chi oppone Cristo, maestro di pace, ad un profeta che diffonde spade e catene.
Senza questi "ferri" del mestiere, pochi accetterebbero di servire da inferiori, quando possibile essere trattati da pari.
La ragione della forza è il bastone del pecoraio, dove a lui spetta latte e carne e al gregge fornire quello e questa;
semplice bottega di macellaio.
Solo a Roma, ad un tiro di schioppo, abitano la Chiesa di San Pietro, una bella Sinagoga e una paffuta Moschea, tanto che, se ognuno si affacciasse, potrebbero darsi voce, come nel cortile di case di ringhiera.
Nel cuore della cristianità, un segno di fratellanza, a pari livello: in quello dell'Islam, solo segni di un padrone.
Cazzeggiamo pure sui distinguo, ma la sostanza, il succo del discorso, quello è!
Entra nel mucchio e sei come le vacche del cow-boy: marchiato a fuoco!
Da quel momento non esisti più, come individuo, ma come numero: prova saltare lo steccato e ti trovi...stecchito!
Non esiste divorzio, nessuna possibilità di riscattare l'ipoteca; sei una proprietà indivisibile...tranne che nel breve spazio tra il mento e le spalle!
Da ultimi arrivati, nella gestione delle cose del buon Dio, vorrebbero esserne sigillo, quasi che le la Storia iniziasse dal fondo e i piedi, d'improvviso, volessero che fossero le mani a camminare, di modo che il sotto diventasse il sopra e il fondello la testa.
Nulla da eccepire se solo, con lo scolapasta in testa e la mano sul petto, infilata nella camicia, il novello Napoleone imperasse tra le mura del manicomio.
Allah Akbar...beh, anche il mio, come quello d'ogni creatura, pienamente in diritto di cercarlo, chiamarlo, pregarlo, adorarlo come meglio crede.
I grilli hanno lasciato lavorare le formiche, per poi sedersi al banchetto e voler dare misura e porzione, usando il coltello per tagliare pane, companatico e gole.
Il tappo di sughero vuole e pretende di valere più e quanto l'intera damigiana e del vino!
Libero di crederci, ma non d'imporre, cazzo!!
E se la spada è la sostanza di un dio e del suo profeta, poveri questi, che non sono molto differenti da una faccia di tolla, sia pure su un piedistallo d'oro; chi ne è servo non può certo amarli, ma solo temerli, e nulla è più vile del terrore, che spinge e non trascina, che uccide quello che un vero Dio ha creato per la vita.
Cani, scimmie e maiali saranno pure animali impuri, ma ben contento sono d'accompagnarmi a questi, piuttosto che a delle bestie di Akbarbari, tanto ignoranti e anche cannibali, quando uccidono pure fratelli di stessa fede, quando Abele osa contraddire Caino!
Io, secondo me...16.06.2010
così si dice di chi la ragione smarrisce: quello, ha perso la testa!
Ma in senso figurato: invero, quella c'è sempre, ben piantata sul collo ma, semplicemente, quel manca è la capacità del discernimento.
Ci si uccide per amore, si salta nel vuoto da un grattacielo in fiamme, si picchia se offesi o si accoppa per uno sgarro e la zucca, anche se vuota, si accompagna sempre allo sfortunato, che ci ha tolto il sale per metterci l'aria.
Altra cosa per chi veramente se la trova tagliata, solo perché ha trovato sulla sua strada un coglione che, dopo averla spiccata dal corpo, la mostra come trofeo, gridando:
- «Ho ucciso il grande satana: Allah Akbar!»
Pirla.
Figlio di un dio minore, povero d'intelligenza quanto di verbo, tanto da preferire, al filo del discorso, quello della lama;
di lui si potrebbe dire, come per un animale: gli manca la parola!
Monsignor Luigi Padovese, come per il precedente, il caro don Santoro, è finito così: sgozzato.
Allah Akbar...ma va da via i ciapp, paciaratt: offri il tuo didietro, mangiatopi!
