domenica 19 aprile 2009

Avvoltoi

La fotografia che sto guardando è una delle tante, ma cara al Vauro, caricatura più delle sue stesse vignette e giustamente allontanato a calci in culo dalla trasmissione Annozero, dove questo spennacchiotto sbatacchiava le alucce e girava in tondo sulla vittima di turno, all'ombra di quelle più maestose di Capo Avvoltoio: il Santoro.
Data l'età, lei è nonna e madre e sta piangendo su delle "cubature", i nuovi spazi abitativi e valore aggiunto su cui i due pennuti in odor di carogna amano volteggiare, in attesa di infilare becco e pasteggiare in tanta grazia mediatica;
è tipico di loro provenienza, natura, credo, dottrina, specialità e dogma intendersi di morti.
China e piangente, sotto di lei due bare: una più grande, di mogano scuro; l'altra sopra, piccola, bianchissima, corta, immacolata e poggiata su quattro gambette, quella di un bambino...figlio e mamma abbracciati ancora, nella vita così nella morte.
La pagina dopo, mi attanaglia il cuore altrettanto: visto dal cielo, dove Dio è messo, anche noi, poveri mortali, siamo a vedere le quattro strisce rosse, dove allineate quasi trecento casse, ognuna con il suo bravo occupante disteso, nell'eterno riposo;
a fronteggiare questo spicchio di umanità ormai spenta, uno sciame, un formicaio brulicante di sopravvissuti: parenti conoscenti, mariti a guardare dove giace la moglie, madri a guardare dove sta il figlioletto, anziani a cercare il posto dove giace la compagna o il compagno, che li ha accompagnanti nel tempo della vita.
C'è già di che piangere e tanto basta, senza avere tra i piedi avvoltoi, che sgambettano alla cerca di qualcosa da spolpare, addestrati a cercare e rimestare nel marcio, che è l'unica fonte di cibo che conoscano.
Non gli frega nulla del "chi è", ma di quello "che c'è" rinchiuso dentro una bara o schiacciato sotto la trave: la loro pappa è quella, e sti "Papponi" ci campano, per aumentare gli ascolti del becero spettacolo che sono usi rappresentare.
La notizia è sempre quella di chi getta la vecchietta sotto l'auto, non di quello che l'aiuta ad attraversare la strada;
e quando non c'è, si cerca e, se non si trova, si inventa pure, che tutto fa brodo per vendere e vendersi: in fin dei conti, pure i becchini speculano e guadagnano sui morti, no?

«Quelli non fanno un cazzo!»

Vuoi mica non trovare un vigile del fuoco o un volontario che si siede un attimo, per subito individuare e intervistare un terremotato, frastornato e arrabbiato con il mondo per aver perso tutto, che si presta ad essere saccheggiato di uno sfogo "Urbi et orbi", da lanciare poi come anatema sull'intera categoria?
E in mezzo a tanto bailamme, un altro che si lamenta che nessuno ancora gli ha dato una bottiglia d'acqua per dissetarsi?
Tra miliardi di mosche, se ne troverà pure una bianca, no?
Ma la topica, prima o poi, coglie al varco l'incauto inventore mediatico di cazzate.

«Maledetti! E all'ultracentenaria, che avete fatto: eccola la, abbandonata a se, a mille metri di quota, senza casa e senza amore. Criminali, senza cuore, beccaioli, feccia!»

Al tritacarne di Michelino Santoro e relativi attributi, una vocina di rimando, di uno di quelli "che non fanno un cazzo":

«Ehm...scusi, signore...lei, sì, lei che sbraita, rosso come un gambero: è la vecchina che non si vuole schiodare; noi abbiamo dovuto bivaccare a pochi metri da lei e mettere in piedi, alla buona, un presidio sanitario, con tanto di medico per assisterla».

Figuraccia di merda.
«Ah» avrà pensato un meditabondo Mike Santorello: «ai bei tempi delle purghe, questi controrivoluzionari li caricavamo a bastonate sui carri bestiame e via, in Siberia, in un bel Gulag, a far capire chi comanda!»

L'Italia, longilinea, con un testone sopra, il piedone d'abbasso, in Sicilia, e lo sperone in Puglia, c'ha la spina dorsale ballerina: lungo quella dorsale si scaricano i brividi.
Nessuno è in grado di capire quando arrivano e neppure, ragionevole sospetto, dove e cosa andranno a colpire: inevitabile che, a botta avvenuta, tutti saranno bravi, tutti sapranno.
Sapranno, non sapevano. Dopo.

