venerdì 19 febbraio 2010

All'inizio furono i giganti...

- «Pace e bene a tutti!»

I più penseranno che no, non è possibile che quel gran carognone del Beppe Fontana, sempre pronto a borbottare e cannoneggiare e dolce come una raspa, inizi qualcosa portando ramoscello d'ulivo, piuttosto che piatta spinosa di pianta grassa.
"Non sta bene...non è da lui...qui gatta ci cova...uno stronzo non può cambiare odore...dalla caverna non può uscire signore", saranno i commenti più misurati.
Ebbene, è vero: non è farina del mio sacco.
Così iniziava e terminava il suo predicare quel sant'uomo, il buon frate cappuccino, uno degli uomini che ho amato di più nella mia vita: Padre Mariano.
Allora ero alto un soldo di cacio, come si usava dire di moneta di valore così basso, povera e misera, come la crosta di formaggio che con quella ci si poteva permettere di comprare e mettere sotto i denti;
eppure quell'uomo mi è entrato nel cuore, prima che nella memoria.
Dall'orecchio, tra la fine corsa del bel barbone arruffato e l'attaccatura alta del tappeto capelluto gira attorno al collo la tonsura, ad anticipare la chierica poco sopra; i pochi peli sembravano come la cintura del fossato attorno alle mura di un castello.
Gli occhiali da miope non nascondevano ma, anzi, accentuavano uno sguardo dolcissimo, mite, carezzevole, da buono che, sì, veramente poteva chiamarsi lo specchio dell'anima;
i baffi sottolineavano un sorriso leggero come le ali di una farfalla e il barbone fluente, nerofumo ai lati e sfumato di grigi al centro, somigliava alle acque di un ruscello, più limpide al centro e leggermente più ombreggiate ai fianchi.
La voce poi. La voce era di un incantatore. Ammaliava, stregava addirittura.
"Beppe c'ha un cuore...emozioni...lì, lì per avere la lacrimuccia", qualcuno partirà a dire, a sto punto del cazzeggio mio;
si, lo ammetto: ci fu un momento che attraversai attimi di umanità, prima di approdare a quel che sono oggi.
Anche io fui umano, prima che la lima da mazzo mi sgrossasse la pelle e trasformasse il liscio in crosta.
Padre Mariano fu il primo a predicare dagli schermi della televisione, quella pionieristica, ancora al primo candore, degli anni '50 e '60 quando un pistolino com'ero io seguiva quel raccontare, come il serpente il muoversi altalenante dell'incantatore.
No, non era come quelli d'oggi, che te li vedi abbracciare la telecamera con perfetta padronanza e blaterare con catechismo muffo, slegato dal reale per essere racconto astratto, mai o poco aderente a quel quotidiano che ben conosci e su cui vorresti calibrata la lezione del maestro di toga, più e troppo ormai attento al trucco e alla cosmesi, attento a meglio apparire che più far sostanza.
Cipria e mascara contornano i nuovi volti, e la bontà arriva più ad essere arte da palcoscenico, simulazione per recita e copione, belletto da catodo, piuttosto che ciambella di salvataggio in un mare dove sono i pescecani a dettare la legge del chi deve vivere e chi morire.
Giri nelle parrocchie e ti accorgi quanto sono distanti tanti sacerdoti, quanto il loro repertorio sia pari allo stucco per tappare buchi.
No, non è questione di dialettica o di forma: manca l'anima.
Pace e bene a tutti...e a te, sant'uomo - Padre Mariano da Torino, al secolo Paolo Roasenda - che mai più mi sono trovato a chiamare "Padre" un altro che non fosse il mio, per carne e sangue.
Non c'è più la posta di Padre Mariano, ma l'indirizzo è sempre quello:
"Padre Mariano, c/o Dio, Paradiso".
E un altro ebbi fortuna di conoscere, sempre soldo di cacio alla presenza di giganti: il rimpianto maestro Manzi.
Oggi, quando tutti letterati e insegnati di tuttologia, nessuno più lo ricorda, il caro signor Alberto, tranne i pochi nonni e qualche padre, in debito con lui, per aver imparato a leggere, scrivere e tirare di conto.