In quel di Turchia - ma la cosa si ripete nel mondo degli "akbarbari" - così è fatto tacere chi oppone Cristo, maestro di pace, ad un profeta che diffonde spade e catene.
Senza questi "ferri" del mestiere, pochi accetterebbero di servire da inferiori, quando possibile essere trattati da pari.
La ragione della forza è il bastone del pecoraio, dove a lui spetta latte e carne e al gregge fornire quello e questa;
semplice bottega di macellaio.
Solo a Roma, ad un tiro di schioppo, abitano la Chiesa di San Pietro, una bella Sinagoga e una paffuta Moschea, tanto che, se ognuno si affacciasse, potrebbero darsi voce, come nel cortile di case di ringhiera.
Nel cuore della cristianità, un segno di fratellanza, a pari livello: in quello dell'Islam, solo segni di un padrone.
Cazzeggiamo pure sui distinguo, ma la sostanza, il succo del discorso, quello è!
Entra nel mucchio e sei come le vacche del cow-boy: marchiato a fuoco!
Da quel momento non esisti più, come individuo, ma come numero: prova saltare lo steccato e ti trovi...stecchito!
Non esiste divorzio, nessuna possibilità di riscattare l'ipoteca; sei una proprietà indivisibile...tranne che nel breve spazio tra il mento e le spalle!
Da ultimi arrivati, nella gestione delle cose del buon Dio, vorrebbero esserne sigillo, quasi che le la Storia iniziasse dal fondo e i piedi, d'improvviso, volessero che fossero le mani a camminare, di modo che il sotto diventasse il sopra e il fondello la testa.
Nulla da eccepire se solo, con lo scolapasta in testa e la mano sul petto, infilata nella camicia, il novello Napoleone imperasse tra le mura del manicomio.
Allah Akbar...beh, anche il mio, come quello d'ogni creatura, pienamente in diritto di cercarlo, chiamarlo, pregarlo, adorarlo come meglio crede.
I grilli hanno lasciato lavorare le formiche, per poi sedersi al banchetto e voler dare misura e porzione, usando il coltello per tagliare pane, companatico e gole.
Il tappo di sughero vuole e pretende di valere più e quanto l'intera damigiana e del vino!
Libero di crederci, ma non d'imporre, cazzo!!
E se la spada è la sostanza di un dio e del suo profeta, poveri questi, che non sono molto differenti da una faccia di tolla, sia pure su un piedistallo d'oro; chi ne è servo non può certo amarli, ma solo temerli, e nulla è più vile del terrore, che spinge e non trascina, che uccide quello che un vero Dio ha creato per la vita.
Cani, scimmie e maiali saranno pure animali impuri, ma ben contento sono d'accompagnarmi a questi, piuttosto che a delle bestie di Akbarbari, tanto ignoranti e anche cannibali, quando uccidono pure fratelli di stessa fede, quando Abele osa contraddire Caino!
Io, secondo me...16.06.2010
lunedì 14 giugno 2010
Cul Tura
Non ce l'hanno nel sangue, e neppure arriva dai cromosomi: è istinto, pura natura animale, bollenti spiriti, latenti ma pronti ad uscire, come lava di vulcano quando salta il tappo;
elementare ma efficace, come per l'interruttore della luce: click, acceso...ri-click, spento.
L'unico nemico buono è quello morto.
Correva l'Ottobre del 2009, quando un esemplare della razza disse, invitò, predicò, istigò e sperò:
«Ma, santo cielo, possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi?»
Parole di Matteo Mezzadri - coordinatore a Vignola e membro della segreteria provinciale dei giovani del Partito Democratico - a sublimare e sintetizzare una potente certezza, ben radicata nella mente profonda dei sinistri, in special modo se istruiti da vecchi ruderi di scuola moscovita.