Li chiamano "vizi occulti", ma non hanno nulla a che fare con pruriti e perversioni sessuali: sono pecche nascoste, sì, ma con il marcio sotto.
«Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra!»

No, proprio tutti no: tanti sono rimasti in piedi; di edifici, intendo.
Prova che il terremoto non era dei peggiori, stavolta: poteva tranquillamente essere assorbito e digerito, se non fossero scesi in campo altri avvoltoi.
Leggo da una rivista:
"Bruno Canale, classe 1950, di Onna, Aquila. La casa costruita da lui è in piedi, senza un graffio, una crepa, una minima fessura".
Tabula rasa invece, per il rimanente: uno dei paesi più pelati della mia testa.
Lungi dall'essere Gesù, eccolo ad insegnare nel tempio, ai sapienti, a dettare la ricetta del ben fatto.

«Scavi le fondamenta e stendi uno strato di brecciolino, un cuscino di sassolini che drena l'acqua e fa da ammortizzatore. Sopra ci metti il "madrone", una piatta di cemento ben spesso, armato di tondini di ferro da 16, zigrinati, per meglio aggrappare il pastone; per i pilastri, quattro quintali di cemento a metro cubo, non meno. Ognuno dei piloni poi, con dentro otto ferri da 16, agganciati a regola d'arte. I muri perimetrali: al primo piano con blocchetti di cemento da 40, a salire, da 30, per non caricare troppo il peso sulla struttura portante. Per lo stesso motivo, il tetto con intelaiatura in legno».

Mi compiaccio con lei, signor Bruno, non maestro del bla-bla-bla e del dire, ma del fare.
Neppure Vissani o il più titolato dei cuochi potrebbe mai eguagliare la ricetta, perché la sua contiene un ingrediente essenziale: il buon senso.
Spendo non il più, ma non meno dell'indispensabile, a salvare capra e cavoli...il portafoglio e il prossimo.
La frittata è fatta ed esistono priorità, precedenze.
Prima fra tutte, la ricostruzione, e poi sarà la caccia al ladro, che tanto quelli non andranno lontano.

Lo dice anche la Bibbia:
"C'è un tempo per ogni cosa: uno per vivere e uno per morire, uno per ridere e uno per piangere...".

Passeremo anche dal tempo del tondino a quello del Tontino.

A Santoro, Vauro e Travaglio si aggiunge l'altro pennuto: Tontino Di Pietro, padre-padrone dell'Italia Dei Veleni, rissaiolo d'osteria e truce barbaro della grammatica italiana.

- «A morde duddi! Gui gi vuole l'olio di rigino, il manganello. Duddi in galera e, ber brimo Berlusconi, ghe su di lui gi ho faddo la groge e mi sda andipadigo!»

Praticamente questo sfasciacarrozze è venuto alle mani con tutti, come ben sanno quelli che c'hanno avuto la malasorte di prenderlo a rimorchio, che si sono trovati con la mano azzannata pure quando gli davano la pappa.
Questo mestatore ha bisogno di alzare polveroni e fango, scavare tra le immondizie e cercare rifiuti: è nelle acque torbide che meglio riesce a pasteggiare, avvantaggiandosi di un migliore adattamento, favorita evoluzione della specie che l'ha sgravato.
Ha fatto carriera con i metodi degli inquisitori della Linguadoca, contro i Catari:
- «Ammazziamoli tutti: ci penserà Dio poi a dividere i suoi dagli altri!»
Beh, magari lui è un passo sotto costoro, che almeno avevano un credo e una cultura di base, anche se deviati.

«In galera: gi benseranno i giudigi a gondannarli duddi, e gli innogendi usicranno, brima o boi».

Tontino è l'elefante nel negozio di cristalleria, a cui preme muoversi con comodo più che preservare quel che c'è di bello, che non sa, non conosce il valore alle perle.
Uomo di cagnara, assume pari il governare vacche al pascolo come l'accompagnare gente alla stalla.
Forcaiolo per natura, sarebbe ad annodare nodi scorsoi in tempo di peste!

Santoro, Vauro, Travaglio, Tontino...quanti erano i cavalieri dell'Apocalisse?

Avvoltoi.

Io, secondo me...19.04.2009

Nessun commento:

Posta un commento