La nazione, allora, usciva da una guerra crudele e cruenta, una ricostruzione agli albori e tanta, tanta miseria, di pane, companatico ma anche analfabetismo, che prima dell'industria fu la campagna, e li, case e cascine erano a riempire mari d'erba, che tenevano distanti realtà umane che erano sparse come isole;
la durezza della vita e del dover campare, spesso sopravvivere, poco aiutava o lasciava spazio e tempi per la scuola e, chi uscì per selezione naturale, si trovò poi a doversi misurare con un mondo trasformato, dove il non capire ancora castigava e cancellava il meno adatto.
La ricostruzione smosse dalla campagna per riempire città e fabbriche e dalla vanga si passò al tornio, e il leggere libretto d'istruzioni, per l'uso del nuovo esistere, era ormai vitale.
Insegnare non era più solo passaggio orale di conoscenze, ma scritto di sapere.
La televisione giocò il meglio di sè, mezzo allora gigante tra giganti.
E fu il tempo del maestro Manzi;
altra faccia e animo da buono, che carezzò il duro sbarcar lunario di tante grame vite.
Mi ricordo ancora quel viso, quel ritmo e flautare di voce;
il semplice tabellone con i fogli che frusciavano al passaggio, il rumore del tratto, il segno e il disegno: l'occhio, prima dell'orecchio, guidava a capire cosa significassero quei segni strani, su cartelli, cartelloni e insegne, fogli e giornali, ai più forme sconosciute di un linguaggio distante, quasi da soggezione sacerdotale, per iniziati.
A...B...C... di ape, di bue, di cane...un mattoncino sull'altro, e l'Italia tutta si trovò capace d'intendere e volere.
0, 1, 2, 3...10...dalle stalle alle stelle, dal nulla al tutto, dal minimo al massimo.
Solo per far conto da mercato, chiunque era a conoscere la scala di valori, dal peggio al migliore, con tutte le tonalità dei grigi intermedi.
Povero Manzi, che fece in tempo a lambire il tempo degli scimuniti; lui, che magari li aveva cavati dal buio delle caverne, donando quel fuoco che poi scoppiettò sotto la graticola su cui lo misero.
Come per un campo di grano, fu l'invasione delle cavallette, quelle della peggior specie, figlie della madre sempre incinta degli imbecilli, quelli che poi vollero il "Sei politico" per tutti, a pareggiare l'asino con il sapiente.
Questa nuova peste, queste erbe infestanti, questa carie tumorale, prese piede ed intaccò lo smalto d'ogni cosa, parassitando l'intero corpo di una società, forse con qualche acciacco ma non malata, devastando tutto, dalla famiglia alla scuola, adeguando sulla forma e non per sostanza.
Volevano pareggiare il mondo spianando le montagne, piuttosto che innalzando la gibbosità.
Si faceva prima a portare l'ingegnere a tirare il carro, piuttosto che il contadino a progettare grattacieli, che di caverne ce n'èra per tutti.
- «I voti distruggono la personalità del fanciullo!», gridarono i nuovi Savonarola.
Basta numeri: solo giudizi!
Il buon Manzi non capì: rifiutò e fu sospeso.
Non riteneva un maestro elementare all'altezza di tracciare un profilo psicologico.
Agli albori del fenomeno, non capì che i nuovi cavernicoli non pretendevano tanto: bastava solo restare sul vago e dare zuccherini a tutti.
"Non del tutto sufficiente" al posto di "insufficiente", "assai vivace" al posto di "indisciplinato", "assorto in pensieri extrascolastici" invece che "distratto".
Insomma, il classico e ipocrita "Il ragazzo è intelligente ma deve ancora consolidare le proprie conoscenze ed abilità".
Passata sta scemata, se ne partorì altra: le lettere, al posto di voti e giudizio.
A: un genio;
B: qualche aggiustamento e sarà "nu' babbà";
C: così, così, con qualche lacuna;
D: da rottamare.
Pareva la classifica delle classi per gli elettrodomestici, dal più efficiente allo scarso assoluto.
- «Contrordine compagni!»
Eccoci tornati a...dare i numeri.
Ma il buon Manzi non c'è più, a gustarsi "la disfatta dei cornuti", che lo umiliarono, per quanto erano solo delle mezze cartucce.

Oggi si allunga la vita, ma giù la statura, al primeggiare di ladri, nani e puttane.

All'inizio furono i giganti...all'inizio, ma noi siamo ai titoli di coda.


Io, secondo me...19.02.2010