I "teorici", fighetti in guanti bianchi, "suggeritori occulti", che si fingono pompieri mentre offrono il cerino alla nuova generazione, ragionavano così, dopo l'ennesima bastonata elettorale, dove usciti a pezzi:
- «Vero che siamo in minoranza, ma siamo in maggioranza nella parte più acculturata del paese [...] il primo partito nelle aree urbane tra gli italiani che leggono libri, che leggono i giornali [...] che rappresenta la classe dirigente del paese in tutti i campi ed è molto difficile che chi governa possa cambiare le cose senza il nostro consenso attivo.»
Un anno prima di Matteo Mezzadri, il "professorino", Massimo D'Alema, già pasturava, seminando per il futuro.
Ovvio che quelli come loro sono pochi: la razza eletta è qualità, non quantità e, visto che il fine giustifica i mezzi, è compito degli unti dal Signore correggere gli errori dell'urna elettorale.
"Resuscitiamo le Brigate Rosse ed ammazziamo Berlusconi";
gli effetti della campagna d'odio de la Repubblica e di Di Pietro continuarono la missione, la ricerca del sicario, al di là e sempre più incattiviti dai responsi sfavorevoli degli elettori che, imperterriti, continuavano - e continuano - a riempirli di mazzate.
Ma noi, Australopitechi, Cro-Magnon, cavernicoli, solo la clava sappiamo usare e quelli soffrono, a dover seguire le regole di noi selvaggi.
Fu così che venne quel 13 dicembre 2009 dove, in Piazza Duomo, a Milano, l'odiato rappresentante della brulicante ma ignorante specie inferiore, subì conseguenza di tanti messaggi, non tanto subliminali:
"Il premier Berlusconi è stato aggredito in Piazza Duomo da Massimo Tartaglia, 42 anni di Cesano Boscone, grafico, che lo ha colpito con una statuina di metallo. Il viso del premier e' diventato una maschera di sangue", recita la stampa.
Due otturazioni saltate, un'infrazione all'osso nasale e un labbro spaccato.
L'istinto primorde, l'Imprinting violento e profondo nella carne rossa, fa esultare la massa gongolante, che si rammarica non dell'attentato, ma che questo non è stato risolutivo: la..."Mortal suasion" riuscì solo a metà.
L'imbeccata fu buona, ma il braccio moscio.
- «Roba da scendere in piazza e fare subito la rivoluzione [...] io dico se non esiste nessuno in grado di fermare questo scempio...che so, esiste ancora la figura del killer a pagamento? La cultura non si deve toccare!»
Cazzo, mi dico: ma è mai possibile che i vogliosi di sangue e lacrime, siano sempre a voler fare i froci col culo degli altri?
Cara Wertmuller, regista da pellicole al Domopack,nonchè sciura Lina, perché ancora cerchi l'ennesimo Tartaglia e non ci metti del tuo?
Accoppalo da te, il Tremonti Giulio, Ministro dell'Economia e di - scarse- Finanze che, in tempo di vacche magre, ci dice: «Bambole, non c'è più una lira!»
All'invito al risparmio, forzatura e non scelta, in tempo di crisi, la cultura risponde, a chi gli fa i conti in tasca, con un minaccioso:
- «Copa el porseo!», accoppa il maiale.
Pallottola in testa...killer a pagamento...
Cul Tura che im...pazza?
Io, secondo me...10.06.2010
elementare ma efficace, come per l'interruttore della luce: click, acceso...ri-click, spento.
L'unico nemico buono è quello morto.
Correva l'Ottobre del 2009, quando un esemplare della razza disse, invitò, predicò, istigò e sperò:
«Ma, santo cielo, possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi?»
Parole di Matteo Mezzadri - coordinatore a Vignola e membro della segreteria provinciale dei giovani del Partito Democratico - a sublimare e sintetizzare una potente certezza, ben radicata nella mente profonda dei sinistri, in special modo se istruiti da vecchi ruderi di scuola moscovita.
I "teorici", fighetti in guanti bianchi, "suggeritori occulti", che si fingono pompieri mentre offrono il cerino alla nuova generazione, ragionavano così, dopo l'ennesima bastonata elettorale, dove usciti a pezzi:
- «Vero che siamo in minoranza, ma siamo in maggioranza nella parte più acculturata del paese [...] il primo partito nelle aree urbane tra gli italiani che leggono libri, che leggono i giornali [...] che rappresenta la classe dirigente del paese in tutti i campi ed è molto difficile che chi governa possa cambiare le cose senza il nostro consenso attivo.»
Un anno prima di Matteo Mezzadri, il "professorino", Massimo D'Alema, già pasturava, seminando per il futuro.
Ovvio che quelli come loro sono pochi: la razza eletta è qualità, non quantità e, visto che il fine giustifica i mezzi, è compito degli unti dal Signore correggere gli errori dell'urna elettorale.
"Resuscitiamo le Brigate Rosse ed ammazziamo Berlusconi";
gli effetti della campagna d'odio de la Repubblica e di Di Pietro continuarono la missione, la ricerca del sicario, al di là e sempre più incattiviti dai responsi sfavorevoli degli elettori che, imperterriti, continuavano - e continuano - a riempirli di mazzate.
Ma noi, Australopitechi, Cro-Magnon, cavernicoli, solo la clava sappiamo usare e quelli soffrono, a dover seguire le regole di noi selvaggi.
Fu così che venne quel 13 dicembre 2009 dove, in Piazza Duomo, a Milano, l'odiato rappresentante della brulicante ma ignorante specie inferiore, subì conseguenza di tanti messaggi, non tanto subliminali:
"Il premier Berlusconi è stato aggredito in Piazza Duomo da Massimo Tartaglia, 42 anni di Cesano Boscone, grafico, che lo ha colpito con una statuina di metallo. Il viso del premier e' diventato una maschera di sangue", recita la stampa.
Due otturazioni saltate, un'infrazione all'osso nasale e un labbro spaccato.
L'istinto primorde, l'Imprinting violento e profondo nella carne rossa, fa esultare la massa gongolante, che si rammarica non dell'attentato, ma che questo non è stato risolutivo: la..."Mortal suasion" riuscì solo a metà.
L'imbeccata fu buona, ma il braccio moscio.
- «Roba da scendere in piazza e fare subito la rivoluzione [...] io dico se non esiste nessuno in grado di fermare questo scempio...che so, esiste ancora la figura del killer a pagamento? La cultura non si deve toccare!»
Cazzo, mi dico: ma è mai possibile che i vogliosi di sangue e lacrime, siano sempre a voler fare i froci col culo degli altri?
Cara Wertmuller, regista da pellicole al Domopack,nonchè sciura Lina, perché ancora cerchi l'ennesimo Tartaglia e non ci metti del tuo?
Accoppalo da te, il Tremonti Giulio, Ministro dell'Economia e di - scarse- Finanze che, in tempo di vacche magre, ci dice: «Bambole, non c'è più una lira!»
All'invito al risparmio, forzatura e non scelta, in tempo di crisi, la cultura risponde, a chi gli fa i conti in tasca, con un minaccioso:
- «Copa el porseo!», accoppa il maiale.
Pallottola in testa...killer a pagamento...
Cul Tura che im...pazza?
Io, secondo me...10.06.2010
Mezzaluna di fuoco
Il film "Mezzogiorno di fuoco" era ambientato nella cittadina di Hadleyville e narrava la vicenda di Will Kane, uno sceriffo che si sentiva moralmente obbligato ad affrontare un manipolo di fuorilegge giunti in città;
tutti i cittadini allora lo abbandonano al suo destino: molti gli chiesero addirittura di andare via per evitare la sparatoria, che avrebbe dato al paese una cattiva reputazione.
"Non importa chi ha torto e chi ragione: questo non serve a nulla quando iniziano a sparare", è la filosofia dei vigliacchi, più interessati a salvare i propri interessi, disposti pure a compromessi e a pagare pur di poter continuare ad ingrassare.
Lo sceriffo non ti ucciderà, ma gli altri si;
è la perversa, egoistica e miope mentalità di tanti imperi che, raggiunto l'agiatezza, delegarono a mercenari il compito di difenderli, facendo l'errore di affidare a morti di fame le chiavi della dispensa.
Vendettero così la propria forza, che si chiamava dignità, il cui mantenimento incuteva, esigeva e ritornava rispetto.
Quelli, appena accortisi che era stupido ammazzarsi l'un l'altro per difendere dei debosciati, alfine capirono che era giunto il momento di infilare a quelli lo spiedo nel didietro e la mela in bocca, piuttosto che scannarsi per loro.
Quello che li motivò, prima che la bramosia e la facilità della conquista, fu il disprezzo: l'altrui viltà li rese consci del proprio valore, e che era assurdo che ruvidi guerrieri servissero delle viziate femminucce.
Eurabia, la pulzella, non ama virile mucolarità: villosi e pelosi maschioni, ammazzatevi, ma fuori dal giardino dove raccolgo margherite.
Israele, come Will Kane, non irriti i bruti e, se proprio lo vuole fare, che non porti conseguenze all'imene della femminuccia.
Apra le frontiere, abbatta il muro che difende la sua gente, si lasci piovere in testa missili, tric-trac e bombe a mano e che i suoi esplodano, tra coriandoli di budella e frattaglie, ma che il sonno della bell'addormentata non sia disturbato dalle bombarde.
Lo sceriffo non ti uccide; Israele non mette bombe.
Lascino stare, lascino fare, per evitare la sparatoria, che darebbe al paese una cattiva reputazione.
Come si fa a fare affari, in mezzo alle pistolettate?
Israele, sei la prima linea: tieni duro e, soprattutto, non lasciare che la linea del Piave arrivi a noi!
E voi, incazzuti, guardate: leviamo i nostri crocefissi, tacitiamo le campane, vi lasciamo le piazze, mettiamo silenziatore alla critica e alla satira, e vi chiediamo scusa, dite voi quando e su cosa.
Cominciamo a lasciare sacche nei nostri ordinamenti, affinché possiate applicare vostre leggi;
sigillate le vostre donne nel burqa, sgozzatele se non seguono il padre-padrone, pretendete di avere moschee che arrivano al cielo, finanche dove avete abbattuto torri gemelle per farvi posto;
non diciamo neppure "Chiedete e vi sarà dato", perché potete esigere, reclamare!
Ma lasciateci intrallazzare.
Sbudellatevi, ma fuori, non da noi...lasciate la cittadina, per evitare di dare al paese una cattiva reputazione, che sarebbe nocumento per gli affari.
"E noi? La nostra gente, sopravvissuti di generazioni cancellate nei campi di concentramento e dai forni crematori? Noi non abbiamo diritto a controllare che quello che entra nella terra che abbiamo lasciato, in segno, nel tentativo di pace, non sia strumento per nostro macello? Non possiamo difenderci, quando i nostri soldati sono assaliti da finte colombe, che poi mostrano artigli e zanne, quando si tenta di accertare che non cerchino di contrabbandare polvere da sparo invece che di farina?".
Eurabia non vuole: un piatto di lenticchie è meglio di una bomba sotto il culo e Israele è un buon capretto da donare, per il sacrificio ad Allah.
D'un colpo si realizzerebbe il sogno del nero e del rosso, in verde tinta.
E quando quelli si accorgeranno che Eurabia è facile da infilare, con spiedo in culo e mela in bocca, toccherà a lei lasciarci candore e verginità;
allora - se non già - ecco la sfida finale, la resa dei conti...la resa.
Mezzogiorno...anzi: mezzaluna di fuoco!
Io, secondo me...04.06.2010
tutti i cittadini allora lo abbandonano al suo destino: molti gli chiesero addirittura di andare via per evitare la sparatoria, che avrebbe dato al paese una cattiva reputazione.
"Non importa chi ha torto e chi ragione: questo non serve a nulla quando iniziano a sparare", è la filosofia dei vigliacchi, più interessati a salvare i propri interessi, disposti pure a compromessi e a pagare pur di poter continuare ad ingrassare.
Lo sceriffo non ti ucciderà, ma gli altri si;
è la perversa, egoistica e miope mentalità di tanti imperi che, raggiunto l'agiatezza, delegarono a mercenari il compito di difenderli, facendo l'errore di affidare a morti di fame le chiavi della dispensa.
Vendettero così la propria forza, che si chiamava dignità, il cui mantenimento incuteva, esigeva e ritornava rispetto.
Quelli, appena accortisi che era stupido ammazzarsi l'un l'altro per difendere dei debosciati, alfine capirono che era giunto il momento di infilare a quelli lo spiedo nel didietro e la mela in bocca, piuttosto che scannarsi per loro.
Quello che li motivò, prima che la bramosia e la facilità della conquista, fu il disprezzo: l'altrui viltà li rese consci del proprio valore, e che era assurdo che ruvidi guerrieri servissero delle viziate femminucce.
Eurabia, la pulzella, non ama virile mucolarità: villosi e pelosi maschioni, ammazzatevi, ma fuori dal giardino dove raccolgo margherite.
Israele, come Will Kane, non irriti i bruti e, se proprio lo vuole fare, che non porti conseguenze all'imene della femminuccia.
Apra le frontiere, abbatta il muro che difende la sua gente, si lasci piovere in testa missili, tric-trac e bombe a mano e che i suoi esplodano, tra coriandoli di budella e frattaglie, ma che il sonno della bell'addormentata non sia disturbato dalle bombarde.
Lo sceriffo non ti uccide; Israele non mette bombe.
Lascino stare, lascino fare, per evitare la sparatoria, che darebbe al paese una cattiva reputazione.
Come si fa a fare affari, in mezzo alle pistolettate?
Israele, sei la prima linea: tieni duro e, soprattutto, non lasciare che la linea del Piave arrivi a noi!
E voi, incazzuti, guardate: leviamo i nostri crocefissi, tacitiamo le campane, vi lasciamo le piazze, mettiamo silenziatore alla critica e alla satira, e vi chiediamo scusa, dite voi quando e su cosa.
Cominciamo a lasciare sacche nei nostri ordinamenti, affinché possiate applicare vostre leggi;
sigillate le vostre donne nel burqa, sgozzatele se non seguono il padre-padrone, pretendete di avere moschee che arrivano al cielo, finanche dove avete abbattuto torri gemelle per farvi posto;
non diciamo neppure "Chiedete e vi sarà dato", perché potete esigere, reclamare!
Ma lasciateci intrallazzare.
Sbudellatevi, ma fuori, non da noi...lasciate la cittadina, per evitare di dare al paese una cattiva reputazione, che sarebbe nocumento per gli affari.
"E noi? La nostra gente, sopravvissuti di generazioni cancellate nei campi di concentramento e dai forni crematori? Noi non abbiamo diritto a controllare che quello che entra nella terra che abbiamo lasciato, in segno, nel tentativo di pace, non sia strumento per nostro macello? Non possiamo difenderci, quando i nostri soldati sono assaliti da finte colombe, che poi mostrano artigli e zanne, quando si tenta di accertare che non cerchino di contrabbandare polvere da sparo invece che di farina?".
Eurabia non vuole: un piatto di lenticchie è meglio di una bomba sotto il culo e Israele è un buon capretto da donare, per il sacrificio ad Allah.
D'un colpo si realizzerebbe il sogno del nero e del rosso, in verde tinta.
E quando quelli si accorgeranno che Eurabia è facile da infilare, con spiedo in culo e mela in bocca, toccherà a lei lasciarci candore e verginità;
allora - se non già - ecco la sfida finale, la resa dei conti...la resa.
Mezzogiorno...anzi: mezzaluna di fuoco!
Io, secondo me...04.06.2010
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